Del perché Calvino mi ha cambiato la vita – ma non la cambia a tutti

Lungoibordi - eleganze apostrofate - 3 - calvino

Oggi si parla ovunque – lamentandosene perlopiù – della famosa lista dei libri consigliati dagli insegnanti di medie e superiori, che, sempre più con difficoltà, cercano di far appassionare alla lettura i giovani italiani.

La sfida è davvero di grande portata, chi non se ne rende conto non ha a che fare con i ragazzi da parecchio tempo, e non ha nemmeno riflettuto su quale effetto le nuove tecnologie possano aver avuto sulla loro vita – ve lo dico io, rivoluzionante. Anzi, forse la parola è imprecisa, perché implica uno standard precedente che viene poi di colpo completamente modificato: nel caso di chi va a scuola ora, parliamo proprio di uno standard percettivo nemmeno comparabile a chi invece la rivoluzione di internet, degli smartphone, tablet ed ebook l’ha davvero vissuta – e mi ci metto dentro pure io, dal basso dei miei comunque sufficienti 25 anni.

 Attiverò il momento nostalgia anni ’90 per un paragrafo, chi sa di non capirlo passi pure oltre: io mi ricordo di quando le pagine dei siti si caricavano in un quarto d’ora, che nel frattempo ci si faceva una doccia; mi ricordo di quando le ricerche per la scuola le facevo con i volumi dell’enciclopedia, enormi libroni in cui il mio dito dopo Umbria leggeva anche Umbriel ed Umeå; ma mi ricordo pure di quando guardavo incantata le fotografie delle riviste di viaggio che trovavo in casa, e ritagliavo quelle che mi piacevano di più: nonostante Pinterest, Flickr ed Instagram, questo proprio non lo posso più fare.

Io stessa quindici anni fa osservavo una foto di un fiordo norvegese per almeno un minuto; ora clicco sul link, apro il tab, Google Immagini, ‘ah sì ora ricordo’, chiudo il tab. Dieci secondi in media. Chi nasce, o cresce, percependo così il mondo, ad una velocità quasi sempre decuplicata, si annoia terribilmente quando viene di colpo obbligato a prestare attenzione a lettere, parole, frasi una dietro l’altra, che idealmente hanno senso solo quando lette tutte insieme, per un totale di cinquanta, cento, duecento pagine. In proporzione, è come se qualunque di noi lettori di media lunghezza fosse improvvisamente costretto a leggere dieci libri a settimana: per quanto appassionanti possano essere, una barba infinita.

Intendiamoci, non faccio fatica a credere che anche tra chi non è nato nell’era di internet ci siano stati degli studenti che leggevano malvolentieri, e che hanno smesso di farlo appena hanno potuto; anzi, a giudicare dalle statistiche di lettura in Italia, probabilmente più della metà. Quello che cerco di dire quindi è che il compito degli insegnanti è davvero ingrato: insegnare una passione è fattibile, ma certo non facile, ed era così anche quando i libri erano l’unica alternativa ai giochi per strada.
Credo fermamente che la relazione con i libri si stabilisca molto presto. Ho avuto la fortuna di esserne introdotta da molto piccola, e le parole sono stati prima simboli di mondi ignoti e solo poi enigmi da interpretare. Dev’essere stata questa l’origine del mio amore sconfinato per loro, gli riconosco il valore di avermi aperto l’universo narrabile e narrato ancor prima che potessi immaginarne uno io. Quindi chiaramente con me è stato facile: le storie fatte di parole messe in fila mi avevano già conquistato, e non avevano nessuna serie tv che faceva loro concorrenza. L’antologia era il libro di scuola che preferivo, andavo sempre a leggermi tutti gli estratti all’inizio e se ce n’era qualcuno che mi piaceva particolarmente andavo a recuperare il libro intero in biblioteca o in libreria. In altre parole, erano dei trailer, di colpo tutti a mia disposizione. Quando poi mi davano perfino liste di libri da cui scegliere per leggere d’estate, non potevo essere più felice: a parte qualche eccezione, erano ulteriori spunti di cui comunque prima o poi avrei avuto bisogno. Sono piuttosto sicura però di aver schivato alle medie La trilogia degli antenati: evidentemente ho avuto insegnanti con maggior fantasia di quelli a cui si allude in questi giorni, e hanno deciso per altri titoli. Calvino quindi, a parte qualche sporadica lettura che inspiegabilmente non mi ha colpito, l’ho incontrato per la prima volta in prima superiore, quando mi è stato dato da leggere Le città invisibili. Un colpo di fulmine, un libro che ancora adesso presento come il mio preferito. La maestria con cui Calvino usa la lingua per creare ponti, strade, città nella mente di chi legge è talmente alta da renderli reali. A me sembrava di vederle, tutte queste città con nomi di donne bellissimi, mi immaginavo di ritagliarne le foto dalle riviste di viaggio come avevo fatto con i fiordi norvegesi. L’ho riletto molte volte ad età diverse, e ho letto sempre un libro diverso: le stesse parole costruivano nuovi ponti, strade e città nella mia testa, che le immaginava e poi ne rimaneva incantata. Ne ho tratto non solo immagini, ma anche suggestioni: moltissime volte, vagando per luoghi sconosciuti, ci ho ritrovato pezzi di città invisibili, che a quel punto davvero erano reali.
Non sarò mai stanca di un libro che riesce ogni volta ad unire ciò di cui sono innamorata, le parole simbolo dei luoghi ed i luoghi stessi.

Di certo il mio professore conosceva la maestria letteraria di Calvino; quello che però non sapeva, era in quale modo mi avrebbe toccato nel profondo quel libro, e perché quindi fosse uno scalino principale nella mia scala di apprezzamento verso la letteratura. Tornando a noi, ed alla polemica attuale, per poter vincere la sfida, che oggi non è solo contro il disinteresse, ma anche contro l’interesse ad altro di molto più immediato, gli insegnanti dovrebbero sforzarsi di cogliere chi hanno davanti; se, come penso, la relazione che abbiamo con i libri è unica e singolare per ognuno di noi, non solo non va bene proporre gli stessi libri da vent’anni a questa parte, ma nemmeno gli stessi a due alunni diversi. L’ambizione, verso la quale bisognerebbe almeno tendere, è instaurare con ogni ragazzo una relazione che permetta a chi lo educa di conquistarlo con il libro giusto, cucito su misura per lui, come a me piace pensare Le città invisibili lo sia su di me.

A questo punto Kublai Kan s’aspetta che Marco parli d’Irene com’è vista da dentro. E Marco non può farlo: quale sia la città che quelli dell’altipiano chiamano Irene non è riuscito a saperlo; d’altronde poco importa: a vederla standoci in mezzo sarebbe un’altra città; Irene è un nome di città da lontano, e se ci si avvicina cambia.

La città per chi passa senza entrarci è una, e un’altra per chi ne è preso e non ne esce; una è la città in cui si arriva la prima volta, un’altra quella che si lascia per non tornare; ognuna merita un nome diverso; forse di Irene ho già parlato sotto altri nomi; forse non ho parlato che di Irene.


Le città
invisibili – Italo Calvino

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Vale ne scrive: Cecilia è la borsa di stoffa piena di frutta e verdura di una signora che è appena tornata dal mercato. Ha i gambi lunghi del sedano che spuntano fuori e le mele sul fondo che pesano di più. Sfreccia per la città nel cestino di una bici, altro volevo dire ma credo che basti questo. Attenti a non schiacciare le fragole. Scrive "Eleganze apostrofate".