I fatti, in breve, sono i seguenti: a fine aprile alcuni abitanti di due frazioni di Cuneo hanno affisso vari volantini anonimi (con scritto  “Questo non è un consiglio, è una MINACCIA. NOI I NEGRI NON LI VOGLIAMO”) per manifestare contro la possibilità di ospitare una ventina di migranti richiedenti asilo politico nella Casa delle opere parrocchiali, un progetto avanzato da Piero Delbosco, vescovo di Cuneo e Fossano. Un medico della zona, Corrado Lauro, dopo essere venuto a conoscenza dell’accaduto, ha deciso di prendere posizione in maniera netta e personale pubblicando su Facebook la foto di uno di questi minacciosi fogli anonimi preceduta dalla seguente dichiarazione: «Agli abitanti della frazione cuneese che hanno esposto il cartello di cui sotto comunico che non intendo prestar loro alcun intervento sanitario in elezione se non in caso di immediato rischio vita o qualora si configurassero le condizioni di una denuncia per il reato di omissione di soccorso. Siete pertanto pregati di rivolgervi ad altro più qualificato professionista. Comincia così la mia Resistenza».

La vicenda ricorda quanto accaduto a Gorino, in Emilia-Romagna, nell’ottobre scorso, quando i residenti si sono opposti a dare accoglienza per quattro mesi – la durata dell’inverno – a dodici donne sierraleonesi e nigeriane, una delle quali incinta. I due episodi hanno però alcune differenze a mio avviso importanti, che forse sono utili a comprendere la reazione del medico Lauro e le repliche, di condanna e solidali, che sono seguite al suo post. La maggiore di queste differenze è che nel caso di Gorino, ampiamente rilanciato dai media classici, chi ha protestato “ci ha messo la faccia”, è sceso in strada e ha manifestato apertamente il suo disappunto, quindi la sua posizione, soprattutto per la gioia di un certo tipo di trasmissioni televisive, grate a episodi simili per giustificare la propria esistenza. In provincia di Cuneo, invece, questo non è accaduto, quantomeno in termini così netti: quando il vescovo Delbosco ha incontrato la comunità locale «tutti gli avevano risposto quasi all’unisono: “Non li vogliamo”, dopo due ore e mezza di un dibattitto dai toni accesi in cui il vescovo aveva cercato di spiegare il progetto di accoglienza dell’associazione Ubuntu di Cuneo, una onlus che rientra nell’ambito dell’organizzazione internazionale Lvia» (la fonte è qui e qui). Questo incontro risale però al 30 aprile, cioè cinque giorni dopo la pubblicazione del post del dottor Lauro inerente ai fogli A4 anonimi, segno che una protesta strisciante e diffusa si era già avuta, e che era esplosa in una forma ben diversa da quella di Gorino e altri casi: ai picchetti davanti agli alloggi destinati ai migranti, alle manifestazioni in piazza o in strada con barricate improvvisate è stata preferita una soluzione “meno rischiosa”, con contenuti più violenti perchè protetti dall’anonimato, e che proprio da questo traggono la loro forza, insomma una forma di certo più vigliacca.

«E allora sfatiamo l’ipocrisia del “non ci sono, non possono essere due Italie” e quella del “comprendere le ragioni”. Le due Italie esistono, e costringono a prendere posizione, piaccia o meno – ha scritto Girolamo de Michele a proposito delle “Quattro ipocrisie da sfatare sui fatti di Gorino” – esistono, certo, ragioni profonde per spiegare il rancore delle piccole comunità periferiche, che si percepiscono escluse, se non vittime, dai processi globali che sembrano scavalcarle (…) ma la comprensione delle cause di lungo periodo non può trasformarsi in un alibi sociologizzante per tradurre la comprensione in assoluzione».

Forse è stato proprio un ragionamento di questo stesso tipo che ha spinto Corrado Lauro a dire di non voler curare, eccezion fatta per i casi più urgenti o quelli dove è possibile incorrere nel reato di omissione di soccorso, i residenti delle due frazioni del cuneese. Il 25 aprile è venuto a conoscenza di questa storia così stridente con il senso profondo del giorno della Liberazione e ha voluto far sapere a quale Italia appartiene, ha preso posizione. Quella che è seguita, e che sta proseguendo tuttora, è la solita zuffa tra leoni da tastiera, politici che, percependo l’odore d’elezioni, si schierano con l’una o l’altra parte (con alcuni casi che rasentano il ridicolo come quello di un comitato locale, a sostegno della candidatura a sindaco di Giuseppe Menardi per il centrodestra, che vuole denunciare il medico per aver violato il giuramento di Ippocrate, quando è evidente che questi non rifiuta di intervenire in caso di reale bisogno ma che invece non intede «prestare alcun trattamento sanitario in elezione», cioè in programma, come forma di protesta, o meglio di resistenza).

Arriviamo così al punto che mi interessa di più: la scelta di Corrado Lauro di associare il suo gesto ad una forma personale di Resistenza, con la maiuscola, quindi riferendosi al senso assoluto della parola. Sento di condividere la posizione del medico ma con una riserva che ha a che fare proprio con il significato dato alla Resistenza. Il periodo in cui stiamo vivendo ha sicuramente bisogno di rinvigorire i principi civili, politici e sociali che abbiamo ereditato nella seconda metà del secolo scorso da tutte quelle resistenze che sono poi confluite nella Resistenza, che è uno dei perni della nostra Costituzione e il cui patrimonio, oggi, troppo spesso si appanna o sbiadisce.

Dato che la Resistenza è uno dei semi da cui è nata quella carta di valori fondamentali per una nuova Italia, credo che il suo fine ultimo sia quello di includere, non escludere. Il dottor Lauro avrebbe pertanto fatto meglio ad annunciare che, alla luce di quei volantini razzisti, da quel momento lui avrebbe garantito, fatti salvi i casi più urgenti, la priorità di cure e assistenza sanitaria a quei negri che la comunità locale non solo consigliava, ma minacciava addirittura di non volere.

 

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Tommaso Caldarelli ne dice: Francesco Gagliano è quello fico; ha 27 anni e vive a Roma. Testa da storico che cammina a piedi per l'Italia e tutti aspettiamo che inizi a scriverne, magari a ritmo della grancassa con cui è bravo a dare il ritmo; lo trovate, a volte, a zappare la terra, perché ne sa il valore. Alle elementari giocavamo ad un gioco di cui terremo segreto il nome; da allora abbiamo cambiato vari giochi, e giochiamo ancora. Scrive "L'irrequieto".