È più facile a farsi che a dirsi. Wabi-Sabi è tutto ciò che trasmette una “sensazione di  serena malinconia e un ardore spirituale” che deriva dal cogliere una “bellezza imperfetta, impermanente e incompleta” [1].

Tutti almeno una volta l’hanno sperimentato, soprattutto fuori dal proprio paese natìo, magari contemplando un paesaggio, un’opera d’arte, uno sguardo. È quel senso di gratificazione che trasmette un luogo impregnato di autentico, l’essenza dei sensi che coglie l’intrinseco tocco di effimero. È quella sensazione improvvisa di aver capito qualcosa, quell’eureka pensato ma non detto, se non con un leggero sorriso.

Il Wabi-Sabi è quel fattore che accomuna la visione dei canali di Venezia, il contatto con la miseria, i quadri di Delacroix, il the di Istanbul e la foresta amazzonica. Ad uno sguardo attento si colgono gli elementi imperfetti di ogni situazione che inevitabilmente trasmettono quel senso di transitorietà di tutte le cose. E subito dopo è la consapevolezza che si dovrà godere del momento solo per un misero istante a rendere l’osservatore leggermente malinconico, perché conscio finalmente della sua stessa impermanenza. Cogliere questi elementi è la base dell’antica saggezza orientale (ed ellenistica), mentre i valori opposti quali purezza, immortalità e perfezione rientrano a pieno titolo nella lunga lista dei falsi miti del nostro ”occidente sviluppato”.

Ma dove ha origine questo Wabi-Sabi, poi diventato una filosofia, uno stile di vita, una corrente di design? Le radici andrebbero ricercate nel Taoismo, secondo il quale la perfezione è un concetto irreale, che non esiste se non nella mente dell’uomo[1]. Definito anche come “l’arte di stare nel mondo” il Taoismo trae i suoi insegnamenti direttamente dalla natura e dall’osservazione dei suoi fenomeni, nella costante ricerca di uno stile di vita il più armonico possibile con l’ambiente circostante. 

Si dovrebbe dedurre che la natura è imperfetta? In effetti tutti quelli che hanno postulato la perfezione della natura, da Leonardo Da Vinci a Spinoza, hanno desistito nella ricerca dei canoni di bellezza immutabili, rendendo accettabile una visione più “platonica” della realtà, costituita da copie fragili e imperfette di idee uniche e perfette. 

A livello scientifico la natura è ormai considerata tutt’altro che perfetta, un attributo che gli si appiccica soltanto in alcuni ambiti filosofici o artistici, ma questa fu una conquista per nulla scontata. La tendenza verso la perfezione era comunemente accettata dai migliori scienziati della prima metà dell‘800, quali Owen, von Beer e Agassiz, ma il paradigma positivista aveva già iniziato a scricchiolare in seguito al terremoto di Lisbona (celebre nel Candide la satira di Voltaire sull’ottimismo). Nel diciannovesimo secolo, più i naturalisti analizzavano, più trovavano aspetti che confutavano la perfezione del disegno.

L’ordine, la simmetria, la regolarità erano sì reali ma soltanto apparenti, e sempre ad una osservazione più attenta perdevano di intensità. Ed ecco che a ben guardare la simmetria non era poi così rigorosa, il colore non così uniforme, la forma non così stabile, il margine non così definito. Ci si chiedeva, tra le altre cose, come potrebbe essere perfetto un progetto che porta a un’estinzione così vasta come documentato dai fossili[2].

Nel 1842 Matthias Schleiden chiariva che, “sebbene esistano organismi semplici e organismi complessi, sarebbe estremamente fuorviante riferirsi ad essi con le parole perfetto e imperfetto”[2]. E Darwin, che fino al 1838 aveva idee confuse al riguardo, arrivò a scrivere nell’Origine delle Specie: “la selezione naturale non produce necessariamente la perfezione assoluta; né ritroviamo mai questa perfezione da nessuna parte, per quanto possiamo giudicare con le nostre limitate facoltà” e che “la selezione naturale tende soltanto a rendere ciascun essere vivente altrettanto perfetto, o un po’ più perfetto, degli altri abitanti dello stesso paese con cui entra in concorrenza. E vediamo che è questo il livello di perfezione che si raggiunge in natura”[3].

Di conseguenza la perfezione assoluta non esiste e non è nemmeno necessaria, “ciò che si osserva è semplicemente il risultato del processo, un processo a posteriori della selezione naturale”[2].

La perfezione assoluta e primordiale escluderebbe ogni evento di trasformazione e di conseguenza l’evoluzione stessa diverrebbe impossibile. Se tutto fosse uguale, perfetto, mancherebbe quella variabilità intrinseca alla natura, che rende ogni suo elemento unico ed irripetibile. Senza le imperfezioni verrebbe meno l’intero terreno sul quale opera la selezione naturale, sarebbe il regno del prevedibile, il trionfo dell’ovvio. 

  1. Juniper, A. (2003). Wabi Sabi: The Japanese Art of Impermanence, Tuttle Publishing, 165 pp.
  2. Mayr, E., & Bandinelli, F. B. (1994). Un lungo ragionamento: genesi e sviluppo del pensiero darwiniano. Bollati Boringhieri. pp. 67-71.
  3. Darwin, C. (1859). L’origine delle specie per selezione naturale. p. 260.

 

 

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Anna Ambrosi ne dice: Alberto Boscaini come albero in un bosco. Innamorato della Pacha Mama al punto da dedicarle la vita e gli studi. Investigatore di pietre, mai soddisfatto dalle superficiali apparenze. Armato di martello e pazienza, rompe tutto per ricostruire il passato di tutti. Riempitosi gli occhi di forme più o meno attuali, rielabora ogni bellezza in parole raffinate e immagini adeguate. Per dissimulare la sua professionale serietà festeggia e si gode appassionatamente il cielo invernale di BCN. Scrive "Olocene".