La città esterna

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La città esterna

Questo primo contributo alla rubrica “La città esterna” è volutamente generale e d’ampio spettro, una sorta d’introduzione-presentazione: parlare di città, delle loro dinamiche e specificatamente di mobilità, che sarà l’argomento principale di questa rubrica, necessita per forza di un approccio olistico, multiforme, a volte volutamente “non focalizzato”. Ciò perché, avendo fortunatamente una formazione umanistica, sfocio spesso in una sottospecie di sociologia, un’analisi di comportamenti e possibili soluzioni che esce dai monitor degli ingegneri, dagli scintillanti disegni 3D delle brochure, dalle tabelle dell’analisi del traffico con numerinumerinumeri.

Nonostante tanti in questo settore professino questo approccio come elemento fondante del proprio lavoro, e chiaramente non si può che augurarsi che lo sia davvero, la realtà è che i risultati di vari progetti urbanistici spesso sono nuovi che sanno di vecchio, un po’ come Renzi. A braccetto con la recentemente onnipresente Sostenibilità, si tende spesso a dar una bella mano di vernice fresca su approcci molto datati ma che dominano ancora in larghissima parte la mentalità di chi ha potere decisionale, figlia di una concezione di spazio cittadino che affonda le sue radici nell’ubriacatura collettiva del cosiddetto “boom del dopoguerra” e che ha portato un’innovazione che avrebbe cambiato per sempre la storia delle nostre città: negli anni ’50-’60 in Europa (una ventina prima in Nord America) l’avvento della motorizzazione di massa era allora visto come segnale di progresso, fonte di lavoro, sostegno e benessere. Sostanzialmente imposta dall’alto dal modello socio-economico occidentale neoliberista, avrebbe fatto piazza pulita di migliaia di anni di mobilità sostenibile, allora lo era davvero, e a colpi di bulldozer avrebbe portato accessibilità singolare, perenne, capillare. O forse no. È possibile recarsi dove si vuole e quando si vuole in automobile nelle città del XI secolo? La risposta la sappiamo tutti e forse qualcosa dev’essere andato storto se tutti siamo sufficientemente ricchi dal permetterci di abitare in città e comprarci un’auto ma poi non riusciamo a percorrere il tragitto da A a B.

Tutto ciò apre a speculazioni che si dipartono da un ventaglio di prospettive, competenze, certezze: scienze sociali, economia, ingegneria, architettura e storia ci dovrebbero aiutare a capire le città e la loro mobilità, ma il discorso è ovviamente enormemente complesso.
Visto che le mostre impressioniste recentemente sono molto popolari, il mio approccio in questa rubrica sarà simile a quando osservate le ninfee di Monet: un passo indietro per carpire lo stagno, la riva, gli alberi; un passo avanti, per perdersi nei dettagli della meravigliosa ninfea e sforzarsi di capirne le pennellate che la rendono così concreta ma al tempo stesso sfuggente.
Buona lettura.

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Federica Amato ne dice: se lo conosci appena, Francesco Sabaini lo descrivi come pignolo, se lo conosci bene puoi permetterti di definirlo addirittura sentenzioso. Tuttavia, la sua saccenza finisci per amarla. Sceglilo come compagno di viaggi, se sei coraggioso anche come compagno di concerti. A forza di sperimentare, tra arte e andirivieni per il mondo, ne ha fatta di strada e tra diverse piste alla fine ha scelto la ciclabile. Scrive "La città esterna".