La misura del possibile

Illustrazione di Luca Tagliafico

Non è mai una buona idea arrivare in ritardo a una festa; o meglio non è mai una buona idea arrivare troppo in ritardo, nemmeno per farsi notare come nella nota scena nannimorettiana. Ma il fatto è che la riapertura di questo spazio, chiesta dal direttorissimo generale di Lungoibordi, mi colse di sorpresa e impreparato, così come il tema che a tutti i redattori venne chiesto di affrontare. Così ho preso del tempo, perso in altro come ero, e questo mi ha dato la possibilità di guardare un po’ quel che accadeva fra di noi e di consolidare in me l’idea che né il tema proposto, né l’operazione in sé, mi avevano convinto. E vado a spiegare.

Quando chi aprì questo spazio, qualche anno fa, mi chiese di partecipare a LiB, beh, era tutto un altro mondo e probabilmente ero un altro io. Su Frontiera ho messo molte cose importanti e questo spazio a tutt’oggi rappresenta una delle parentesi più intense dei miei pensieri messi per iscritto: a rileggerli, in effetti, era un’altra età. Tanto che a un certo punto, con un lungo post di Capodanno, ho preso e me ne son partito: siccome non credo nelle esigenze interiori, possiamo meglio chiamarla una scelta di tipo storico. Arrivando al punto, quando sono stato richiamato in servizio qualche giorno fa, qui sulla Frontiera, l’affare non è stato semplice.

Cosa ho imparato in questa quarantena da Coronavirus? Cosa mi resterà fra le mani? Sinceramente la risposta ad entrambe le domande dal lato mio è poco interessante. Lavoravo da casa già da molto tempo e ho utilizzato i momenti di contenimento sociale per reinvestire su studio e formazione, ma di quanto siano importanti gli investimenti in capitale umano ne parliamo un’altra volta e anzi, magari non ne parliamo affatto, visto che la continua tensione all’investimento in capitale umano è un’altra delle simpatiche truffe di quest’era, dove ci è chiesto di essere formati perché altri possa usare di noi invece di essere appagati nei nostri pensieri e nelle nostre letture, scritture, disegni e arte.

Se c’è qualcosa di cui mi va di scrivere tornato in questa torretta che aprii qualche anno fa e che adesso, come teletrasportato in un passato ormai un po’ straniero, ritrovo nello stato in cui l’ho lasciata, con sopra forse solo qualche ragnatela, è il senso di questa nostra forma umana, la causa di questo stare insieme – e intendo per questo proprio questo: questo spazio, questo sito, questo gruppo. Non è mai una buona idea, in una festa, essere quello che sta da parte, pensieroso, a quisquiliare: sembra uno che non è lì per divertirsi ma per argomentare mentre gli altri ballano. Ma è che esserci nello spazio pubblico, radunare persone per dire cose, se anche è una festa, è un atto politico, un atto che ridonda, e quindi mi permetterò di fare qualche riflessione.

Questa comunità di scritti, questo contenitore di contributi mi pare avere, probabilmente fin dall’inizio e dunque anche oggi – mentre continua a camminare, mentre le vite di tutti procedono – un mandato che definirei cattolico e molto affine all’attuale magistero papale: per chi non ha già chiuso tutto pensando che chi scrive stia vaneggiando, spiego. Perché mai una persona mette su un sito per farci scrivere i suoi amici? Perché mai si impegna, si sbatte, va lì a chiedere che questi consegnino l’articolo, “eh ma dai avevi detto oggi”, “oh bello questo”? Perché, ed è quello che ci venne detto, “mi accorgo di essere circondato da gente figa che ha qualcosa da dire”. E beh, qui, qualcosa abbiamo detto.

Dunque fu, ed è, un regalo: a sé stessi, a noi, a chi voleva leggerci. E se disegniamo il contorno esterno di tutto ciò che su questo sito è successo (le vite di tutti che procedevano mentre si scriveva, il pubblicato, gli incontri fatti a cui si è partecipato e quelli a cui non si è fatto in tempo ad andare, quelli che tenevano il tempo delle pubblicazioni, quelli che ci hanno trovato dentro qualcosa), ciò che emerge è la volontà di mettere insieme un contributo sincero, senza grandi pretese: fare quel che si poteva, nella misura del possibile.

Ora, questo è cattolico: e cioè, è consapevolezza che trovare un modo per tenere insieme le persone conta di più, o quantomeno è presupposto, di ciò che poi queste persone potranno fare singolarmente o insieme; e per questo è trascendente, perché rinvia eventuali esiti ad un futuro verso cui si ha fiducia. A leggerlo sembra, ed è, un tratto positivo; e però, a una seconda occhiata, almeno per me questo stile manifesta un rischio, che è quello dell’autoconsolazione: ognuno col suo lavoro e con la sua vita, intendo, ognuno con la sua traccia e il suo percorso da seguire e poi, in un momento bello e comune, a contribuire ad uno spazio dove si possono mettere a disposizione scritti e pensieri, per sé stessi e per gli altri.

Da quando ho chiuso a chiave la torretta sulla Frontiera per vedere un po’ cosa accadesse al di là di questa isola, in fondo felice, mi son reso conto che questo approccio rischia di non bastare; anzi, non basta. È necessario studiare a fondo le contraddizioni del tempo presente e scegliere quale sia il modo migliore per affrontarle; è necessario scegliere una parte fra quelle in causa, o quantomeno è necessario per me. Tornare di botto in questo spazio e leggere, osservare il flusso dei lavori pubblicati mi ha fatto scontrare con un differenziale, non so se grande o piccolo, fra i nostri discorsi e il punto reale del conflitto esistente, intendo, lì fuori.

L’ovvia sottolineatura che mi si potrebbe fare, a questo punto, è quella di ingenerosità: vedi, ognuno fa il suo, nei tempi e nei modi che ritiene migliori, con le forze che ha e nelle direzioni che in coscienza pensa siano le più giuste. È, appunto, la misura del possibile ed è, appunto, un lavoro di testimonianza che io chiamo strutturalmente cattolico, trascendente, ulteriore. Sì, ma io non ho capito a questo punto che vuoi dire, è un discorso che gira in tondo: è che io non ho qualcosa da dire, dico quel che osservo e scrivo quel che mi appare. E può parere che a questo intervento manchi una conclusione, ma non è così.

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".