Premetto che sono andato a vedere Youth armato delle più basse aspettative possibili e cercherò di spiegarvi brevemente il perché.
Innanzitutto credo che la filmografia di Sorrentino veda, dopo L’amico di famiglia, una costante caduta libera rappresentata da risultati opinabili come Il divo e da picchi di rara bruttezza del calibro di This must be the place. Secondo, perché nel corso degli anni ho maturato una mia personalissima idea di cinema che (per fortuna) si pone totalmente in antitesi con quella che ha in testa Paolo Sorrentino. E qui aprirò una parentesi del tutto soggettiva che servirà unicamente ad argomentare la mia diffidenza iniziale verso questo film (parentesi che, ad ogni modo, potrete decidere di saltare a piè pari).

Dal mio punto di vista, il cinema dev’essere innanzitutto azione, inteso come movimento finalizzato al raggiungimento di un qualcosa, materiale o spirituale che sia. Non ci trovo nulla di fico in intricate narrazioni che trovano conclusione grazie al ricorso ad altrettanti intricatissimi dialoghi. Un bravo regista per me è colui che riesce a sostituire la parola scritta con l’immagine, riducendo il parlato ad un qualcosa di poco più che strumentale ad alleggerire il film stesso e (perché no?) ad invogliare il grande pubblico a pagare il biglietto e possibilmente impedirgli di addormentarsi sulla poltrona durante la proiezione.
Il cinema di Sorrentino, invece, è profondamente statico e dialogato (come direbbe uno spettatore deficiente qualsiasi quale forse il sottoscritto: “non succede mai un cazzo in questi film!”). Peggio ancora, i film di Sorrentino sono cosparsi di monologhi cagacazzi e aforismi insopportabili che spiegano quasi la totalità della vicenda narrata. L’immagine si riduce spesso e volentieri a pura esibizione di stile (sì, mi rendo conto che questa sia la critica più facile e scontata da rivolgere a Sorrentino ma credo sia anche la più azzeccata) con trentamila dolly ingiustificati e movimenti di macchina che, per usare un termine tecnico, sono una rottura di palle. In altre parole, trovo il cinema di Sorrentino profondamente anticinematografico.
Se analizziamo poi i soggetti messi in scena, la mia opinione su questo regista diventa ancora meno clemente. C’è una cosa in particolare che non sopporto di lui. Il fatto di essere un banalissimo regista destraiolo, la cui filmografia è dettata da una visione dannunziana/nietzschiana del mondo in cui tutti i protagonisti di qualunque suo film (sempre aristocratici acculturati e profondi raccoglitori di saggezza) vengono dipinti come “esseri eletti” a cui è affidato il diritto di pontificare su tutto e tutti e di porsi a dieci metri da terra da un qualsiasi altro comune mortale (il protagonista Jep Gambardella de La Grande Bellezza vive, non a caso, all’ultimo piano di un palazzo nel centro di Roma che si affaccia sul Colosseo). È una visione del mondo, quella di Sorrentino, profondamente misantropa (il protagonista superuomo in questione viene continuamente messo in situazioni di risalto, anche a livello visivo, rispetto alla comune plebaglia ignorante e sfigata) e per di più misogina (sul serio, ditemi un solo personaggio femminile BELLO, nell’accezione più ampio del termine, che sia presente nell’intera filmografia di Sorrentino).
Insomma, credo si sia capito che a me Sorrentino fa un po’ cacare.

SET DEL FILM "LA GIOVINEZZA" DI PAOLO SORRENTINO.FOTO DI GIANNI FIORITO

Ma passiamo a Youth.
Il film è ambientato in un grande e lussuosissimo albergo sperduto sulle Alpi svizzere (il ricorrente topos sorrentiniano del non-luogo, come ne Le conseguenze dell’amore), dove due persone anziane, un regista ancora in attività ed un compositore di musica classica ormai ritiratosi dalla scena, trascorrono il loro tempo tra bagni termali, passeggiate in mezzo alla natura, pasti e spettacolini kitsch. L’ambiente in questione è totalmente asettico e pulito e chiunque sia stato incaricato di arredarlo mostra indubbiamente una particolare predisposizione per il colore bianco. In questo spazio etereo i protagonisti di Sorrentino, due ottantenni ultracurati e patinati, si divertono (come al solito) a discutere sui massimi sistemi, improvvisando spesso e volentieri accesi duelli a colpi di aforismi ad effetto, tra i quali:
“Le monarchie fanno sempre tenerezza, perché sono vulnerabili.”
“La leggerezza è un’irresistibile tentazione. È una perversione.”
“Al mondo ci sono o le brutte persone o le belle persone. In mezzo ci sono solo i carini.”

In questo albergo inoltre soggiornano decine e decine di vip (Sorrentino, si sa, è un uomo ossessionato dalle celebrità), ognuna delle quali viene presentata in maniera solenne con frasi sforzate del tipo “Ehiii, ma hai visto?? Anche lui qui?? Sììì, è proprio lui, è Diego Armando Maradona!! ” (tra l’altro a quest’ultimo è affidata forse la battuta più bella e commovente di tutto il film).

Ma arriviamo al sodo.
Il punto della questione è uno. A discapito delle chilometriche premesse riportate sopra, il film è bello e a me in particolare è piaciuto parecchio.
Meglio de La grande bellezza quindi? Ovvio che sì. Partiamo col dire che, dopo aver vinto un Oscar, scegliere di dirigere un film tutto sommato “leggero” e con qualche spunto di comicità come Youth, invece di un dramma facilotto e scassapalle rivolto al grande pubblico, rappresenta una (seppur piccolissima) dimostrazione di coraggio. Aggiungiamoci che Sorrentino questa volta si mostra meno vincolato e assoggettato da esigenze di produzione che gli impongano di mettere una cazzo di insegna gigante della Martini sullo sfondo della scena.
Vengono poi toccati alcuni temi tanto cari al regista. In primis bisogna dire che quando Sorrentino, profondo amante e conoscitore dell’arte in senso lato (per citare un esempio a caso, basti pensare alla critica all’arte contemporanea presente ne La grande bellezza), si accinge a toccare con mano questa materia riesce a non cadere mai nel banale (certo, in Youth la scena con Michael Caine che dirige i versi degli animali e i suoni della natura come fosse un’orchestra un pochino trash lo è).

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Il film comunque funziona sotto molti altri punti di vista.
A partire proprio dal personaggio di Michael Caine che è molto meno insopportabile dagli ultimi Toni Servillo diretti da Sorrentino (complice la recitazione anglosassone del primo che lo rende molto meno solenne e fastidioso del secondo) e che riduce la percentuale di massime di vita di un buon 40% riuscendo, in certi passaggi, quasi rendersi adorabile (cosa, nella filmografia di Sorrentino, del tutto inedita). E pure il livello generale di misantropia insito nei personaggi principali mostra accenni di discesa (eccezione fatta per il personaggio di Paul Dano che proprio viene da prenderlo a sberle ad ogni inquadratura).

La regia è come al solito ricercatissima, un mix tra i soliti movimenti di macchina vorticosi e nauseanti alla Sorrentino e trovate alla Wes Anderson. Alcune inquadrature sono puri e semplici vezzi da autoerotismo registico ma vabbè, non soffermiamoci ancora troppo su questo aspetto che tanto ormai s’è capito com’è la questione. Tuttavia, che Sorrentino abbia un senso dell’estetica notevole è un fatto indiscutibile.

Per cui, bravo Sorrentino.
Però tiratela di meno, eccheccazzo!

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Andrea Nale ne dice: 24 anni, laureato in Economia e Commercio e ora frequenta la magistrale in Finanza quantitativa. Tutte cose piuttosto pallose e che non hanno alcun nesso col cinema. Le sue uniche abilità quindi sono quella di saper vendere bene le quattro acche che ha imparato da autodidatta e, complice il fatto che va al cinema una o due volte a settimana, quella di essere abbastanza presuntuoso da sbandierarle. Risulta tuttavia molto difficile non guardare un film dopo averne letto una sua recensione. Scrive "CinemaScope".