Una certa idea di oriente

La nascita del nostro immaginario sull'oriente: una visione post-coloniale che sta condizionando le politiche europee sull'immigrazione.

una certa idea di oriente
una certa idea di oriente

Qualche giorno fa, rileggendo un bel libro, mi sono soffermato su una frase che mi ha fatto riflettere a lungo. Östlich von Wien fängt der Orient an, a est di Vienna comincia l’Oriente, parole di quel gran simpaticone di Metternich, sì proprio lo stesso che ha detto “l’Italia è un’espressione geografica” che (per quanto priva – forse – di un voluto intento spregiativo) di certo non ha contribuito all’autostima dei “proto italiani”. Il fatto è che Metternich aveva ragione: a est di Vienna – nella prima metà del 1800 – cominciava davvero l’Oriente, per tanti motivi: per la presenza dell’impero Ottomano – ormai agonizzante ma che poco più di 150 anni prima era arrivato ad assediare la capitale austriaca – e soprattutto per quella cruciale regione dei Balcani, un calderone di culture, etnie e religioni che ormai da secoli si intrecciavano tra di loro. È nei Balcani che cominciava quell’Oriente a cui si riferiva Metternich, ma che cos’è quest’Oriente? A cosa alludeva? È qui che mi è venuta in aiuto un’altra recente lettura: l’Oriente di cui sopra non esiste, o meglio esisteva solo nelle menti di quegli europei abituati da secoli a ritenersi custodi di un patrimonio culturale e sociale superiore; tutto il resto – da est di Vienna fino al Giappone – era solo un’esotica fascinazione: un miscuglio di languori, profumi, sensualità che non era necessario comprendere nella sua enorme complessità, bastava goderne, previa conquista, ovvio.

“Stiamo pagando il prezzo della nostra sconsiderata miopia”

Questo modo di vedere quello che c’è a est delle nostre vite – a proposito si chiama, guarda caso, orientalismo – ha avuto modo di crescere e radicarsi al punto che noi, oggi, ne stiamo pagando le conseguenze e sono davvero molto amare, basta aprire un qualsiasi quotidiano per rendersi conto di quello che sta succedendo: masse di profughi che si stanno muovendo in Europa in fuga da paesi (la Siria tra tutti) allo sbando totale tra guerre civili, dittature che non vogliono mollare un passo e interventi militari dell’ultimo minuto di americani, francesi, russi, lapponi, marziani che stanno aggiungendo bianco allo splendore. Ora, tutto questo è colpa dell’orientalismo? No certo che no, quello che sta accadendo in quella parte di mondo ha delle radici molto complesse ma ritengo che una buona dose di responsabilità ce l’abbiano tre fattori affini: decolonizzazione, post-colonialismo e, gran finale, neo-colonialismo. Queste tre sono tutte grandi invenzioni dell’uomo occidentale e sono frutto di un modo di pensare se stessi come dominatori e gli altri come mollaccioni buoni solo ad andare al bagno turco: l’orientalismo, appunto. Mi sembra che, da come noi europei stiamo reagendo a questa emergenza migratoria, siamo ancora incapaci di capire quello che sta avvenendo fuori dai nostri bei paesi; di conseguenza stiamo gestendo in un modo scoordinato, se non isterico, questo flusso crescente di rifugiati. Ne siamo spaventati, non sappiamo dove metterli, come assorbirli o a chi rimandarli, al punto che si pensa di sospendere aspetti costitutivi dell’Unione Europea, mentre paesi-corridoio come Serbia, Ungheria, Slovacchia si stanno trincerando dietro muri di recinzioni.

Sono arrivati i barbari (?)

Per certi aspetti quello che stiamo vivendo è davvero un’invasione, sono molti a percepirla come tale, soprattutto nella sua accezione più negativa. Personalmente non condanno chi sta assistendo a questo fenomeno con un certo tipo di timore, credo sia normale perché chi è della mia generazione (i quasi trentenni, ma anche quelli più grandi, intendiamoci) non ha mai visto nulla di simile finora e ne è colpito, giustamente. A questa incertezza aggiungete che un certo tipo di politica – xenofoba, di destra e ultra-conservatrice – sta godendo, anche se solo parzialmente per fortuna, di un certo momento di gloria, e il candelotto di nitroglicerina da maneggiare con cura è bell’e pronto. Non ho la più pallida idea di quello che potrà succedere da qui ai prossimi mesi/anni, quando cioè il tema urgente non sarà il flusso di migranti ma quello di collocarli seriamente e con criterio all’interno dell’UE. Pensare a questa cosa mi ha fatto venire in mente il corso di storia romana che ho seguito al primo anno d’università. Il professore, molto bravo, aveva incentrato le lezioni sui rapporti tra Roma e i barbari e da subito cominciò a ripeterci come un mantra una frase dell’imperatore Claudio, riguardo alcuni illustri personaggi provenienti dalla Gallia.

L’imperatore voleva introdurre questi stranieri tra i senatori romani ma era consapevole che questi si sarebbero rifiutati con sdegno, considerando i Galli poco più che bestie, figuriamoci a farli sedere tra loro. Ma Claudio tenne un’orazione esemplare, dove spiccava la frase che il mio professore aveva tramutato in mantra: ne provinciales quidem, si modo ornare curiam poterint, reiciendos puto. Non ritengo di dover rifiutare nessuno straniero se questi può, in qualche modo, rendere migliore il Senato (in senso lato anche lo Stato). Certo pensare che, oggi, le cose siano esattamente come 2000 anni fa sarebbe un po’ da idioti ma l’essenza del pensiero, per me, resta immutata. D’altronde già alcuni paesi (leggi Germania) stanno intuendo il potenziale di quello che sta accadendo, in fondo queste persone stanno lasciando le loro case proprio per cercare una situazione migliore; finora non siamo in stati in grado di capire perché sia successo tutto ciò, cerchiamo almeno di accontentare alcuni di questi.

 

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Tommaso Caldarelli ne dice: Francesco Gagliano è quello fico; ha 27 anni e vive a Roma. Testa da storico che cammina a piedi per l'Italia e tutti aspettiamo che inizi a scriverne, magari a ritmo della grancassa con cui è bravo a dare il ritmo; lo trovate, a volte, a zappare la terra, perché ne sa il valore. Alle elementari giocavamo ad un gioco di cui terremo segreto il nome; da allora abbiamo cambiato vari giochi, e giochiamo ancora. Scrive "L'irrequieto".