Com’era bello il rumore della scuola

Illustrazione di Luca Tagliafico

Testo di Vanessa Pesarini

Parlare della scuola italiana è un po’ come parlare di quello studente che “è bravo ma potrebbe fare di più”, il che suona un po’ paradossale. Solo che la risposta alla domanda legittima “e cosa può fare per migliorare?” richiederebbe molto più tempo e molte più competenze di quante ne abbia io.

Non voglio elencare tutte le lacune che la nostra scuola, ahimè, si porta dietro da anni, perché le conosciamo tutti – tutti, anche chi non ci lavora, la scuola l’hanno vissuta e qualcosa da dire ce l’avrebbero.

Tuttavia, la ormai famosa didattica a distanza a cui ci siamo dovuti piegare in questo sfortunato periodo ci ha sbattuto in faccia una realtà di cui eravamo a conoscenza ma che mai come ora abbiamo dovuto affrontare seriamente. 

Tra tutte le lacune di cui soffre la scuola ce n’è una che a mio avviso è la più evidente e quella che, in un certo senso, racchiude tutte le altre. Ho parlato di lacune che la scuola si porta dietro da anni ed è proprio questo il fulcro del problema, che se le porta dietro da anni. Non è azzardato dire che la scuola italiana è tutto sommato sempre la stessa e che il cambiamento, quando c’è, arriva un po’ in ritardo rispetto agli altri paesi europei. L’Italia, lo sappiamo, è come quella nonna che lo smartphone proprio non lo vuole usare, continuerà a telefonarti dal suo telefono fisso con i tasti belli grandi, perché – giustamente – si chiede “perché dovrei abbandonare una cosa che ho usato per anni con successo per adottarne una nuova che richiede un grosso sforzo da parte mia per saperla utilizzare?” La risposta da dare alla nonna è che con lo smartphone si può fare molto più di una semplice telefonata. Ma mentre la nonna ha tutto il diritto di rimanere attaccata alle sue vecchie abitudini, la scuola non può permettersi questa scelta, se la società cambia la scuola deve stare al passo. Ma se è vero che la scuola ha fatto fatica a ragionare su alcune tematiche, mettendole sempre dopo qualcosa di più urgente, adesso è obbligata a fare oggi quello che avrebbe preferito fare domani. 

La didattica a distanza ci ha urlato nelle orecchie che gli insegnanti non erano preparati a usare la tecnologia per fare scuola. Perché, no, saper accendere una LIM non è sufficiente. Non c’è mai stata una vera formazione su questo, per cui gli insegnanti si sono dovuti arrangiare seguendo i webinar più disparati nel tentativo di cucire una toppa nel più breve tempo possibile. Su questo punto è bene aprire una parentesi: per quanto l’insegnante venga spesso considerato un pigrone a cui piace lavorare poco, perché lavora part-time, di fatto si fa tre mesi di vacanza all’anno, e di fatto alcuni il proprio lavoro non lo fanno neanche troppo bene, durante quest’emergenza è risultato piuttosto evidente l’enorme impegno che questa categoria di lavoratori, spesso soggetta a forti critiche e a consigli non richiesti da parte delle famiglie, ha messo in campo per essere all’altezza della novità. Non dico che la didattica a distanza sia stata fatta sempre nel migliore dei modi, ma va lodata la volontà della maggioranza dei nostri insegnati a far funzionare le cose: ci dimostra che la scuola è fatta perlopiù di persone valide, appassionate del loro lavoro e che, se il mondo dell’istruzione non sempre riesce a stare al passo con le novità, la colpa è spesso della politica, frammentata e poco interessata a mettere in pratica riforme pur necessarie.

La scuola però, si sa, non funziona col solo lavoro degli insegnanti. L’impegno delle famiglie è fondamentale, altrimenti è come tagliarsi i capelli da soli: faticoso e i risultati lasciano spesso a desiderare. La didattica a distanza ha posto una lente d’ingrandimento anche su quest’aspetto ed è risultato ancor più evidente il fatto che la riuscita scolastica dello studente, prima ancora che dipendere dalla predisposizione allo studio individuale e dalla situazione economica delle famiglie, è fortemente connessa al grado di coinvolgimento che queste ultime hanno nell’educazione del figlio. In questo momento quest’aspetto è particolarmente evidente nella scuola primaria. Trattandosi di bambini piccoli, è chiaro che se tutto dev’essere fatto attraverso un computer, i genitori devono seguire i figli passo dopo passo svolgendo, di fatto, parte del lavoro che spetterebbe alle maestre, categoria di cui al momento faccio parte anch’io. Noi maestre abbiamo quindi avuto modo di notare che alcuni dei bambini che consideravamo “bravi” prima delle mascherine, delle autocertificazioni e dei dati della protezione civile,  hanno inviato compiti mal fatti o addirittura non li hanno inviati proprio, mentre quelli che in classe raggiungevano risultati più scarsi hanno inviato tutto il materiale richiesto e talvolta anche qualcosa in più. Possiamo dire che mai come ora il ruolo delle famiglie nell’educazione dei figli è stato così cruciale. 

Un altro aspetto su cui siamo obbligati a riflettere ora come mai prima è quello spinoso della valutazione. A distanza si può fare? È legittima? Si può davvero parlare di una cosa vecchia come un voto in una situazione così nuova? Questo ci porta a interrogarci sul valore della valutazione e su qual era lo scopo del voto prima dell’emergenza. Lo scopo era quello di valutare l’apprendimento dello studente tenendo conto di quali modalità avevamo adottato noi insegnanti per raggiungere lo scopo. Ma le modalità che stiamo adottando ora sono sufficienti per parlare di apprendimento? E soprattutto, se è vero che alla scuola primaria vanno avanti solo i bambini che hanno la fortuna di poter essere seguiti dalle famiglie, possiamo davvero valutare il bambino o stiamo valutando i genitori?  

Ma quindi la didattica a distanza funziona o no?

Per funzionare davvero la didattica a distanza dovrebbe apportare dei benefici in primis agli studenti, mi sembra ovvio, ma anche a chi la propone, noi insegnanti appunto.  

È ancora troppo presto per capire davvero come far funzionare la didattica al di fuori delle pareti scolastiche, per cui si fa fatica a rispondere. Cercherò di dare un’idea riportando quella che è stata la mia esperienza di maestra di inglese alla scuola primaria in questi due mesi di lockdown.

Le voci squillanti dei bambini sono state rimpiazzate da quelle delle maestre che chiamano ad ogni ora del giorno, nervose e ancora più stanche di come le ricordavo, perché la situazione è talmente nuova e inaspettata e la scuola italiana così impreparata ad affrontare la didattica a distanza, che i problemi si moltiplicano di giorno in giorno. C’è il problema di raggiungere tutti gli studenti, non tutti hanno i mezzi tecnologici necessari, e come dicevo non tutti hanno i genitori disposti a seguirli. C’è quindi il grosso problema di venire incontro ai genitori prima ancora che ai loro figli, bisogna dare istruzioni chiare su come svolgere i compiti assegnati, bisogna anche cominciare a preparare delle video lezioni perché il programma in un modo o nell’altro deve andare avanti. Pensavo che registrare una video lezione per bambini dai 6 ai 9 anni non avrebbe portato via molto tempo, invece mi ritrovo ad aver perso due ore per registrare un video di 10 minuti sui pronomi inglesi, perché dopo aver terminato la registrazione, riascoltandola mi accorgo che parte di quello che ho detto non si sente chiaramente a causa del cane del vicino che proprio in quel momento si è fatto prendere da un attacco isterico, o dal postino che ha suonato alla mia porta, o ancora dal vecchietto che, privato della possibilità di andare in piazza a farsi il solito bianco con gli amici, ha iniziato a falciare il prato quasi ogni giorno rendendo la mia lezione inascoltabile.

Le riunioni in video chiamata con le altre maestre si moltiplicano, ci scambiamo idee, punti di vista e diamo vita a discussioni che spesso non portano a nulla. Rimane un senso di frustrazione e ci si chiede se i genitori avranno capito in quale piattaforma verranno caricati i compiti questa settimana, se i bambini saranno in grado di digerire gli argomenti nuovi attraverso un video, perché loro sentono la mia voce ma la loro di voce a me non arriva. Ci si chiede anche che ne sarà dei bambini più fragili, si cercano soluzioni che vadano bene anche per loro perché la scuola dev’essere inclusiva anche a distanza, su questo non si discute. 

Delle lezioni in streaming se ne parla, ma alle elementari è un’impresa ardua e decidiamo di fare una prova proponendo alle famiglie un incontro su Meet con tutta la classe. Con i bambini più piccoli è un grande caos, tutti vogliono prendere la parola e il risultato è un groviglio di voci indistinguibili. Ogni tanto riusciamo a cogliere un “mi mancate…” e un pochino iniziamo a commuoverci. L’emozione è tanta per tutti, forse troppa per riuscire a gestirla al meglio. Con i bambini dell’ultimo anno riusciamo a parlare di più e in modo più ordinato. Tutti spengono il microfono come da nostre istruzioni e uno alla volta prendono la parola per salutare la classe. È un susseguirsi di frasi nostalgiche e di visi dagli occhi lucidi, quelli riusciamo a vederli anche attraverso lo schermo. 

“Mi mancano tanto i miei compagni e anche voi maestre, mi manca tutto della scuola”, dice Luca.

“Luca dimmi la verità – gli chiedo – avresti mai immaginato che un giorno avresti detto che ti manca la scuola?”

Lui ride e risponde: “Mai nella vita maestra”.

A fine giornata sono esausta, non esattamente come mi ero immaginata il lavoro da casa. Alle 21.00 riapro la mail istituzionale, creata apposta per questa nuova realtà, sono arrivate altre 10 email dalle sei di questo pomeriggio. Ne apro una che contiene un video, una bambina si è fatta riprendere dalla mamma per mandarmi un messaggio “I miss you teacher Vanessa, I hope to see you soon”, mi commuovo e non solo perché ha pronunciato correttamente tutte le parole della frase. Mi rendo conto che il mio lavoro è fatto di contatti, di scambi di sguardi, di relazioni che non possono essere sostituite da un tablet. 

Mi rendo conto che mi manca il rumore della scuola e che per i miei studenti neanche la più avanzata delle tecnologie potrà mai rimpiazzare una classe piena di amici. 

Per concludere, la didattica a distanza è necessaria in questa situazione di emergenza, può servire per dare uno scossone al nostro sistema scolastico, per aprire dibattiti che vertano al concreto, o almeno è quello che mi auguro, ma la lista dei pro si esaurisce qui e continuiamo a sperare che si possa ritornare presto in quel luogo magico, perché amato e odiato in egual misura, che è la scuola.