Il cinema ritrovato: le mie fasi della quarantena

marco russo il cinema ritrovato

Illustrazione di Luca Tagliafico

Se qualcuno dovesse recuperare la lista esaustiva di tutti i film che ho avuto modo di vedere negli ultimi due mesi, probabilmente mi consiglierebbe di andare da uno bravo.
Non perché siano tanti –  lo sono: ho avuto parecchio tempo libero a disposizione – ma piuttosto per la naturalezza e la noncuranza con cui sono passato dai vari Hitchcock a prodotti così scarsi che se improvvisamente qualcuno fosse entrato in sala durante la mia visione mi sarebbe venuto d’istinto di girare canale per la vergogna.

Per farla breve, da quando Andrea ha deciso di lanciare questo speciale su Lungoibordi, mi sono ritrovato a ripercorrere i film che ho visionato da quando la quarantena ha avuto inizio. In molti casi si trattava di titoli che avrei voluto vedere da diverso tempo e che per un motivo o per l’altro non avevo mai preso in mano. In altri casi, invece, si trattava di lavori che avevo volutamente snobbato in passato e forse sarebbe stato meglio continuare su quella strada. In altri ancora, di film che non conoscevo minimamente.

Ad ogni modo, nel portare avanti quest’attività di ricostruzione, ho realizzato come i titoli in cui man mano mi imbattevo offrivano uno spaccato piuttosto accurato dei diversi stati d’animo che mi hanno accompagnato nel corso di questo lungo periodo trascorso tra le mura domestiche: dal pensiero che ma sai che alla fine ‘sta quarantena non è così male all’essere lì lì per gettarsi dalla finestra.

Si può dire perciò che durante questi due mesi abbia affrontato tre diversi periodi caratterizzati da altrettanti stati d’animo prevalenti. Per comodità, da qui in poi le chiameremo (non a caso) fasi.
Tenendo fede alle premesse di base su cui sei anni fa decisi di creare questa rubrica, ho fatto una cernita di quei titoli (visti da me per la prima volta) che meglio mi aiuteranno a descrivere ciascuna di esse.

La prima fase è quella che senza troppe remore può essere nominata la fase sclero. La fase sclero comprende all’incirca le prime due settimane di quarantena, cominciata per me il 24 febbraio, durante le quali ho digerito più o meno tutto ciò che mi capitava sott’occhio senza alcun filtro di giudizio. È quella fase in cui, per capirci, ti butti annoiato sul divano e vedi che in tv danno l’ultimo di Pieraccioni e te lo fai andare bene. Il che non significa necessariamente che durante questo periodo mi sia imbattuto unicamente in film tremendi, ma semplicemente che questo rischio era piuttosto elevato.
Già col primo esempio capirete cosa intendo.

The Lego Movie 2 di Mike Mitchell

Avendo parecchio apprezzato il precedente episodio diretto da Phil Lord e Christopher Miller (quelli di Piovono polpette, per intenderci) ho approcciato questa pellicola con una certa serenità.
E, infatti, la trama riprende esattamente da dove si era conclusa nel film originale.
Significa che non lo si può apprezzare senza aver visto il capitolo precedente? No.
Innanzitutto perché è un film sui Lego e non è che ci vuole la scienza.
Secondo, perché Lord e Mitchell hanno saggiamente distribuito alcuni spiegoni all’interno della pellicola per permettere a chiunque di godersela in autonomia.
E, proprio come il primo capitolo, The Lego Movie 2 è un film piuttosto dirompente che colpisce per l’innovativo approccio al medium (la quarta parete viene infranta svariate volte e i pupazzi trasformano tutto ciò che gli viene detto di fare dai bambini in decisioni proprie), per il racconto che non si prende mai troppo sul serio (un esempio su tutti: quando il cattivo si finge buono, il film non pretende di ingannare lo spettatore con un colpo di scena così telefonato) e infine per la resa su schermo piuttosto impressionante. 

Omicidio all’italiana di Marcello Macchia (Maccio Capatonda)

Credo di essermi addormentato un paio di volte durante la visione di questo film.
Preferisco perciò immaginare quale genere di pressioni possa aver avanzato Medusa Film per convincere il regista a partorire una simile fatica.

“Allora Maccio. Ora serve che tu ci faccia un film semplice, abbastanza grottesco e perché no, anche un po’ demenziale. Qualcosa di Zaloniano che faccia ridere ma allo stesso tempo finga di puntare il dito contro la società e la classe politica.”
“A dire il vero io pensavo più a un noir che affronti l’annoso tema dell’eutanasia nel nostro Paese…”
“Scherzi? La gente vuole Maccio Capatonda. Ci metti Maccio Capatonda e basta.”
“Come al solito. Chiaro.”
“Ma dando anche l’impressione di un sottotesto impegnato e critico. Che ne so… buttaci una qualche frecciata alle trasmissioni di cronaca nera… la butto lì, fai tu.”
“Va bene. Per quanto riguarda il cast, penso che Elio Germano come co-protagonista sarebbe perfetto.”
“E perché mai? Rivolgiamoci ai tuoi soliti attori feticcio che il pubblico ha già conosciuto e digerito.”
“Ok.”
“E la Ferilli pure.”
“Va bene.”
“Ti è tutto chiaro?”

Maccio Capatonda annuisce.

Pompeii di Paul W. S. Anderson

Ve l’ho detto. È stato un periodo difficile.

Il testimone invisibile di Stefano Mordini

Non ho visto il film spagnolo originale Contratiempo ma non credo sia necessario per parlare dell’ultimo lavoro di Mordini, che è, a mio parere, un film godibilissimo adatto per una qualunque serata in cui non si hanno in programma partite di Risiko online con amici.
Il plot si poggia su una battaglia dialettica ingaggiata da un imputato con il suo super-mega avvocato difensore. Mentre l’uno sembra sempre non rivelare i fatti nella sua interezza, l’altro lo smaschera ogni volta regalando allo spettatore tutta una serie di colpi di scena. Così, il nastro della vicenda si riavvolge più volte e ad ogni diversa retrospettiva si aggiungono nuovi particolari che aiutano lo spettatore ad arrivare alla verità.
E la cosa, al netto di un colpo di scena finale non troppo credibile, mi ha preso parecchio.
Poi c’è il lato tecnico, che è tutto un altro paio di maniche.
In particolare il montaggio, che come si può intuire in virtù di quanto scritto sopra rappresenta il principale cardine, è realizzato in maniera un pelo pretestuosa e a tratti risulta sgrammaticato (c’è una delle peggiori scene di incidente stradale mai girata nella storia del cinema).
La fotografia è così plumbea e fredda in ogni singola sequenza di pellicola che pare fatta apposta per giustificare come mai tutti i personaggi indossino maglioni a collo alto.
Scamarcio poi non proprio in formissima.
Mi rendo conto di non averlo venduto nel migliore dei modi. Ma, al netto di tutto, ricordo che questo film era riuscito a svoltarmi un sabato sera altrimenti noiosissimo.

Così, tra un film opinabile e l’altro, sono approdato finalmente alla seconda fase, che è quella in cui ho maturato consapevolezza dei mezzi e del tempo a mia disposizione. In questo periodo ho quindi avuto modo di recuperare film usciti al cinema negli ultimi due anni, vale a dire dal momento in cui mi sono trasferito a Milano per lavoro e le sale cinematografiche ho cominciato a vederle col binocolo.
Partiamo col botto.

Dogman di Matteo Garrone

Mi vergogno abbastanza ad ammettere che c’è voluta la quarantena per farmi recuperare questo (enorme) film di Garrone, che impressiona per tutte le scelte fatte.
Dal setting, a metà tra il proscenio di un teatro e un villaggio West in cui spiccano pochi ambienti ma indispensabili alla narrazione: una sala slot, un Compro Oro, una toeletta per cani di proprietà del protagonista.
Ai personaggi, pochi ma caratterizzati come Dio comanda.
Alle interpretazioni, con Edoardo Pesce e Marcello Fonte che spiccano su tutti portando a casa l’interpretazione della vita.
Alla capacità di Garrone di partorire un’opera così potente senza concedere allo spettatore alcun elemento di spettacolarizzazione.
All’epilogo, che chiude la vicenda in maniera netta e straziante.
Tra le mie scoperte fatte durante questa quarantena, Dogman si posiziona sul podio.

Ad Astra di James Gray

Se dovessimo rappresentare le emozioni che ho provato durante la visione di Ad Astra con un grafico a torta, noteremmo un grosso spicchio rappresentato dall’eccitazione per la visione di un film ambientato nello spazio e presentato in anteprima all’ultima Mostra del Cinema di Venezia (sto facendo uno sforzo enorme per non proporre paragoni con Gravity altrimenti qua facciamo notte). Una fetta più ampia, tuttavia, dalla disillusione che mi ha travolto da metà pellicola in poi.
Ad Astra è stato uno degli ultimi film per cui mi sono detto Questo Marco devi assolutamente andare a vederlo al cinema e che poi puntualmente mi sono fatto sfuggire.
Per questo motivo, quando mi sono buttato sul divano e cliccato play ero armato delle più alte aspettative possibili. E alla prima spettacolare sequenza che introduce la vicenda, ero lì lì per urlare al capolavoro.
Pian piano lo spettatore comprende che l’intento di Gray è quello di portare, ancora una volta, il rapporto genitore-figlio su un piano extra-terrestre, che è un parallelo riproposto svariate volte dal cinema di fantascienza degli ultimi anni.
In Gravity, Sandra Bullock doveva metaforicamente rimettere i piedi a Terra per affrontare il lutto della figlia.
In Interstellar, Matthew McConaughey cercava di comunicare alla propria figlia che “loro” in realtà siamo “noi”.
In First Man, Ryan Gosling provava ad “andare a prendere la Luna” per elaborare anch’egli il lutto insopportabile della propria figlia.
In Ad Astra, Brad Pitt parte alla ricerca di suo padre, giunto ai confini del sistema solare alla ricerca di forme di vita, per poi scoprire che quest’ultimo ha dato via di testa e intende restare lì per il resto della propria vita (coff coff Apocalipse Now, coff). In Ad Astra, in altre parole, il messaggio che arriva allo spettatore è che la voglia di esplorazione e conoscenza si tramuta alla lunga in un’ossessione suicida e deleteria, che francamente non sembra la strada migliore per approcciare al genere della fantascienza.
Poi c’è il personaggio di Brad Pitt, un astronauta impeccabile che dimostra valori cardiaci bassissimi anche quando attorno a lui accadono le peggio cose. E questo aspetto servirà a giustificare come mai il personaggio dimostri per tutta la durata della pellicola una certa impassibilità e una calma surreale. Allo spettatore è dato modo di cogliere un qualche accenno di pathos da una simile interpretazione? Assolutamente no.
Aggiungiamoci pure che il protagonista è uno che narra e commenta TUTTO ciò che gli passa sottomano, usando le parole per descrivere tutto ciò che lo spettatore dovrebbe cogliere unicamente con la vista (è cinema, cazzo, non un audiolibro!).
Questo, in sostanza, è ciò che mi è parso Ad Astra. Un prodotto d’intrattenimento mediocre e un film d’autore riuscito anche peggio.

Il re di David Michôd

Si tratta una rivisitazione parziale della saga di Enrico di Shakespeare.
Avrei molte difficoltà a scrivere qualcosa di vagamente oggettivo a riguardo.
Mi limito a dire che l’ho visto e rivisto.
E che nei giorni scorsi l’ho consigliato praticamente a chiunque.
Anche al tizio che lavora in Posta quando sono andato a ritirare la multa.

Vice – L’uomo nell’ombra di Adam McKay

Si potrebbe parlare della solita grandissima prova attoriale di Bale e chiuderla lì.
Ma quello che più mi ha entusiasmato durante la visione di quest’ultimo lavoro di Adam McKay, esattamente come accadeva in La grande scommessa, è la volontà del regista di forzare la mano col montaggio e con la messa in scena al punto da configurarsi quasi come un protagonista invisibile. Sembra quasi che McKay abbia ricevuto il materiale girato da qualcun altro e, dopo aver pensato che palle, ma chi se la guarda ‘sta roba?, si sia divertito a rimontarlo per rendere il film più divertente inserendo didascalie, rompendo la quarta parete spesso e volentieri o (questa mi ha steso) fingendo di far finire il film a metà pellicola.
E poco importa se il ritratto che viene offerto dell’ex vicepresidente statunitense Dick Cheney riesca o meno ad appassionare lo spettatore. Vice – L’uomo nell’ombra va oltre questo.

Arriviamo quindi alla terza e ultima fase, quella che ristabilisce lo status quo. Dico questo con una certa soddisfazione perché, proprio come accadeva ai tempi in cui curavo regolarmente questa rubrica, nelle ultime settimane ho di fatto ripreso a vedere i film che mi incuriosiscono nel momento in cui vengono distribuiti. Questa parentesi durerà? Probabilmente no, ma me la faccio bastare.
Come facilmente intuibile, si tratta esclusivamente di film distribuiti di recente sulla piattaforma Netflix.

Ultras di Francesco Lettieri

Ultras è un film poco riuscito e su questo siamo tutti d’accordo.
E, se come me siete fan sfegatati di Liberato e attendete l’uscita di nuovo videoclip girato da Lettieri come fosse l’ultimo film di Tarantino (confesso), so quanto sia stata amara la delusione. Ma cerchiamo di farci forza e andare avanti.
Perché Ultras è una storia di marginalità e di periferia come tante altre, che si concentra non tanto sui personaggi o sulle loro sfaccettature quanto su aspetti di contorno quali tagli di capelli surreali, tatuaggi trash e panze oscene.
Ultras parte infatti col raccontare per sommi capi una storia d’amore ambientata nella provincia, dove i personaggi secondari non sono caratterizzati in alcun modo e fungono unicamente da elementi sullo sfondo.
Per poi prendere una incomprensibile deriva fantasy.
Il Napoli si ritrova in testa al campionato e si gioca l’ultima in trasferta a Roma.
Gli ultras si guardano bene dal fare uso di cocaina (se non per una brevissima scena sul finale).
Criminalità organizzata negli stadi poi? Questa sconosciuta.
E a parte qualche bella fotografia e le interpretazioni di Aniello Arena e Antonia Truppo, c’è poco altro da segnalare.

Il buco di Galder Gaztelu-Urrutia

(Certo, la situazione è tragica se davvero dobbiamo ridurci tutti a parlare di film del genere ma quest’è.)
La prendo un po’ larga.
Quando nel 2013 Bong Joon-ho se ne uscì con Snowpiecer, un film ambientato interamente all’interno di un treno in movimento, il suo intento era quello di realizzare un prodotto di intrattenimento che offrisse allo spettatore una certa chiave di lettura allegorica dell’ambientazione e quindi della vicenda nel complesso, senza che tutto ciò che fosse messo in atto o detto dai personaggi seguisse necessariamente tale impostazione.
Era chiaro a chiunque che quella pellicola non si limitava a narrare la storia di un tizio che soggiorna in terza classe e lotta contro lo strapotere degli altri vagoni ma che ci fosse qualcos’altro sotto.
E così vale per tutta la cinematografia di Blomkamp o per la totalità dei film di fantascienza che hanno affrontato il tema della disparità tra classi sociali, prima che Galder Gaztelu facesse il suo ingresso nel mondo del cinema.
Ne Il buco, lo spettatore è continuamente imboccato di ogni singola metafora partorita dalla mente degli sceneggiatori. Per carità, anche a me capitano giorni in cui torno a casa stanco la sera e avrei voglia di trovare la pappa pronta sul tavolo. Poi però alla lunga mi sentirei un cretino al pensiero di avere una cucina in casa e non sfruttarla mai – cosa che in realtà accade ma questa è un’altra storia.
Ogni singolo passaggio narrativo è spiegato e ripetuto svariate volte da ciascuno dei personaggi coinvolti. E, quando il messaggio rischia di non essere sufficientemente chiaro, vengono piazzati momenti onirici con personaggi terzi comparsi dal nulla al solo scopo di ripeterci la lezioncina.
In pratica per novantaquattro minuti si ha la sensazione opprimente di stare a guardare un film con un amico logorroico che continua a commentare tutto ciò che vede.
Sino al finale, anch’esso dispiegato in maniera esaustiva scongiurando ogni rischio interpretativo:
La bambina è il messaggio. È lei il messaggio!
Ah ok grazie. 

Il silenzio della palude di Marc Vigil

Avete presente quei film in cui la fotografia e la messa in scena sono di così basso livello che vi sembra di guardare una fiction su Rete 4?
Ecco.

CONDIVIDI
Articolo precedenteLo sport che non si è fermato
Articolo successivoIl supermercato non è più il mio posto preferito
Andrea Nale ne dice: 24 anni, laureato in Economia e Commercio e ora frequenta la magistrale in Finanza quantitativa. Tutte cose piuttosto pallose e che non hanno alcun nesso col cinema. Le sue uniche abilità quindi sono quella di saper vendere bene le quattro acche che ha imparato da autodidatta e, complice il fatto che va al cinema una o due volte a settimana, quella di essere abbastanza presuntuoso da sbandierarle. Risulta tuttavia molto difficile non guardare un film dopo averne letto una sua recensione. Scrive "CinemaScope".