Al sicuro nella mia fortezza

Illustrazione di Luca Tagliafico

Sono curioso di sapere, tra 5 o 10 anni, cosa penserò guardando indietro all’anno di grazia 2020. Sono curioso di sapere quali parole sarò riuscito a trovare per spiegare cosa significhi passare più di due mesi chiusi in casa, rispettando un’imposizione arrivata da un giorno all’altro, con poche certezze e ancor meno prospettive sul futuro, sul dopo. Parlare di evento epocale è iper inflazionato, d’accordo, eppure è l’esatta definizione di ciò che stiamo vivendo; siamo nel mezzo di un fatto storico in pieno corso e svolgimento, le cui conseguenze solo adesso si stanno cominciando a delineare all’orizzonte, e non hanno un bell’aspetto.

#andràtuttobene, #celafaremo, #distantimauniti sono slogan cominciati a piovere nelle nostre case già nei primi giorni del lockdown. Sono messaggi positivi e di essi ce n’era (e ce n’è) un gran bisogno, ma mi sembrano molto più adatti alla pubblicità in prima serata, prima del telegiornale o a metà del film della ben nota saga mandata in onda dalla ben nota emittente. Ci sono ancora molte cose che dobbiamo capire, scoprire, sapere: su questo virus, su come potremo convivere con esso, se e come potremo tornare alla vita di “prima”. Un fatto – forse il primo che abbia davvero richiamato l’attenzione dei media e del pubblico finora ipnotizzata dal coronavirus – mi sembra allungare delle ombre sul tanto sperato cambiamento, sulla pacifica convivenza tra esseri umani e sul mondo che verrà. 

Abbiamo passato più di due mesi chiusi in casa, quindi. Una clausura non proprio gradita che ha ancora degli strascichi e in cui abbiamo dovuto imparare a reinventare il nostro tempo e il nostro spazio, a organizzarli diversamente rispetto al solito, a impiegarli in modo tale da non lasciarci travolgere da quello che avveniva fuori e dentro di noi. Leggere per me è stata la reazione più immediata e naturale in questo periodo e l’ho fatto seguendo due necessità sicuramente non nuove ma che si sono manifestate in tutta la loro chiarezza e che fanno parte, essenzialmente, del piacere della lettura: il bisogno di trovare un posto per sé e quello di evasione.

Per chi, come me, ama camminare la letteratura di viaggio è stata la migliore consolazione mentre fuori dalle nostre finestre abbiamo visto esplodere la primavera e noi eravamo chiamati a restare in casa. Nei momenti in cui l’angoscia e i dubbi di questa quarantena hanno morso con più vigore, il balsamo da applicare sulle ferite è naturalmente giunto dai libri.

Dall’ostinato abuso di espressioni guerresche per descrivere la lotta – ecco appunto – all’epidemia – i medici in trincea; la Lombardia e i Veneto in prima linea e avanti così – ho quindi preso in prestito anche io alcune formule e ho eretto con i libri una fortezza inespugnabile, un riparo sicuro in cui mi sono reso irraggiungibile dalle ansie e dalle paure che fuori proliferavano. Ci hanno chiesto di isolarci e l’ho fatto fino in fondo.

Quello che segue è un elenco selezionato di letture, e riletture, grazie alle quali mi sono protetto e attraverso le quali sono fuggito da una quotidianità e una routine mai come in questi giorni così sempre uguale. 

Prima della tempesta – antefatto

Il 23 febbraio il lockdown era appena scoccato per Codogno per poi espandersi a tutta la Lombardia e, da lì a due settimane, al resto d’Italia. Accostare l’epidemia in crescita ai casi più famosi della storia (la peste d’Atene, quella del 1348 del Decameron e del 1630 dei Promessi Sposi, solo per citare le più famose) era un esercizio di stile che, fino a quel momento, mi sembrava avesse, più o meno consapevolmente, un fine apotropaico. Tra le tante cose scritte, il 23 febbraio qui veniva ripubblicato per intero il XXXIV capitolo dei Promessi Sposi. Niente commenti o altro, solo la descrizione che Manzoni fa dell’ingresso di Renzo a Milano e della desolazione che vi trova, con una commovente, colta e dettagliata descrizione di una madre che dà il suo addio alla figlia.

Le attese in fila al supermercato

Ora la situazione è più fluida ma fino a poco tempo fa andare a fare la spesa – uno dei pochi motivi per cui era concesso uscire – era un impegno che, in alcuni casi, poteva portar via anche più di un’ora. In fila ho finito di leggere due libri che avevo iniziato prima della clausura e poi momentaneamente interrotto:

Senza mai arrivare in cima, di Paolo Cognetti

Racconta il viaggio che ha fatto nel Dolpo, un remoto angolo del Nepal, nel 2017 sul finire del suo quarantesimo anno d’età. Sono tante le linee di confine, fisiche e mentali, letterali e metaforiche, che Paolo ha superato in questa sua esperienza e che affida a questo suo lungo racconto. Mi piace il suo modo di guardare alla montagna e l’amore che prova per essa; quella più bassa, magari umile e nascosta ma anche più accogliente.

Una yurta sull’Appennino, di Marco Scolastici

Quella di Marco è una bella storia di chi sa rimettersi in piedi e andare avanti, qualcosa di utile in un momento come questo. Il mondo che conosceva e che si è costruito nei terreni della sua famiglia è venuto giù, letteralmente, con il terremoto del centro Italia dell’ottobre 2016, ma lui ha scelto di rimanere per non tradire quello a cui era tornato, non senza fatica, poco tempo prima. Ha montato una yurta e ha trascorso l’inverno accanto alle sue pecore, ai suoi asini e alla sua casa sotto la montagna. Quando la neve si è sciolta un bravo giornalista l’ha scovato e Marco poi ha scritto la sua storia, confidandosi con il lettore come pochi sanno fare.

Se non con il corpo, almeno con la mente

Tempo di regali, Tra i boschi e l’acqua, La strada interrotta, di Patrick Leigh Fermor.

 Nell’impossibilità di andare a camminare in uno dei momenti più belli dell’anno mi sono consolato, come dicevo, rileggendo un autore che ha vissuto una vita che sembra uscita da un film. Patrick Leigh Fermor doveva ancora compiere 19 anni quando nel 1933, roso dai dubbi e dalle incertezze sul suo futuro, ha messo nello zaino un po’ di cose ed è partito da Londra per Costantinopoli, seguendo più o meno il vecchio confine dell’Impero Romano sui fiumi Reno e Danubio. Il viaggio a piedi inizia da Hoek Van Holland e terminerà parecchio tempo dopo in Turchia; nel mezzo Patrick vive una serie di avventure ed esperienze da riempirne dieci, di vite. Lungo la strada dorme nei fienili di campagna e sotto candidi piumoni nei palazzi e nelle tenute degli ultimi esponenti di un’aristocrazia tramontata. L’Europa nel frattempo corre verso il baratro della Seconda Guerra Mondiale ma Patrick, nonostante alcune pause e digressioni, va più veloce.

Vino al vino, di Mario Soldati

Difficile trovare uno scrittore (meglio dire un intellettuale) che sia allo stesso tempo più antico e moderno di Mario Soldati. Da giovane, nella prima metà del secolo scorso, ha fatto cose (andare a studiare negli Stati Uniti, insegnare nelle loro università e descriverne la vita e la società una volta tornato in Italia) che all’epoca erano una rarità. Ha scritto molti libri, diretto molti film e fatto molto teatro e televisione; in una delle tante descrizioni si legge che un autore come lui oggi lo definiremmo multitasking, anche se lui probabilmente avrebbe preferito dal multiforme ingegno. Questo libro ha il gusto della lotta contro i mulini a vento di Don Chisciotte: riunisce i reportage di tre viaggi compiuti in Italia tra il 1968 e 1975 alla ricerca di vini genuini, prodotti in maniera artigianale, vera, senza sofisticazioni e senza inseguire il demone dell’industrializzazione e del consumismo. Un sogno quasi visionario già allora, figuriamoci oggi per chi (ci ho pensato) volesse mettersi sulle sue tracce e cercare qualche tesoro rimasto nascosto. Eppure, come scrive più e più volte, il vino è qualcosa di vivo e come tale va trattato, non lo si può considerare come una cosa staccata da noi, bisogna avere la pazienza di cercare e la fortuna di trovare. Può sembrare paradossale ma anche un astemio o uno che odia il vino potrebbe leggere questo libro: rimarrebbe incantato da certe descrizioni dei luoghi visitati. Dalla Valle d’Aosta alla Sicilia Soldati percorre tutta l’Italia, e chi legge non può non aver voglia di uscire di casa e andare a vedere di persona.

CONDIVIDI
Articolo precedenteCom’era bello il rumore della scuola
Articolo successivoLa misura del possibile
Tommaso Caldarelli ne dice: Francesco Gagliano è quello fico; ha 27 anni e vive a Roma. Testa da storico che cammina a piedi per l'Italia e tutti aspettiamo che inizi a scriverne, magari a ritmo della grancassa con cui è bravo a dare il ritmo; lo trovate, a volte, a zappare la terra, perché ne sa il valore. Alle elementari giocavamo ad un gioco di cui terremo segreto il nome; da allora abbiamo cambiato vari giochi, e giochiamo ancora. Scrive "L'irrequieto".