Il supermercato non è più il mio posto preferito

Illustrazione di Luca Tagliafico

Mi piacerebbe raccontarvi che questa quarantena, come a tutti voi, mi ha regalato tempo da investire in cucina e che probabilmente quando sarà finita avrò dei chili in più da affrontare e aprirò una panetteria. Ma per me non è stato così. Ho ritrovato molto tempo per cucinare sì, ma questo tempo mi è servito finalmente per tornare a cucinare in maniera sapiente e cosciente. Sorprendentemente non sono ingrassata e ho ridotto con molta facilità alimenti che non mi facevano bene ma rappresentavano solo un’isola di conforto nei down della vita quotidiana e le montagne russe ormonali. Ma se a voi è successo il contrario, va benissimo così.

Non è questo che voglio raccontarvi davvero.

La quarantena ha modificato drasticamente il processo di reperibilità delle mie materie prime e anche la loro qualità. 

Mi ha costretta a cambiare i miei fornitori, che con tempo e pazienza avevo selezionato uno ad uno, ma vabeh, ho pensato, mangerò un po’ di merda per i prossimi mesi, cosa vuoi che sia. 

La prima spesa che ho dovuto fare, essendo una novellina dell’isolamento, ho ben pensato di farla al supermercato più vicino a casa (800 metri da casa) e come indicato dal sindaco del mio comune, sono andata in macchina. Questo per me è stato il primo, grande, disappunto. Ho fatto 800 metri in macchina e mi è sembrato un crimine.  

La spesa è stata un trauma: veloce, nel panico più totale, incredula e giudicante nei confronti di chi non aveva mascherina e guanti, nel caos di chi non sa cosa e come toccare, dimenticandomi della maggior parte delle cose sulla lista, perseguitata da un sentimento di insicurezza e incredulità di fronte alle sezioni vuote di uova, lievito, farina. Ho pagato e imbustato con l’unico desiderio di uscire, togliermi la mascherina e finalmente respirare (non so che dire, io ne ho provati tre tipi diversi e con nessuno riesco a respirare decentemente).

Una volta affrontata la mole gigantesca delle borse, il secondo gigantesco disappunto è stata la quantità di confezioni che avevo portato a casa insieme al mio cibo. Durante questa quarantena ho prodotto l’immondizia che normalmente produco nel doppio (forse nel triplo!?) del tempo, con un aumento soprattutto della plastica (e del vetro, lo ammetto, sbevazzo parecchio). Questa cosa mi ha buttato molto giù, soprattutto perchè proprio ultimamente, la mia spesa era diventata molto virtuosa da questo punto di vista. Mi ha consolato leggere nelle stories di Lauren Singer (su instagram @trashisfortossers, due anni di rifiuti indifferenziabili contenuti in un vaso da conserva), che era successa la stessa cosa anche a lei. Mi ha rincuorato molto sapere che una delle guru dello stile di vita a rifiuti zero fosse incappata nella mia stessa situazione, ma dall’altro lato mi ha fatto pensare all’impatto della cosa: se capita a me, non voglio immaginare al resto del mondo.

Per non parlare della leggera ansia che mi affanna il respiro quando penso alla quantità sproporzionata di mascherine e guanti monouso che stiamo gettando nell’immondizia (o nel nostro mondo).  

Però, memore del training autogeno che mia madre mi ha inconsapevolmente instillato per affrontare le mie crisi giovanili, ho deciso che non era il caso di disperarsi ma anzi, di fermarsi, respirare, agire. Tanto, almeno il tempo, adesso l’avrei avuto. Ho cominciato, ve-ra-men-te, ad informarmi sulle possibilità di comprare da fonti alternative anche durante la quarantena, per riuscire ad evitare di annegare nelle confezioni. Ho sviscerato i siti degli agriturismi, dei negozi di ortofrutta, dei gruppi di acquisto solidale e anche dei produttori stessi. Ho scandagliato i social e ho scoperto che tanti, compresi i miei negozi del cuore, si erano organizzati per poter offrire un servizio a domicilio o un punto di distribuzione, per continuare a garantire prodotti buoni, a km zero, privi di eccessivo confezionamento e a un prezzo accessibile anche durante la quarantena. 

A quel punto mi sono un po’ arrabbiata con me stessa e anche con il resto del mondo: in quel supermercato ci sono tornata altre volte e nonostante maggiori accorgimenti, ne sono sempre uscita decisamente poco soddisfatta (NB: io amo fare la spesa di cibo, mi regala un piacere pari solo a mangiare poi il cibo che compro). Poi un giorno mi sono rotta del coronavirus, la quarantena, la mia pigrizia e i sacchetti di plastica con le etichette di carta (a morte!) e ho comprato la spesa da un agriturismo: ricotta in confezione di plastica lavabile che ho riutilizzato tipo un milione di volte, cassetta di verdura con zero sacchetti (vi giuro che se le verdure si toccano tra di loro non esplodono! Test effettuato a mio rischio e pericolo), pane spaziale da quanto era buono in sacchetto di carta riciclabile e altre cose che ora non ricordo. Qualità media dei prodotti 9/10. Quindi ho successivamente deciso di ordinare della spesa anche nel mio negozio di sfuso preferito (ok, è anche l’unico della città, lo ammetto). Ho letto su Facebook le istruzioni e ho ricevuto il listino via WhatsApp. Giorno e luogo di ritiro e sbam! Spesa fatta! La qualità è tipo 100/10 quindi inutile parlarne oltre. Potrei continuare, perché poi non ho più smesso. 

Ho ritrovato un po’ del piacere per la spesa, perchè prima di tutto, ho potuto scegliere tranquillamente, senza ansie da contaminazione; è un lusso che mi concedevo spesso nei miei acquisti: la calma. E poi si è aggiunta la sorpresa di vedere solo all’ultimo momento quello che acquistavo e non esserne mai delusa. 

Ma non è stata la scoperta più incredibile: ho scoperto che quando credi in quello che fai, devi continuare a farlo e basta. Nonostante tutto, alla fine scopri che è impossibile solo se tu decidi che lo sia, ma soprattutto ho scoperto che non sei sol@. Certo, forse devi scavare un po’, devi metterti alla ricerca, ma neanche così tanto in fondo. Esistono tante, tantissime persone, che credono nel tuo stesso sogno e lo condividono con te. E credo che questa sia la migliore consolazione dell’essere umano, e mai come in questo periodo ce ne siamo resi conto. Non siamo soli. 

Proprio perchè non siamo soli però, facciamolo, dai.

Qui sotto, se vi interessa, le piccole gioie della mia quarantena:

Frigo vuoto e voglia zero:

Il mio vino è:

Prodotti secchi e robe varie indispensabili e che creano dipendenza:

Il supermercato. Punto.

E per sapere di cosa parlo quando parlo di rifiuti zero (anche se esiste un universo da esplorare) basta un’occhiatina su Instagram a:

@rifiutizeroinpillole

@trashisfortossers

@thezerowasteguide

@maxlamanna

IL TEMPO RITROVATO È LA NUOVA SERIE DI ARTICOLI SPECIALI DI LUNGOIBORDI CHE RACCOGLIE I FRUTTI DI QUESTA QUARANTENA.

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Giacomo Mozzo ne dice: Caterina è sempre in grado di sorprenderti. Talvolta si annuncia per una birretta serale, ma non la vedi proprio arrivare. Altre volte promette una cena nella sua splendida casa, ma sul più bello salta tutto. Sarà che lavora troppo, sarà che è sempre in giro. Sarà che ha semplicemente troppi interessi da seguire, troppe amicizie internazionali da assecondare...Quando però avete la fortuna di passare del tempo con lei, rimarrete sorpresi pure dalla sua straordinaria carica di entusiasmo ed affetto, nonché estasiati da tutto ciò che, con amore e dedizione, è in grado di cucinare. Vi invito caldamente a seguirne i consigli culinari. Non ve ne pentirete. Mi ha insegnato che in cucina si può girare il mondo e navigare l'animo umano. Scrive It's a piece of cake.