Case chiuse, ferite aperte

immagine copertina

Illustrazione di Luca Tagliafico

Il coronavirus e le disuguaglianze in Sudamerica

Oh Argentina, horarios generosos, casa abierta, tiempo para tirar por el techo, todo el futuro por delante.

Questa è una delle descrizioni dell’Argentina che più mi sta a cuore. La frase è estratta dal libro più famoso di Cortázar, Rayuela, e parla dell’Argentina più bella, quella degli orari generosi, le case aperte, del tanto tempo a disposizione (così tanto da essere addirittura buttato, sprecato, “tirado por el techo”) e del futuro ancora da scoprire, tutto davanti.

Una definizione questa che inevitabilmente non si adatta del tutto alla realtà odierna, in questo spazio-tempo alterato dalla pandemia. Le case in questa quarantena sono più chiuse che mai, ma in compenso a espandersi è il tempo, che si dilata e confonde col passare dei giorni e delle settimane. 

Per molti di noi, questi momenti di confinamento si traducono obbligatoriamente in una opportunità di riflessione, introspezione, bilanci, un po’ come quando arriva il mese di dicembre e tutti ci mettiamo a far progetti per l’anno venturo. Solo che stavolta viviamo un momento di riflessione obbligato e più duraturo, nel quale non solo siamo chiamati a ricalcolare ciò che sarà di questo 2020 ormai sconquassato, ma anche a chiederci come sarà il mondo dopo questa enorme crisi ed il nostro agire di conseguenza. 

Io, nel mio piccolo, penso alla mia relazione con il Sudamerica, dai primi passi nel nuovo continente fino agli ultimi cinque anni trascorsi in Argentina. Era il 2010 quando entrai in contatto con il continente sudamericano, con lo zaino in spalla e in mano quel libro di Galeano, Las venas abiertas de América Latina, che mi aiutava a decifrare la miseria che di tanto in tanto mi si presentava davanti. Pochi anni dopo accettai l’invito di svolgere una tesi di dottorato in paleontologia, la mia grande passione, proprio in Argentina, in questo grande paese che da sempre è terra di approdo di genti diverse, alla ricerca di nuove opportunità. Ora, solo cinque anni dopo, di migrante non ho più nulla. A parte il dottorato, ora ho una seconda cittadinanza, una nuova casa, famiglia, amici, un lavoro stabile come paleontologo e todo el futuro por delante.

In questi giorni ho ritrovato il tempo, quel tempo di cui parlava lo scrittore argentino, per farmi trasportare dalla lettura. Horarios generosos per leggere alcuni capolavori che trattano di grandi epidemie, da Saramago a Camus, fino al Decamerone di Boccaccio, per cercare di capire cosa stiamo vivendo ora e come far fronte alle sfide del futuro. L’ho fatto seguendo i consigli del web, dato che in rete abbondano i paragoni tra l’attuale coronavirus e le pandemie del passato. Ed è così che ritroviamo parecchie similitudini, a livello sociale, che accomunano il vecchio batterio della peste ed il nuovo virus di oggi, come la chiusura delle frontiere, la paranoia collettiva, la caccia all’untore. 

Un aspetto però viene trascurato in Europa, mentre è trattato con molta più enfasi da questo lato dell’Atlantico, e cioè il diverso livello di aggressività del virus sui ricchi e sui poveri. 

Nell’introduzione del Decamerone, Boccaccio descriveva così la peste negli strati sociali più poveri nella Firenze del quattordicesimo secolo: 

Della minuta gente, e forse in gran parte della mezzana, era il ragguradamento di molto maggior miseria pieno; per ciò che essi, il più o da speranza o da povertà ritenuti nelle lor case, nelle lor vicinanze standosi, a migliaia per giorno infermavano; e non essendo né serviti né atati d’alcuna cosa, quasi senza alcuna redenzione, tutti morivano. 

E ancora:

 Essi, e per se’ medesimi e con l’aiuto d’alcuni portatori, quando aver ne potevano, traevano dalle lor case li corpi de’ già passati, e quegli davanti alli loro usci ponevano, dove, la mattina spezialmente, n’avrebbe potuti veder senza numero chi fosse attorno andato […]. Questi morti in gran parte terminavano in “fosse grandissime nelle quali a centinaia si mettevano i sopravegnenti: e in quelle stivati, come si mettono le mercatantie nelle navi a suolo a suolo, con poca terra si ricoprieno infino a tanto che la fossa al sommo si pervenia.

Immagini così, come quelle di Firenze all’epoca della peste, non le abbiamo viste in Europa; purtroppo però scene di simile crudezza si sono verificate nel nuovo continente. In America, i danni maggiori si registrano nei Paesi a guida neoliberale, come il Brasile, il Perù, l’Ecuador, per non parlare del pessimo esempio che ci sta dando il centro del capitalismo mondiale, gli Stati Uniti. In questi giorni, Brasile, Ecuador e Perù si avvicinano infatti pericolosamente ai primi posti nella classifica degli stati dove il contagio è più pesante. L’Ecuador è il paese ad aver mostrato finora le immagini più raccapriccianti, come quelle di cadaveri e bare abbandonati per strada o davanti alle porte delle case. Ma l’Ecuador è anche il paese che registra il numero più alto di morti sospette, ovvero quelle dedotte dalla differenza del tasso di mortalità tra il marzo-aprile di quest’anno e quello degli anni scorsi, a dimostrazione di una crisi dalla portata ancora sconosciuta. ll Brasile e gli Stati Uniti hanno vari elementi in comune: oggi sono governati dai peggiori presidenti della loro storia recente, ed entrambi si sono visti totalmente incapaci di gestire l’emergenza, se non addirittura restii nel riconoscerne l’esistenza. Ed entrambi sono stati in questi ultimi giorni costretti a costruire fosse comuni per “stoccare”, come direbbe un Boccaccio di oggi, i cadaveri, in aree lontane da sguardi indiscreti.

In questi ultimi giorni si guarda con sempre maggior preoccupazione ai quartieri più svantaggiati delle grandi metropoli sudamericane: le favelas in Brasile, villas in Argentina, ma anche barrio, chabola, slum, bidonville – paese che vai marginalità che trovi. In Argentina infatti il virus è approdato nelle zone più povere di Buenos Aires, e sta colpendo persone con serie difficoltà non solo a stare chiuse in casa, ma anche a semplicemente lavarsi le mani con acqua corrente. Infatti, chi vive in quartieri disagiati sono per lo più venditori ambulanti che si recano ogni giorno in zone più ricche della città, o si rivolgono al pubblico dei mezzi di trasporto, normalmente molto affollati. Sono moltissimi coloro che hanno bisogno di vendere qualcosa per poter mangiare e che campano con lo scarso guadagno giornaliero. Rincasando, devono fare i conti con condizioni igieniche e di sovraffollamento vergognose per l’epoca in cui stiamo vivendo. Ora queste condizioni sono tornate al centro dell’attenzione. Allarmano tutti, perché la crisi nelle villas può determinare il destino dell’attuale scenario con la possibilità di gettare all’aria gli sforzi coraggiosi finora compiuti.

In Argentina infatti, il presidente Alberto Fernández ha decretato un lockdown tempestivo. Si è entrati in quarantena totale con soli 40 casi registrati, con l’obiettivo di appiattire la famosa curva dei contagi prendendo il virus in contropiede. Lo si è fatto senza indugi e senza minimamente sottostare alla fallace dicotomia salute vs economia, nonostante un paese con un debito attualmente impagabile al Fondo Monetario Internazionale e il rischio default di nuovo alle porte. Queste misure, finora, hanno sicuramente funzionato: l’Argentina, che è stato il primo paese sudamericano a piangere un morto per covid-19 è ora, dopo circa due mesi, tra i meno sofferenti del continente in quanto a numeri di contagi e morti. Il recente arrivo del virus in zone dove l’isolamento è pressoché impossibile è diventato quindi il motivo di maggior preoccupazione. E lo è non solo per chi vive in quei quartieri, ma per tutta la popolazione che inevitabilmente usufruisce delle stesse infrastrutture pubbliche. È un problema che però non riguarda soltanto questo Paese o questo continente, ma il mondo intero. Infatti il virus può trovare in questi contesti focolai difficili da estinguere, dove mantenersi a lungo nascosto, latente, ed evolvere continuamente. 

Il problema è globale e ha bisogno di soluzioni globali. La riduzione del gap sociale è inevitabile ed è la via per fronteggiare le pandemie di domani. Anche di questo si sta parlando in questi giorni in Argentina, occupando gran parte del dibattito pubblico. È allo studio una patrimoniale una tantum, da applicare ai grandissimi patrimoni, superiori ai 3 milioni di dollari, che ammortizzerebbe la caduta economica generata dalle misure di isolamento. Il provvedimento, altrettanto inedito e coraggioso, agirebbe istantaneamente sul sistema sanitario e quello delle piccole imprese e permetterebbe assistenza immediata ai più bisognosi. In questo modo, l’1.1% dei contribuenti andrebbe a risollevare le condizioni dei poveri, il 40% dell’attuale popolazione argentina. Numero esorbitante quest’ultimo, aggravatosi molto nei cinque anni precedenti, come risultato delle disastrose politiche neoliberiste del predecessore Mauricio Macri.   

Dinamiche socioeconomiche del passato si dimostrano nel presente in modo sempre più acceso e, come sempre accade per ogni crisi, sono le persone più svantaggiate a pagarne il prezzo più alto. Non è vero che il virus attacchi ricchi e poveri senza fare differenze. Non lo è stato per le epidemie del passato e non lo è nemmeno per questa. Come molti hanno già detto, ma che mi sembra doveroso sottolineare, per molti l’isolamento è un privilegio. Nonostante l’attuale quarantena e le case oggi chiuse in Argentina, vi sono enormi ferite che qui, ed in tutto il Sudamerica, rimangono aperte. Infatti, quando un virus supera la barriera di specie è l’umanità ad essere contagiata e non solo questa città o quel paese. Il corpo infetto è quello di tutti, ma laddove le vene sono già aperte il danno è peggiore. 

Perché è ovvio che finché si manterrà in piedi il sistema attuale, le conseguenze saranno le stesse. E in un contesto come questo credo che l’Argentina fornisca un approccio diverso alla pandemia che stiamo vivendo globalmente. L’approccio è quello di un paese ai confini dell’universo capitalista, che nonostante si affacci alla nona crisi finanziaria della sua storia, non esita a prendere misure forti e rischiose. Un modo diverso di agire, quello di un paese del sud del mondo che ha sempre guardato all’Europa in modo duplice, come esempio da seguire ma anche per capire dove non dirigersi. Gli esiti finali si vedranno solo nei prossimi anni, ma una cosa è certa: se le scene del Boccaccio si ripetono nel mondo con tanta somiglianza a distanza di settecento anni, significa che l’umanità ha infezioni molto più profonde e radicate dell’attuale coronavirus. 

Link:

https://es.statista.com/estadisticas/1105121/numero-casos-covid-19-america-latina-caribe-pais/

https://www.corriere.it/cultura/20_marzo_15/coronavirus-boccaccio-preannuncia-decameron-nostro-presente-f48881e2-66a8-11ea-a26c-9a66211caeee.shtml

https://www.nytimes.com/interactive/2020/04/21/world/coronavirus-missing-deaths.html?auth=login-email&login=email

https://contropiano.org/news/internazionale-news/2020/04/17/largentina-introduce-patrimoniale-sulle-grandi-ricchezze-la-lotta-al-coronavirus-0126899

https://www.lanacion.com.ar/el-mundo/el-ex-primer-ministro-italia-enrico-letta-nid2361013

https://www.pagina12.com.ar/255621-coronavirus-la-oms-eligio-a-la-argentina-y-otros-9-paises-pa

https://www.pagina12.com.ar/260738-coronavirus-elogios-en-la-revista-the-nation-a-las-medidas-d

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Anna Ambrosi ne dice: Alberto Boscaini come albero in un bosco. Innamorato della Pacha Mama al punto da dedicarle la vita e gli studi. Investigatore di pietre, mai soddisfatto dalle superficiali apparenze. Armato di martello e pazienza, rompe tutto per ricostruire il passato di tutti. Riempitosi gli occhi di forme più o meno attuali, rielabora ogni bellezza in parole raffinate e immagini adeguate. Per dissimulare la sua professionale serietà festeggia e si gode appassionatamente il cielo invernale di BCN. Scrive "Olocene".