Oltre la soglia – prendere fiato e ripartire

Illustrazione di Luca Tagliafico

Siamo a giugno inoltrato, quasi luglio. L’estate sembra essere arrivata all’improvviso dopo una primavera rimasta sospesa al di fuori delle mura di casa, oltre i vetri delle finestre chiuse; fortunatamente qualche temporale ci sta dando il tempo di abituarci all’inevitabile arrivo del caldo. 

Tutti gli articoli dello Speciale di Lungoibordi vi hanno parlato della quarantena; dei pensieri, delle scoperte, degli incontri, delle paure e delle abitudini sconvolte dall’arrivo del virus, dall’eccezione che è diventata la nostra quotidianità.

E ora? Ora che stiamo lentamente ripartendo, cosa ci rimane del virus? Quali sintomi si portano dentro le nostre esistenze? Potremo mai superare la soglia di casa riesordiendo nello stesso mondo di prima?

Superata l’emergenza iniziano a farsi largo queste domande e molte altre. Più di tutto mi sto chiedendo se, quanto, e in che modo, l’equilibro delle nostre vite sia stato per sempre compromesso dalla pandemia.

L’equilibrio di cui parlo è il pilastro dell’eterna e ottimistica scommessa sul futuro delle economie delle società occidentali. Quell’idea che da circa tre generazioni ci rasserena in modo pervasivo facendoci credere che tutti saremmo cresciuti e morti in una società più ricca, libera e in condizioni migliori di quella della generazione precedente. Questa convinzione, figlia del modello economico fondato sulla libertà individuale e spinta ancora dai propulsori del boom economico del dopoguerra, pur essendosi istituita come ineluttabile ed eterna, come il corso naturale del progresso, iniziava a dire il vero a mostrare le sue crepe agli occhi di noi millennials: presagi di un cedimento futuro erano i cambiamenti climatici, le tensioni migratorie crescenti, la precarietà dei diritti civili. E alla fine, questo pilastro, a causa della quarantena sembra aver subito lo scossone definitivo.

Provando a ripartire e uscendo per strada come niente fosse ripenso alle vittime, ripenso al collasso degli ospedali, ma soprattutto alla fine del mito della libertà che ci ha obbligati a rimanere nelle nostre case per combattere un nemico superiore. Ripenso soprattutto alla giostra che si è fermata, agli appelli starnazzanti per una rapida ripartenza – soprattutto qui a Milano. E ripenso a noi, che improvvisamente abbiamo smesso di consumare il mondo, le esperienze, le relazioni, i prodotti, la cultura, come facevamo prima portando quasi al blocco totale di ogni tipo di economia. 

Il pilastro altro non era che il sacro mito della libertà come bene supremo, sulla libertà di mangiare, usare, logorare e consumare il mondo. L’eco del periodo di quarantena ci sta dicendo solo questo: saltata quella libertà è saltato tutto, e d’ora in poi il fatto che tutto possa saltare è un orizzonte di possibilità molto realistico.

Sento questo, provando a ripartire: che siamo stati, letteralmente profanati,  la più potente sacralità su cui si reggeva il nostro mondo è venuta meno, e niente potrà mai farci tornare indietro. È come se scoprissimo dall’oggi al domani che i fantasmi esistono, che i morti sono in mezzo a noi: non sarebbero tanto la paura e il terrore il problema, ma la consapevolezza che tutto l’ordine delle cose si sia proprio trasformato portando via con sé le nostre certezze.

Siamo stati profanati, e nelle vite che cercano di riprendere la sento addosso questa profanazione, e di dosso, credo, non si scrollerà mai. 

Ma durante la quarantena ho amato mia moglie e i miei amici più che mai, ho fatto videochiamate con persone dall’altra parte del globo che non sentivo da mesi, ho visto nella sofferenza del mondo raggi di luce di pura bontà. Nei momenti di isolamento più serrato ho sentito un altro modo di essere comunità, quando si è acceso qualcosa che della mia storia intima riguardava tutti, e che della storia di tutti riguardava me.

Malgrado la profanazione ci siamo riuniti, abbiamo fatto ripartire Lungoibordi. E forse, in un certo senso, era ora che questa bolla scoppiasse; forse quello che sento addosso è aria fresca, la brezza di altri divenire possibili, in un mondo più fragile e malconcio, da ricostruire per in un esordio alternativo senza pilastri che reggano alcunché: a cielo aperto.

Lungoibordi si ferma qui per ora. E malgradotutto, in attesa che tutto riparta e venga comunque ricostruito, anche se niente tornerà come prima vedremo come giocarcela.

Intanto, grazie.

E grazie ad Enrico Pigozzi, Marco Russo, Caterina Lanza, Alberto Boscaini, Cecilia Pigozzi, Giacomo Mozzo, Max Maestrello, Valentina, Vanessa Pesarini, Tommaso Caldarelli per aver reso tutto possibile con i loro contributi.

Grazie a Luca Tagliafico per tutte le illustrazioni pazzesche. E ad Alberto Frecina per aver creduto in questi Speciali, riattivato al volo la baracca su WordPress, dato consigli sempre essenziali e consigliato la solita buona musica.

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Max Maestrello ne dice: Andrea Nale, ovvero "Lo strano caso del dottor Nale e di Andrea ByMat". In un diario giovanile scrive: "Venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due". E infatti, miscelando varie erbe recuperate nei campi del paese natio, il dottor Nale, di giorno stimato filosofo e comunicatore, di notte si trasforma in Andrea ByMat, musicista dedito alle strofe in rima accompagnate da gesti strani delle mani. Rimane, a tenerlo in bilico tra le due identità, l'ossessione per le parole, siano esse scritte o dette su una base musicale. Prima che una delle due parti prenda il sopravvento / fonda "Lungoibordi", ed è contento. Scrive "Malgradotutto".