Checco Zalone sì, Checco Zalone no: negli ultimi giorni – dopo che è esplosa quella che è già stata definita Checcomania (termine originalissimo, ne converrete) – l’importante sembra potersi schierare da una parte o dall’altra. E in questa battaglia tra due fronti, chi ne esce meglio, alla fine, è proprio Checco Zalone.

Provo a spiegarmi con più chiarezza: il primo gennaio è uscito Quo Vado?, il suo nuovo film, ed è stato subito un grande successo: circa 22 milioni di euro incassati in tre giorni. Credo che le dimensioni e la velocità del fenomeno abbiano in qualche modo estremizzato il meccanismo e i passaggi che di solito in Italia si mettono in atto davanti a situazioni di questo tipo. Un meccanismo in cui viene fuori al meglio tutta l’anima da supporter insita nel nostro paese. Ovvero, per semplificare ancora di più: non schierarsi sembra impossibile, non si può rimanere indifferenti, ma bisogna a tutti i costi trovare una propria posizione sul campo di battaglia, o da una parte o dall’altra. Così ci siamo divisi in maniera quasi immediata e manichea tra sostenitori di Zalone da una parte (Oh, guarda che è bravo e fa ridere assai!), e tra amanti del buon cinema dall’altra, che lo disprezzano a priori; quindi, all’interno di quest’ultimo schieramento, in una serie di microgruppi che vanno dai nerd di Star Wars a cui proprio non par vero che la Forza sia stata battuta da un tamarretto di Bari e i catastrofisti che ci vedono i segnali ormai maturi di una prossima, imminente apocalisse nel nostro paese.

E tutto questo può anche andar bene, finché diventa la nuova polemichetta con cui riempire la propria bacheca facebook, per sfornare taglientissimi post attira like o per far scattare qualche discorso da bar al terzo boccale di birra, sperando di accendere la rissa. Diventa un po’ più grave, io credo, quando tutto questo meccanismo sfugge di mano e, per giustificare la propria parte nello schieramento, al film di Zalone si assegna un  significato e un peso che di sicuro non ha (e probabilmente non ha nessuna intenzione di avere).

Diciamo altre due cose, a questo punto, su cui mi pare si sorvoli un po’ troppo in fretta: la prima, che quella di Zalone, almeno nelle intenzioni, è una commedia comica e divertente (il fatto che poi effettivamente lo sia è un altro discorso), che ha tra gli obiettivi quello di portare più gente possibile al cinema. È quindi, in sostanza, un prodotto creato per vendere (e in questo non c’è nulla di male) e non certo per soddisfare i palati più fini degli intenditori di cinema. D’altronde, bastava vedere le precedenti pellicole di Zalone, per rendersene conto. La seconda, è che nel caso vi trovaste in sala a vedere l’ultimo di Zalone (e anche in questo, di per sé, non ci sarebbe nulla di male), non vi trasformereste immediatamente in dei subumani: se pensate di essere persone con un minimo di capacità di discernimento, probabilmente queste caratteristiche riuscirebbero a resistere anche a un’ora e mezza di proiezione. E, nel caso rideste, non dovreste per forza trovare un motivo profondo a quel vostro esservi fatti una cazzo di risata.

Provo a spiegarmi meglio, anche qui, con un esempio personale: vado abbastanza spesso al cinema, e nutro da quando avevo dieci anni una passione per i film horror. La scorsa settimana ho rivisto Fargo dei Cohen e The Vatican Tapes: penso di sapere abbastanza precisamente quale dei due sia meglio sotto svariati punti di vista, e – nel caso The Vatican Tapes incassasse un fottìo di miliardi di euro (tranquilli, non succederà) e mi fosse piaciuto molto, comunque non mi azzarderei mai a dirvi una cosa tipo che questo dipende dal fatto che è una nuova evoluzione dell’horror, capace di guardare in faccia uno dei tanti misteri che il Vaticano nasconde, come bene hanno fatto di recente anche i libri di Nuzzi e Fittipaldi. È stata un’oretta e mezza (per me) semi-piacevole e nulla più: non ha sostanzialmente mutato i miei equilibri, non mi ha mandato in merda il cervello e, anche se non ne posso avere le prove concrete, direi che il mio QI è rimasto più o meno lo stesso. Un atteggiamento che potrei definire sostanzialmente di indifferenza.

 

Con Quo Vado? invece – come accennavo in precedenza – mi pare che il giochino tra i supporter sia più che sfuggito di mano. Soprassedendo sulla solita visione di Maurizio Gasparri che ormai individua ovunque sferzate al governo Renzi (“anche Matteo Renzi è andato a vedere, il primo dell’anno, il film di Checco Zalone. Così ha appreso di essere un imbroglione truffatore anche da questa pellicola, che tra le altre cose evidenzia come la presunta abolizione delle provincie sia stato un inganno del governo Renzi e del trio Renzi-Del Rio-Madia”), basta dare un’occhiata alle recensioni uscite negli ultimi giorni: si parla di satira senza partigianeria (satira? E poi, senza partigianeria: siamo sicuri che sia satira, allora?), di film divertente e civile, di Zalone che pur rifuggendo l’impegno risulta il comico più scomodo e politicamente scorretto in Italia, in grado di tenere la scena come sapevano fare soltanto i nostri interpreti di un tempo, fino ad arrivare a incarnare una sorta di fragilità chapliniana. Gabriele Ferzetti su Il Messaggero si spinge perfino a chiedersi chi altro oserebbe far rimare fuck con Margherita Hack?, probabilmente dando un buon esempio dell’incredibile scorrettezza e scomodità di Zalone. C’è, infine, in generale, un accenno al fatto che Zalone, parlando di posto fisso, sia stato in grado di coinvolgere il pubblico con un argomento che riguarda tutti: ma dirlo nel 2016, dopo decine e decine di film e libri sull’argomento, mi sembra che sia la dimostrazione che o si è vissuti dentro un sarcofago negli ultimi dieci anni, o che quest’anima da supporter accechi il giudizio obiettivo.

In tutto questo Zalone, che non ha mai pensato, io credo, di essere Chaplin o Godard o Monicelli (e il problema nascerebbe unicamente se pensasse di esserlo) ribadisce che il suo unico obiettivo era fare un film che facesse ridere e portasse la gente al cinema. Dimostrando di essere più intelligente di me e di te che continuiamo a parlarne: perché, se lo pensasse davvero, sarebbe riuscito nel suo obiettivo. E, nel caso non lo pensasse sul serio e fosse una sorta del genio del male, perché ha capito che su questo scannarsi tra parti e supporter deriva anche buona parte del successo del suo film e della grande attenzione che ci sta intorno.

La soluzione? Non c’è, a meno di cambiare l’anima ultrà dell’italiano. O di trovare equivalenti giornalieri di The Vatican Tapes che sappiano riportarci con i piedi per terra.

 

 

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Francesco Sabaini ne dice: Max fa il giornalista e, forse meglio, lo scrittore. Parallelamente svolge la professione di Grande Censore della Canoscenza sui social netuorcs, specialmente quando si lancia nei suoi strali di una lunghezza cosmica, che ti viene voglia di tagliarti la gola da solo prima della metà. Poi, quando ci bevi le birrette a Veronetta, mescola divinamente la succitata onniscenza con la classica attitudine veronese da bar. E tutto finisce al posto giusto. Uno che adora i Massimo Volume allo stesso modo dei Pantera, per dire. Scrive "Tumbleweed".