Nei mesi autunnali il sole fa maturare, al calore dei suoi raggi, i frutti degli alberi e i grappoli d’uva del vigneto. Giunge il tempo della vendemmia. Allora i giovani e gli uomini più maturi lavorano nella campagna e sopra i colli. […] Gli uomini, strappando con i coltelli l’uva, la raccolgono nei cestelli e la versano nel torchio, i ragazzi portano dell’acqua ai padri nei campi.

Queste poche frasi senza tempo appartengono ad uno sconosciuto autore greco, che descrisse la raccolta del frutto sacro a Dioniso intorno all’anno zero. Lo storico ateniese Tucidide, ben cinquecento anni prima, scriveva “I popoli del Mediterraneo cominciarono ad emergere dalla barbarie quando impararono a coltivare l’olivo e la vite”, riferendosi alle abitudini che si diffusero in tutta la Grecia nel terzo millennio a.C.

immagine1

Oggi come allora il sole continua il suo interminabile ciclo, in alcune zone il rituale si ripete pressoché inalterato e le parole per descriverlo rimangono più o meno le stesse.

Anche in questo autunno nelle coste francesi baciate del Mediterraneo, giovani provenienti da vari paesi si ritrovano per il lavoro nei campi, questo sì, il mestiere più antico del mondo.

Per un mese intero, il ritrovo per recarsi in campagna è fissato prima dell’alba, quando ancora si fatica a distinguere il margine delle strade oscure. Una volta giunti a destinazione però, la luce diventa sufficiente a distinguere i grappoli nel folto intreccio del vigneto. Con gli occhi ancora stanchi occorre fare attenzione a non tagliarsi le dita, poche parole interrompono il costante serrarsi delle cesoie sui grappoli maturi. È questo il momento in cui i secchi si riempiono in fretta, quando conviene approfittare del fresco del mattino per poi calare il ritmo, senza che il padrone se ne renda conto.

Poi il sole si fa pesante sulla schiena e si rimane in balia del calore e del vento di tramontana, ma con il dolce sapore dell’uva sempre lì sulla lingua, costante. Distendere la schiena diventa d’obbligo, c’è chi fa due tiri di sigaretta, chi parla con il vicino, chi improvvisa un canto gitano.

immagine2

Nel paese di Banyuls, nella Catalogna francese, si produce l’omonimo vino dolce, abbastanza simile al più famoso Porto. I vigneti sorgono bassi ed irregolari su ripidi terrazzamenti, impedendo di fatto alle mostruose macchine vendemmiatrici di soppiantare le mani dell’uomo. “Sono piante antiche e vanno trattate con gentilezza” – spiega René, un anziano signore che sempre ci accompagna nei campi – “Vedi quelle piante laggiù? Non lo dimostrano, ma hanno novant’anni ciascuna”. Sono piante delicate e meritano tutto il rispetto possibile, tanto che verrebbe quasi da chiedere scusa ad ogni taglio. Qui non c’è posto per la tecnologia e il raccolto dev’essere svolto all’incirca come scrisse l’anonimo greco.

Così, attratti da un salario almeno dignitoso, ad accorrere in quest’angolo di Francia sono soprattutto giovani che parlano Spagnolo, Portoghese e Italiano: le lingue della crisi. Ma se è facile fuggire per poche settimane in un ambiente economicamente più confortevole, è comunque difficile lasciarsi indietro le logiche del potere di chi sta ai piani alti. Sfruttamento, promesse non mantenute, salari pagati in ritardo arrivano puntualmente dai capi dell’azienda, fino al licenziamento prematuro dell’intero gruppo ad una settimana dal termine del raccolto. E così un mattino come tanti altri, sulla facciata della bottega vinicola, appare una scritta in rosso vivo che mette in guardia i clienti: Questo vino è fatto da schiavi. Vi rimane per poco tempo, maldestramente coperta da una vernice azzurra che cola inesorabilmente sulla foto delle colline di Banyuls.

immagine3

Nel vigneto invece, sotto il sole accecante, si può star certi che il padrone non metta piede, e il lavoro è allo stesso tempo duro e gradevole. A guidare il gruppo ci pensano René e Bernard, due signori che, si vede, la terra l’hanno lavorata una vita intera. Scandiscono il ritmo senza dare ordini, ottenendo il loro risultato nel modo più efficiente e rispettabile: dando l’esempio. Stare al loro passo è davvero difficile, anche mettendocela tutta l’impresa è impossibile perché a separarci ci sono lunghi anni di esperienza. Hanno una storia da raccontare per ognuno dei tatuaggi che mostrano sul corpo e le speranze di un ventenne, comunicate con i sorrisi quando le difficoltà linguistiche si interpongono.

Ad amalgamare il gruppo ci pensano la spontaneità, la fatica e la povertà.

Anzi, a proposito di ricchezza e povertà, il giudizio lo lascio a voi.

Licenza Creative Commons
lungoibordi.it dilungoibordi.it è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://www.lungoibordi.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso http://www.lungoibordi.it.
CONDIVIDI
Articolo precedenteAd ogni sport il suo telefilm (prima parte)
Articolo successivoLa mia vita senza Articolo 18
Anna Ambrosi ne dice: Alberto Boscaini come albero in un bosco. Innamorato della Pacha Mama al punto da dedicarle la vita e gli studi. Investigatore di pietre, mai soddisfatto dalle superficiali apparenze. Armato di martello e pazienza, rompe tutto per ricostruire il passato di tutti. Riempitosi gli occhi di forme più o meno attuali, rielabora ogni bellezza in parole raffinate e immagini adeguate. Per dissimulare la sua professionale serietà festeggia e si gode appassionatamente il cielo invernale di BCN. Scrive "Olocene".