Life between buildings – le città di Jan Gehl

mappa - la città esterna

Alcuni strali sul consumo del suolo e la sua intima relazione con il nostro andare da A a B, il nostro portafogli, il vento tra i capelli, la cocaina e qualcos’altro.

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Questa foto corredata da un grafico, “anche se in inglese” (citazione che leggo spesso sui vari portali d’informazione italici e mi fa spaccare), rende più di mille parole.

Jan Gehl (se non lo conoscete, sceneratevi la cicca sul capo e fate ammenda) dice che “una bella città è come una bella festa, resti sempre più di quanto pensassi”. È anche colui che ha chiuso la Broadway e la Seventh (settima) Avenue pedonalizzando Times Square a NYC, per dire.

Jan Gehl è un architetto-urbanista danese ed è uno che restituisce intere aree urbane ai legittimi proprietari: le persone; i bambini scorrazzano e starnazzano liberamente, gli anziani si trascinano con quei supporti-quadricicliconcestino e assaporano attorno a loro un ritmo che li fa sentire meno fuori dal tempo, meno inutili, meno lenti, la gente si siede, fuma una paglia, si rilassa e, visto che siam sempre lì, tira fuori molto di più il portafogli.

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Times Square, New York City.

Jan Gehl ha scritto un libro fondamentale, tra i tanti, intitolato Life between buildings nel 1971. In piena corsa alla (supposta) modernizzazione delle nostre città ad opera di criminali amministratori pubblici ed ingegneri del traffico, responsabili di una delle più grandi catastrofi di sempre, cioè la motorizzazione di massa e i conseguenti stupro e sventramento delle nostre città, lui già aveva intuito l’errore fatale e si concentrava quindi su quei fondamentali X metri tra un edificio e l’altro. Quelli che sono stati rubati alle nostre vite, dove ognuno di noi passa sempre meno tempo, dove una volta si imparava a camminare e a giocare, a fare affari, ad innamorarsi e via dicendo.

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E, badate bene, questi discorsi, questa urbanistica finalmente moderna e che ponga al centro le persone e le loro necessità di sopravvivere e possibilmente prosperare non sono prerogative di alieni architetti scandinavi (“eh, loro sì che sono avanti!”).

Noi italici maciniamo di queste cose da secoli; non a caso due degli esempi più straordinari di a cosa le nostre città dovrebbero somigliare che Gehl cita sono Siena e Venezia.

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Siena, Italia.
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Venezia, Italia.

Pensateci, perché noi tutti amiamo Venezia? (Sì, tu che “Venezia è umida, c’è puzza, troppi turisti”…strangolati da solo! (cit.)) Semplice, perché umana. La gente si urla da una parte all’altra del canale-campo, ci si stringe la mano, ci si ferma per una chiacchiera e un rigoroso gòto, non c’è rumore, ci sono pochi supermercati e moltissime botteghe, bisogna spesso chinarsi per entrare dalle porte, si passeggia ovunque in massima libertà. Più o meno come a Milano, dai. Tempo fa leggevo che, da un’analisi degli scarichi fognari di Milano e Londra si rilevava che in queste due città vengono consumati circa 2,5kg di cocaina al giorno (il fatto che Milano sia circa 6,5 volte più piccola di Londra, tralasciamolo). Mi perdonerete il fatto di essere convinto che a Venezia o Siena o Bolzano (uno dei pochi centri interamente pedonali in Italia) il consumo pro capite di tale sostanza sia infinitamente minore, pur senza averne i dati.

Lasciando gli stupefacenti a chi ne abbisogna e tornando all’inizio, cioè al consumo del suolo, sappiate che “in Europa ogni giorno vengono cementificati più di 250 ettari (una città come Berlino all’anno al posto di suoli agricoli) e in Italia 8 metri quadri diventano cemento ogni secondo. Pensate che per generare 10 cm di suolo ci vogliono 2000 anni.” dice il Prof. Renzo Rosso. 

Una cosa che ha dell’incredibile, ed invece noi continuiamo a ragionare con ottiche settantiane per cui costruire infrastrutture porta lavoro, ricchezza, etc.

A Verona ci sono diecimila appartamenti sfitti, lo stesso numero di abitanti del 1970 e si è costruito il costruibile, ovunque, senza sosta.

Nel mio cerchio ristretto di amici intimi credo che il 70%, leggasi settanta, di noi abbia un genitore che ha passato (o non) qualche tipo di forma di tumore negli ultimi 8-10anni. Poi piangiamo perché i bambini vengono trascinati via dalle alluvioni ogni anno in Liguria, Veneto, Campania, Calabria, Lombardia.

Oggi al lavoro ho portato questo esempio di rigenerazione urbana:

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Il parco di Cheonggyecheon a Seoul, Corea del Sud.

 

Questo è Cheonggyecheon a Seoul. È un parco urbano lungo più di 10km.

Hanno asportato un’autostrada sopraelevata che tagliava in due il centro cittadino, pompato tonnellata d’acqua per ripristinare il vecchio torrente che era stato prosciugato, inquinato e coperto, hanno ripristinato molte specie vegetali ed animali e molto altro. Adesso la zona si è rivalutata economicamente, il traffico nelle vie circostanti è drasticamente calato, gli accessi al trasporto pubblico aumentati, gli abitanti se lo godono e la temperatura del microclima circostante è mitigata dalla premiata coppia verde+blu. In attesa di andare a visitarlo, mi ricordo di aver passeggiato lungo il Manzanarre a Madrid ma non c’è paragone, direi.

Sono appena rientrato alla base, a Verona, per le festività natalizie e dover respirare l’aria del catino padano e dovermi muovere a Verona mi provoca la sempreverde bile a mille.

Poi, all’improvviso, due notizie squarciano il cupo orizzonte dei notiziari locali veronesi:

il traforo-passante nord cittadino sembra sempre più lontano

– l’illuminata amministrazione comunale in salsa neroverde pare scoprire quello che altri paesi hanno scoperto circa 30-35 anni fa. Cioè che un centro storico pedonale lo vogliono tutti, specialmente se di inestimabile valore come quello veronese.

A questo punto non mi rimane che godermi le vacanze e sollazzarmi in santa pace, convinto che la mia martoriata città tornerà un giorno ad essere vivibile per tutti.

“Panettone is on the table and everybody’s drinking Moscato
Go to buy a tree but not a true tree because otherwise it would die die die die” (EELST, 1995)

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Federica Amato ne dice: se lo conosci appena, Francesco Sabaini lo descrivi come pignolo, se lo conosci bene puoi permetterti di definirlo addirittura sentenzioso. Tuttavia, la sua saccenza finisci per amarla. Sceglilo come compagno di viaggi, se sei coraggioso anche come compagno di concerti. A forza di sperimentare, tra arte e andirivieni per il mondo, ne ha fatta di strada e tra diverse piste alla fine ha scelto la ciclabile. Scrive "La città esterna".