Per le recensioni cinematografiche vale la regola, piuttosto scontata, per cui non bisogna far passare troppi giorni tra l’uscita del film e la pubblicazione dell’articolo, perché arrivare in ritardo su un’onda ormai estinta non serve praticamente a nulla e a nessuno. E in genere noi di Lungoibordi ci teniamo molto alla tempestività. In altri casi, invece, ce ne freghiamo totalmente.

Veloce come il vento è uscito nelle sale il 7 Aprile. Ma sarebbe ingiusto ridurre la portata di questo film ad un mero successo commerciale destinato a finire nel dimenticatoio nell’arco di qualche settimana. Veloce come il vento è il manifesto di un cinema italiano che ha deciso di cambiare rotta, abbandonando la retorica filosofeggiante (di cui la casa di produzione Indigo Film ne è il portavoce più rappresentativo) per far spazio ad un cinema di genere più movimentato e adrenalinico. Con risultati artistici che lasciano davvero ben sperare.

Ho avuto modo di vedere Veloce come il vento due volte nell’arco di ventiquattro ore e ne sono rimasto affascinato. Perché è un bel film, certo. Perché le interpretazioni degli attori protagonisti sono grandiose, pure. Ma soprattutto perché Veloce come il vento propone un modo di fare cinema che ho sempre amato. Mi spiego meglio.
Avete presente Whiplash?
“Che cazzo centra Whiplash?” vi starete chiedendo.
Lasciatemi spiegare.
In Whiplash il protagonista Andrew viene continuamente tartassato dal suo insegnante, Terence Fletcher, che continua a ripetergli “devi controllare il tempo!”. Andrew capisce sempre a metà il significato di quelle parole. E così pure per il pubblico è difficile assimilare ciò che il personaggio di J. K. Simmons intendesse dire. Finché, nel finale, il protagonista si cimenta in un assolo di batteria riuscendo a muoversi con una velocità tale da far sembrare allo spettatore, tramite l’utilizzo dello slow motion, che lo sforzo di Andrew riesca a far rallentare il tempo. Ecco, questo è grande cinema. Niente e nessun personaggio era stato in grado di spiegarci quel concetto meglio dell’immagine proposta dal regista.
In Veloce come il vento accade esattamente lo stesso. Loris, il personaggio di Stefano Accorsi, ripete in continuazione alla sorella Giulia di anticipare le curve, ma quando prova a spiegarle cosa ciò significhi esattamente si perde tra i suoi discorsi sconclusionati. Questo è il primo grande messaggio metacinematografico di Veloce come il vento: la parola non può sostituire l’immagine.

Ben vengano quindi film escapisti ma comunque d’autore come questo o Lo chiamavano Jeeg Robot che hanno spezzato il duopolio del cinema italiano rappresentato dai generi dramma e commedia.

Il nuovo lavoro di Matteo Rovere è scritto rispettando una struttura drammatica tradizionale, vista e rivista nel cinema americano a partire da Rocky. Ma, quel che Veloce come il vento vuole dire, lo dice con grande coraggio cinematografico.
In primis con uno Stefano Accorsi brillantemente sul pezzo che, con tanto di capelli sporchi, denti marci e sguardo da fulminato, ogni tre per due lancia imprecazioni di vario tipo in dialetto emiliano. Il cast è poi composto dalla co-protagonista Giulia, interpretata dalla giovane Matilda De Angelis che si trova talmente a suo agio nella parte da ricordare Jennifer Lawrence in Un gelido inverno. I due rappresentano poli opposti: da un lato l’istinto e dall’altro la ragione. Si ripercorrono quindi le vicissitudini di un dramma familiare in cui si cerca pian piano di ricostruire un rapporto fraterno. E probabilmente il vero difetto nel film risiede nel fatto che non solo alcuni passaggi risultano un tantino frettolosi e poco motivati, ma anche il personaggio di Giulia è un po’ abbandonato in alcuni momenti chiave (primo tra tutti, quando torna a casa ubriaca dopo aver avuto un rapporto sessuale occasionale). Il perché è comprensibile: Veloce come il vento è un film sulla rivalsa di un tossicodipendente che toglie il tutore al braccio e ricomincia a combattere contro i limiti del proprio corpo. Certo è che dieci minuti in più di pellicola per spiegare meglio il personaggio di Giulia non sarebbero dispiaciuti a nessuno.

E le scene di corsa in macchina? Pazzesche. Patinate al punto giusto (di sicuro meno di Rush, per intenderci) anche se forse un po’ troppo da spot pubblicitario (soprattutto nella prima sequenza). Ma è soprattutto il senso di vertigine che tali scene provocano nello spettatore a far capire che questo gioiellino può collocarsi tranquillamente al fianco di tante altre pellicole straniere che trattano lo stesso tema.

Ah, colonna sonora splendida (tra l’altro con alcuni brani cantati dalla stessa Matilda De Angelis).

 

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Andrea Nale ne dice: 24 anni, laureato in Economia e Commercio e ora frequenta la magistrale in Finanza quantitativa. Tutte cose piuttosto pallose e che non hanno alcun nesso col cinema. Le sue uniche abilità quindi sono quella di saper vendere bene le quattro acche che ha imparato da autodidatta e, complice il fatto che va al cinema una o due volte a settimana, quella di essere abbastanza presuntuoso da sbandierarle. Risulta tuttavia molto difficile non guardare un film dopo averne letto una sua recensione. Scrive "CinemaScope".