Perché non funziona #ioleggoperché

Lo so che arrivo tardi, che la campagna #ioleggoperché arrivava ieri al suo culmine, nella Giornata Mondiale del Libro. Ma anche o forse soprattutto oggi, il giorno dopo, ha senso dire perché secondo me questa campagna, completa di compiaciuti tweet e angelici messaggeri distributori di libri nelle stazioni e nei luoghi pubblici in generale, è mal pensata e decisamente autoreferenziale.

Non vorrei che questa diventasse un’invettiva sterile, pessimista ed ipercritica verso un inizialmente innocente invito alla lettura, perciò forse prima di qualunque altra cosa è importante che io dichiari il mio amore sconfinato per i libri, reali o digitali, brevi o infiniti, impegnati o disinteressati. Ho una storia d’amore con ogni libro che ho cominciato, a volte intensa o lieve, annoiata, sospesa, inconcludente, innocente, perversa, inattesa, in alcuni casi talmente forte da diventare insostenibile; percorsa a tentoni o saltellando, svoltando di colpo o inchiodando facendo forte no con la testa. Ma queste sono le mie storie d’amore, non ci sono recensioni, analisi, descrizioni, consigli da amici cari che tengano. Nessuno saprà mai come lo vivo io quel libro lì, nessuno me lo potrà mai dire in anticipo con certezza. Ad ogni incipit è una vera avventura, per la quale spesso ci vuole ben più coraggio di quanto si possa immaginare.

 Ed è proprio da qui che si parte per capire perché #ioleggoperché non funziona: il mio motivo non è mai il tuo. Perciò non funziona che io ti dico il mio motivo e tu che non leggi magari ti ci rivedi. Funziona piuttosto, di solito, che io ti dico il mio motivo e tu che leggi pure tu, ma ovviamente per un motivo diverso, sei tutto contento perché non hai niente da rimproverarti, e ti unisci con gioia al coro – ecco l’autoreferenzialità – e tu invece, che non leggi, ma sempre per un motivo ancora diverso, ti dici da solo “embè?”, e chiudi la finestra mentale, registrando un vagamente implicito complesso di inferiorità.

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E questo è un altro errore dei promotori della campagna, che si potrebbe allargare a moltissime altre situazioni ed iniziative in Italia: associamo fortemente i libri e la lettura al moralmente Giusto. Pensateci bene: vi è mai successo che chi va a correre tutti i giorni vi guardi dall’alto in basso perché non lo fate? Difficilmente, eppure è noto a tutti noi che l’attività fisica fa bene alla salute e praticarla spesso è saggio. Non aver letto I Promessi Sposi, invece, è un crimine contro l’umanità. Si sta praticamente dichiarando la propria totale ignoranza in ogni campo dello scibile umano. Tutto questo è problematico per due motivi: il primo è che si basa su un assunto falso. Chiunque legga parecchio sa che non si può sempre leggere Proust. E sa anche che si può benissimo non leggere mai Proust. Eppure, chi legge solo Coelho e Moccia può comunque fregiarsi del nobilissimo titolo di lettore (che di questi tempi vuol dire culturalmente superiore), titolo che qualsivoglia spettatore di documentari impegnati si può sognare. Il secondo motivo è che approcciarsi a qualcuno dicendogli – per quanto implicitamente – che è culturalmente inferiore a noi non è particolarmente intelligente se lo si vuole convincere a fare qualcosa. Non so voi, ma io, quando mi si consiglia qualcosa con cipiglio di ‘ah io sì che la so lunga’, faccio in modo di evitarlo come la peste, perché altrimenti sarebbe come confermare l’inferiorità presupposta, e chiunque ha una dignità che non è pronto a mettere da parte, suvvia.

Ma è nei racconti di chi è stato incaricato oggi di distribuire libri gratuitamente ai passanti che ha culminato questa deriva moralista: ho sentito dire che ‘sui mezzi pubblici ho cercato di disturbare chi aveva lo smartphone in mano’ e che ‘c’era chi scappava spaventato, nemmeno avessi offerto droga’, ho addirittura letto che ‘guardano l’oggetto misterioso come se stessi offrendo un disco volante, poi scuotono la testa (senza gran fatica, non dev’essere pienissima) […]’. Devo davvero spiegare perché io stessa forse non mi sarei fermata da chi mi offriva un oggetto in stazione, mentre corro da un binario all’altro, abituata a sentirmi chiedere soldi, offerte, firme? Devo davvero specificare che spesso io ho lo smartphone in mano sui mezzi pubblici, ma questo non significa che non legga e magari che non stia leggendo PROPRIO IN QUEL MOMENTO? Cos’ha di intrinsecamente migliore il libro che mi offrono rispetto a quello che potrei avere in borsa, o di cui sto leggendo la recensione sull’iPhone? E cos’ha di intrinsecamente migliore quel libro del tweet, dell’articolo, dei commenti, dei post di Facebook che sto leggendo? E perché, se io stessi leggendo un harmony di serie c, sarei comunque considerata migliore, meno disturbabile di chi seduto in fianco a me legge articoli del New York Times sul tablet?

Non è il caso di temere altrimenti: l’umanità ha fame di storie. Non leggiamo più, dite? Guardiamo tantissime serie tv, vlog uno dopo l’altro, leggiamo pagine di wikipedia, tweet, post e articoli di ogni tipo. Esaltatori della letteratura, fidatevi di me: l’umanità troverà sempre un modo per soddisfare questa fame. A voi rimane solo da accettare che potrebbe non essere solo quello che voi invocate come il Vero ed Unico.

Le parole eleganti lo sanno bene che, prima o poi, qualcuno le farà emergere.

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Vale ne scrive: Cecilia è la borsa di stoffa piena di frutta e verdura di una signora che è appena tornata dal mercato. Ha i gambi lunghi del sedano che spuntano fuori e le mele sul fondo che pesano di più. Sfreccia per la città nel cestino di una bici, altro volevo dire ma credo che basti questo. Attenti a non schiacciare le fragole. Scrive "Eleganze apostrofate".