Favole interrotte

Illustrazione di Luca Tagliafico

Le istituzioni calcistiche hanno impiegato un po’ di tempo a capire che le competizioni andavano sospese, a realizzare che non c’erano più le condizioni per proseguire, ad arrendersi al fatto che per una volta lo show non poteva proprio andare avanti.

Ci siamo abituati a giornate senza sport, forse non ne sentiamo nemmeno tanto la mancanza, perché è evidente che ci siano cose ben più importanti al momento. Non si può certo negare, né sottovalutare, l’aspetto sociale, di intrattenimento, di sana distrazione che lo sport assume nelle nostre vite, ma in questi due mesi non ci sono stati gli estremi per pensarci. In Germania il campionato è già ripreso, arriverà il giorno in cui anche negli altri paesi si tornerà a godere di questa sana passione, in cui l’amore per questo sport tornerà a dominare. In questo periodo abbiamo dunque riassaporato le grandi partite del passato, facendoci cullare dai ricordi, secondo quel gusto per il vintage mai così forte come ultimamente.

Per rendere l’idea della portata della situazione, limitandoci al nostro campionato, in 122 anni di storia l’unico precedente di sospensione risale alla stagione 1914-1915, quando l’Italia si apprestava a fare il suo ingresso nella Prima Guerra Mondiale. E con uno scenario che permane nebuloso e in continua evoluzione, fare previsioni sul futuro prossimo risulta ancora alquanto arduo. Ci sono comunque delle squadre che, a causa dello stop forzato alle competizioni, hanno visto interrompersi le loro grandi cavalcate. Percorsi che qui vogliamo celebrare. Senza parlare di rammarico o sfortuna, di delusioni o polemiche, di campionati dalla regolarità falsata, che, in momenti come questo, non ci pare proprio il caso.

Lazio

Sono stati anni particolarmente positivi, per la Lazio, quelli vissuti con Simone Inzaghi in panchina. Un progetto portato avanti con idee chiare e lungimiranza, un gruppo solido e compatto, una mentalità sempre più adatta alle posizioni di vertice. Nei quattro anni alla guida dei biancocelesti, il tecnico piacentino ha saputo conquistare una Coppa Italia e due Supercoppe, mentre il grande obiettivo di una sacrosanta e legittima qualificazione in Champions è sempre sfumato sul più bello e in modo talvolta rocambolesco e bruciante. È il caso, ad esempio, dell’ultima giornata del campionato 2017/2018, con la decisiva sconfitta subita all’Olimpico contro l’Inter.

In questa stagione, la Lazio non ha avuto un avvio esaltante, ma dopo il k.o. nella San Siro nerazzurra alla quinta giornata ha inanellato una splendida striscia di 21 risultati utili (17 vittorie e 4 pareggi), ancora aperta al momento dello stop. Per l’entusiasmo, la continuità e la qualità di gioco espressa, con una manovra sempre rapida e verticale, e pure per le due vittorie in altrettanti incroci stagionali contro la Juventus, la formazione del minore dei fratelli Inzaghi meriterebbe senza dubbio di veder concretizzato il suo splendido cammino.

C’è tra l’altro una duplice curiosità legata al club capitolino: come detto, per trovare il caso di un campionato interrotto e mai portato a termine bisogna risalire al 1915. Non era nemmeno Serie A, ma Prima Categoria, non c’era il girone unico (introdotto nel 1929), bensì due raggruppamenti (Nord e Centro-Sud). Al momento dell’interruzione del torneo, dovuta all’entrata in guerra dell’Italia, mancava una sola giornata alla conclusione del girone Nord (quello considerato maggiormente competitivo), con il Genoa in testa. La FIGC, con decisione post-bellica, optò per l’assegnazione del titolo al Grifone, adducendo come motivazione semplicemente la maggior competitività del girone settentrionale. Uno Scudetto ancora oggi oggetto di ricorsi, discussioni e rivendicazioni biancocelesti. Infine, nel 1973 un’epidemia di colera colpì l’Italia meridionale (in particolare Campania, Puglia e Sardegna) tra agosto e ottobre, provocando complessivamente 24 vittime. Numeri risibili rispetto alle drammatiche cifre di oggi, numeri tali da non pregiudicare il regolare svolgimento del campionato, terminato proprio con la conquista dello Scudetto da parte della Lazio di Tommaso Maestrelli.

Atalanta

Uno stupendo ciclo che dura ormai da quattro anni, una parabola che ha trovato il suo picco (per il momento) in una notte giunta proprio all’inizio del periodo più buio per la città di Bergamo. Una notte da vivere tra uno stadio vuoto, a Valencia, e una città deserta, Bergamo, con la gente costretta in casa dal lockdown. E al termine dell’impresa del Mestalla, una dedica commovente, una frase d’incoraggiamento sulla maglietta: “Bergamo è per te, Móla mía”.

Otto gol agli spagnoli tra andata e ritorno, una sensazione di superiorità disarmante, una qualificazione mai in discussione. Una prima volta in Champions vissuta con una maturità incredibile, lo scotto del debutto provato solo nelle prime tre partite: un girone iniziato malissimo, ma il cui esito è stato ribaltato con grande spirito e carattere. Un attacco semplicemente formidabile e giocatori all’apice del loro splendore, col Papu Gómez leader tecnico ed emotivo, Iličić travolgente e mai così continuo, gli esterni, vero centro di gravità del gioco di Gasperini, incontenibili e prolifici. E poi un settore giovanile prodigo di straordinari talenti, con la formazione Primavera che sta dominando il campionato e tanti baby già lanciati in prima squadra.

Gasp, nel 2016, dopo poche giornate sembrava ad un passo dall’esonero. Ma la società, nonostante una sola vittoria ottenuta nelle prime cinque, ha avuto pazienza e gli ha confermato la fiducia. Risultato: un’incredibile escalation di prestazioni e risultati, una costante presenza nelle zone alte della classifica. E ora, il sogno Champions ancora più vivo che mai.

Liverpool

Un titolo di campione d’Inghilterra che manca addirittura dal 1990, quando la Premier League, creata nel 1992, ancora non esisteva. Una delle squadre più blasonate al mondo che non figura nell’albo d’oro del campionato più ricco del pianeta. Una vera maledizione, considerando che in questo lasso di tempo i Reds sono stati capaci di vincere due Champions League, una Coppa UEFA e tre Supercoppe Europee.

Per il Liverpool, la Champions ormai non basta più. Una medicina dolcissima che non è più in grado di alleviare l’attesa per un titolo a lungo inseguito e ormai divenuto ossessione. Nel 2014 la beffarda scivolata di Steven Gerrard, la scorsa stagione un vantaggio di 7 punti dilapidato e un campionato perso nonostante uno score di 97 punti (record per una squadra giunta seconda in Premier League).

Quest’anno sembrava tutto perfetto. Una marcia di forza e ferocia disumane: 27 vittorie, 1 pareggio, 1 sconfitta; 82 punti su 87, +25 sul Manchester City secondo. La banda di Klopp ha un solo obiettivo in testa, forse anche a discapito della Champions, con l’eliminazione subita dal coriaceo Atletico Madrid di Simeone agli ottavi. Sulla sponda rossa del Mersey, non si vuole assolutamente credere che nemmeno un tale ruolino di marcia possa essere sufficiente per coronare il sogno e concludere un inseguimento lungo tre decenni.

C’è poi il caso del precedente di Mohamed Salah: l’egiziano, 91 gol in poco più di due stagioni e mezza con i Reds, ha già vissuto un campionato sospeso e mai più ripreso. L’1 febbraio del 2012, al termine del match tra l’Al-Masry e l’Al-Ahly, centinaia di tifosi invasero il terreno di gioco dello stadio di Port Said e negli scontri tra le due tifoserie e la polizia egiziana ci furono 74 morti e quasi mille feriti. La Federazione egiziana sospese il campionato in corso e quello successivo, 10 tifosi dell’Al-Masry vennero condannati a morte. Si parlò di una rivolta pilotata dall’ex presidente Hosni Mubārak, dimessosi un anno prima, per scatenare nuovamente il caos all’interno del Paese. Un’autentica vendetta, una lezione esemplare impartita agli Ahlawy (gli ultras dell’Al-Ahly), decisivi, la primavera precedente, nel difendere piazza Tahrir dalle cariche di esercito e polizia.

Mohamed Salah all’epoca aveva 19 anni e militava nell’Al-Mokawloon, una piccola squadra in lotta per non retrocedere. Al termine di quella stagione mai conclusa cominciò la propria carriera in Europa. Quando, nel febbraio 2015, passò alla Fiorentina in prestito dal Chelsea, decise di indossare il numero 74 in memoria delle vittime di quella sera maledetta. Ma questa è un’altra storia, non divaghiamo.

Lipsia

Il RasenBallsport Leipzig è una società giovane, dalle vicende contraddittorie: è stata costituita nel 2009 dalla multinazionale austriaca Red Bull mediante l’acquisizione del titolo sportivo del SSV Markranstädt, un piccolo club dell’omonima cittadina limitrofa, allora militante nella quinta divisione del calcio tedesco. È poco amata, mal digerita dai tifosi tedeschi, i quali vedono in essa il simbolo di tutti i mali del calcio moderno.

Negli ultimi anni, il RB Lipsia si è imposto come una solida realtà ai piani alti della Bundesliga e anche quest’anno è molto vicina alla vetta, tra l’altro occupata a lungo nel corso del girone d’andata. Soprattutto ha superato in scioltezza il girone di Champions e poi l’ostacolo Tottenham agli ottavi, e ora punta ad essere, al pari dell’Atalanta, mina vagante della competizione. La squadra allenata da Julian Nagelsmann gioca un calcio veloce, intenso, verticale, con l’energia tipica della bevanda da cui prende (impropriamente) il nome.

Al di là delle polemiche, la società è sana, ben strutturata, la sua programmazione lungimirante e di ampio respiro. Questo spiega le quattro promozioni in sette anni, il secondo posto al primo anno nella massima serie e la finale in Coppa di Germania la scorsa stagione. Come detto, in Germania il campionato è ripreso lo scorso weekend, e il Lipsia, nonostante il pareggio contro il Friburgo che l’ha spinto a -7 dal Bayern capolista, vuole continuare a stupire e proseguire con il proprio percorso in costante ascesa.

Verona, Benevento, Leicester e Leeds: tra rivelazioni, miracoli ripetuti e domini interrotti

L’Hellas Verona, la scorsa estate, scattava dall’ultimo posto in una ipotetica griglia di partenza della Serie A, principale candidata alla retrocessione. Ma con un gioco aggressivo e coraggioso, con l’identità tattica, l’organizzazione e la solidità conferite da Ivan Juric, la squadra gialloblù ha stupito tutti: senza grandi nomi, talvolta senza attaccanti di ruolo, con una difesa granitica e un attacco inizialmente asfittico che poi è riuscito a sciogliersi. L’Hellas ha giocato alla pari con tutti e ha messo la ciliegina sulla torta della propria stagione con la vittoria contro la Juve al Bentegodi. Da non sottovalutare, inoltre, la valorizzazione di alcuni giovani prospetti molto interessanti, così come del settore giovanile: la formazione Primavera, infatti, è in attesa di sapere se potrà affrontare la Fiorentina nella finale di Coppa Italia, traguardo storico per la società scaligera.

È una grande stagione per i fratelli Inzaghi in panchina. Se la Lazio di Simone si sta giocando lo Scudetto, il Benevento di Pippo sta volando verso la promozione in Serie A grazie ad un ruolino di marcia impressionante. 21 vittorie, 6 pareggi, una sola sconfitta, lo scarto record di 20 punti sulla seconda e 22 sulla terza. I sanniti sono la squadra da battere della serie cadetta, con elementi sicuramente di categoria superiore, e dopo un avvio stentato (sconfitta contro il Monza in Coppa Italia e débâcle a Pescara alla nona giornata) hanno spiccato il volo: 16 vittorie e 3 pareggi, fino al 4-0 sugli stessi abruzzesi prima dello stop forzato. Pippo Inzaghi si conferma dunque ottimo tecnico per la cadetteria, dopo aver favorevolmente impressionato a Venezia – in attesa della consacrazione al piano di sopra, dove finora ha fallito alla guida di Milan e Bologna.

Una grande stagione agli ordini di Brendan Rodgers (terzo posto in classifica con 53 punti, posto Champions praticamente in cassaforte), con il luminoso apice del 9-0 sul campo del Southampton ad ottobre. Ma la cavalcata del Leicester è stata in parte oscurata dal leggendario titolo del 2016 conquistato con Claudio Ranieri in panchina. Non poteva essere altrimenti, ma va comunque fatto un grande applauso all’ex allenatore di Celtic e Liverpool: soprattutto in un campionato competitivo come la Premier League, ripetersi e ricollocarsi nei piani alti della classifica, a soli quattro anni di distanza da un’impresa di tale portata, non è impresa da tutti i giorni. Addirittura, quest’anno le Foxes sono partite meglio rispetto a quattro anni fa, prima che Liverpool e Manchester City scavassero un ovvio e incolmabile solco. Il punto in comune che unisce questa squadra con quella del 2016 è Jamie Vardy, l’attaccante venuto dalle fabbriche di Sheffield: lui sembra non voler crescere mai, ma solo continuare a correre e segnare, a sognare e farci sognare.

A nove partite dalla fine, il Leeds United guida la Championship con 7 punti di vantaggio sulla terza in classifica. I Whites mancano dalla Premier League dal 2003/2004: solo nel 2001 erano in semifinale di Champions. 16 anni di sofferenze, fallimenti, illusioni di rinascita, per uno dei club più illustri d’oltremanica. L’arrivo del Loco Bielsa era stato dunque valutato come la logica fine di tutti i mali: l’anno scorso un campionato a lungo dominato, poi il calo invernale, i playoff e la sconfitta in semifinale contro il Derby County. In questo 2019/2020 un andamento simile, con la speranza che stavolta il finale sia diverso.
Le figure di Marcelo Bielsa e del Leeds possono essere sovrapposte, per le parabole intraprese negli ultimi anni. El Loco, qualche anno fa, affermava: «I momenti della mia vita in cui sono cresciuto hanno a che fare con i fallimenti. I momenti della mia vita in cui sono peggiorato, hanno a che fare con il successo». E sono allora queste parole a darci la motivazione per il futuro: nell’universo distopico in cui siamo improvvisamente piombati, in un periodo senza calcio, senza sport, senza vita sociale, senza tutto ciò che più amavamo, si nasconde forse l’occasione per rilanciarsi, per riconsiderare priorità, obiettivi, sogni e progetti; l’occasione migliore per crescere.

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Francesco Bonato ne dice: Giacomo Mozzo ama la precisione. E non parlo di quella consuetudine che prevede che ci si faccia trovar pronti all’ora che si è deciso, nel luogo che si è deciso, perché state sicuri che lui è in ritardo. Parlo di quella ricerca del particolare, dell’ordine, delle cose fatte bene col tempo che ci vuole per farle; attenzione maniacale per l’attuale che ti porta ad essere in ritardo per quello che devi fare dopo. Magro, potremmo dire anche smilzo, con i piedi buoni e il cuore grande, ha passione per lo sport, in particolare il giuoco del calcio. Viene spesso paragonato ad un’enciclopedia, pozzo di sapienza e archivio di statistiche, le quali sapientemente utilizza per condire belle storie. Altro? Ama viaggiare. La sua valigia rimane così perfetta che, a vederla, non capite se deve ancora partire o è appena tornato.