Quiet please, play. Il tennis come esperienza estatica.

Il tennis è uno sport piuttosto semplice nelle sue dinamiche: due persone hanno una racchetta in mano, c’è un campo, una pallina colorata, e questi devono buttarla nel campo avversario, avendo a disposizione un rimbalzo nel proprio. Questa è la la struttura base, queste sono le fondamenta, le caratteristiche essenziali per poter dire che si gioca a tennis. Poi ci sono le sovrastrutture: il campo, fatto di quadrati, rettangoli e corridoi, il punteggio, che segue i quarti dell’orologio, le urla della Sharapova, i giudici di linea, i raccattapalle, il giudice di sedia, perfino uno stadio e un pubblico. Fin qui tutto bene. Ma il tennis non sarebbe il tennis se non avesse il suo faro normativo, quello che lo tiene lì, come un tribunale interno, attaccato alle regole, per ricordarsi da dove è partito, per ricordarsi dove è diretto. Wimbledon è il censore morale della grande anima del tennis, il tempio dello sport delle tradizioni; il torneo di Wimbledon ne è il custode più forte, partendo proprio dal nome: The Championships, i primi, gli unici. Anche se è stato affiancato da altri tre “Majors”, Wimbledon rimane sempre al di sopra di tutti, con la sua aria prestigiosa che aleggia su tutto il circuito. Fai bene a Wimbledon, fai bene per la vita. Allora ogni anno verso fine giugno tutto il circuito in pellegrinaggio si dirige verso il tempio sacro, per commemorare la nascita del tennis, quello competitivo si intende. In rigoroso silenzio tutti i tennisti si apprestano a zampettare come scoiattoli su quei campi erbosi preparati con minuziosa attenzione. Otto millimetri di pura eleganza. Neppure la pallina si permette di fiatare rimbalzando, si percepisce solo la forza dei grandi campioni sul centrale che usano il prolungamento del loro braccio per manifestare la loro potenza. In quindicimila persone odono la potenza cordata dei giocatori, un anfiteatro perfettamente bilanciato, dove tutto è verde; in mezzo i due attori in costume bianco interpretano la tragedia. Che sia in tre o cinque atti rimane sempre una tragedia, perché anche se uno vince, l’altro perde: la gioia della vittoria si nasconde sempre, rimane solo il rammarico dello sconfitto, un vero personaggio shakespeariano che controvoglia si sacrifica per l’altro. Un mors tua vita mea che si conclude con la calata del sipario, nessun bis, i protagonisti non si fermano a rilasciare interviste, escono come entrano, insieme e in silenzio.

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L’aria nel teatro è particolare, nessuno scherza, gli attori nemmeno sudano – le battute sono troppo corte, le celebrità si nascondono, le star non esistono, l’occhio di bue è fisso sull’elemento più importante della scenografia, la pallina.

Non ci sono costumisti dietro le quinte, la regola sacra è l’imposizione del bianco, nessun marchio. Lo spettacolo non è sponsorizzato, solo la storia ci guadagna. Gli attori per rispetto verso la manifestazione e per far esaltare la sceneggiatura mantengono l’abbigliamento semplice che ormai è diventato istituzione.

Il palco, perfettamente preparato con la sua coperta verde, è pronto ad essere la scena delle imprese epiche che tanto fanno impazzire il mondo. Quello stesso piedistallo di eroiche imprese è ogni anno inaugurato dall’ultimo ad aver calcato quei manti l’anno prima, l’ultimo ad aver alzato quella coppa dorata che lo proclama campione del mondo di tennis.

Fuori dal teatro non si vendono popcorn ma fragole con panna, un attentato ai vestiti di lino color beige molto popolari nel pubblico. Le pause sono scandite al pronunciare della parola set e il direttore d’orchestra non sta in piedi sul podio ma seduto sul seggiolone e funge anche da narratore che aggiorna al pubblico l’andamento dell’opera, il corpo di ballo esegue i medesimi balletti nel raccogliere le palline, con la speranza di non essere notato. Gli applausi si susseguono a volte dopo pochi secondi a volte dopo molti minuti, in base alla lunghezza dell’aria.

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E così per due settimane si assiste a monologhi, soliloqui, a flussi di coscienza, a dialoghi tra due pari, a contese per una donna (la Vittoria), a mediazioni a quattro, confessioni tra gruppi di amiche, ad appuntamenti combinati, giochi di magia, misteri irrisolti su righe sfiorate.

Struggenti storie d’amore e terribili lotte tra sovrani di superfici, una vera scalata sociale per ristabilire le gerarchie tennistiche. Wimbledon rimane un libro di pagine bianche (o meglio verdi) che ogni anno vengono riempite, ad ogni anno un capitolo, ad ogni capitolo un protagonista. Uno spettacolo che modifica l’esistenza degli attori e degli spettatori, che ne condiziona le scelte e i comportamenti.

Wimbledon non è un torneo, è un modo di essere.

NOTA DELLA REDAZIONE:
Fotografie di Cecilia Pigozzi che sì, è sorella di Enrico e sì, a Wimbledon hanno chiesto a loro due di fare silenzio.
 
 
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Francesco Bonato ne dice: l’anagrafe dice che è il più giovane della truppa, la truppa dice che l’anagrafe non conta. Di nome Enrico, poi il cognome è tutto un programma: “once a Pigozzi, always a Pigozzi” e se non sapete cosa intendo vi do un indizio, si misura in decibel. Scout, pallavolista, scienziato sociale, passa il tempo con musica e serie tv, ma il suo vero amore sono le grandi manifestazioni sportive. Esperto di strambe curiosità di contorno di cui nessuno pare occuparsi, ti racconta che la lanciatrice di stone canadese, quando non compete per una medaglia a curling, fa la bidella in una scuola di Montréal, Québec. Bevendo un aperitivo analcolico e sfogliando la gazzetta, rigorosamente partendo dalla fine, si sofferma sulla pagina del tennis e inizia il viaggio: finale di Wimbledon, prato verde, fragole con la panna. Scrive "Corsia Centrale"