C’è un nuovo Papa in città. Si chiama Jep Gamb…ehhm Lenny Belardo.
È cattivissimo. È cinico. Ed è un tuttologo onnipotente fascistoide e misogino come tutti i protagonisti di Sorrentino.

Sappiamo benissimo che giudicare una serie tv dalle prime due puntate è un esercizio di stile che lascia il tempo che trova. Ma forse vale la pena soffermarsi su alcuni aspetti emersi durante questi centoventi minuti.

The Young Pope, la miniserie diretta da Paolo Sorrentino e approdata su Sky Atlantic lo scorso 21 ottobre, è la storia di un goodfellas americano che si ritrova, non si sa bene come, vincitore del conclave. Lenny è un orfano che ha lavorato tutta la vita per ottenere il pontificato. È un uomo ambizioso ed estremamente travagliato, che con sagacia e profonda antipatia mira a demolire verbalmente e psicologicamente tutti i suoi avversari e interlocutori per spianarsi la strada verso il potere. Viene quindi automatico pensare al nuovo lavoro di Sorrentino come ad una sorta di House of Cards in versione clericale. La realtà è che The Young Pope è sì una serie caratterizzata da un forte stampo americano, ma contaminato dalla vena grottesca tipica di Sorrentino ben visibile soprattutto in scene di raffinata comicità che potrebbero suscitare qualche perplessità nel pubblico straniero meno avvezzo allo humour dell’autore partenopeo. Si ride molto, infatti, in queste prime due puntate. Quasi sempre si ride delle debolezze intellettuali dei personaggi, ma a questo ci arriveremo dopo.

Non è (o almeno non pare essere, fino ad ora) un racconto sulla fede. La religione non centra nulla in questa serie ambientata in Vaticano (il protagonista confessa, nel finale della prima puntata, di non credere affatto in Dio e nemmeno gli altri personaggi sembrano particolarmente inclini ad una fede disinteressata). È piuttosto la rappresentazione di un dramma umano, l’irrefrenabile volontà non tanto di potere (la serie si apre con il protagonista già eletto Papa) quanto di recuperare tutto quel che è stato “dimenticato” (dai genitori al mentore Spencer, che tanto aspirava a diventare Papa). Ulteriori considerazioni sul lato del soggetto è bene rimandarle a fine stagione.

Si può però discutere (anche con una certa ironia) sulle solite fissazioni che Sorrentino non pare aver affatto abbandonato.

Si parte dal personaggio di Jude Law, il classico superuomo d’annunziano che tanto Sorrentino ama, una figura inattaccabile che trascorre le giornate passeggiando per Città del Vaticano e cazziando tutti, ostentando una distinta superiorità morale ed intellettuale. A pochi minuti dall’inizio della puntata pilota, ecco arrivare puntuale la prima lezioncina ai danni di una suora (nei film di Sorrentino le donne sono sempre persone stupide che non capiscono un cazzo) che osa baciarlo sulla guancia, e contro la quale il nostro Lenny si scaglia spiegandole che “i rapporti informali sono peggiori di quelli formali” e bla bla bla. Si continua quindi con una lista consistente ma questa volta misurata (per fortuna) di aforismi pronti e confezionati per essere condivisi su Twitter, del tipo “odio i turisti, perché sono sempre di passaggio”. E ancora si torna sulla misoginia, in particolare quando la responsabile marketing di Città del Vaticano, una donna determinata con una laurea ad Harward (ma pur sempre una donna dunque stupida e superficiale), viene umiliata sul piano professionale dal protagonista.

In sostanza. Questo è quanto fondamentalmente emerso dalle prime due puntate di The Young Pope. Che tuttavia ha un pregio particolare.
Si sente spesso dire in giro che le serie tv ormai sono più belle dei film. Personalmente non mi trovo affatto d’accordo con dichiarazioni del genere, e non nascondo che spesso a volentieri trovo che la visione di una serie televisiva sia un’attività molto più “leggera” rispetto che andare al cinema.
Questo discorso non vale per The Young Pope, che sebbene descriva situazioni del tutto inverosimili e fuori dalla grazia di Dio, lo fa con una concretezza tale da farle apparire plausibili. Si sente quindi un certo peso sul piano narrativo (quella caratteristica che spinge generalmente gli spettatori a dire “ma questo film è lentooo!”, per capirci). Questa, in sostanza, è una delle poche volte in cui il cinema viene effettivamente trasferito sulla televisione.

 

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Andrea Nale ne dice: 24 anni, laureato in Economia e Commercio e ora frequenta la magistrale in Finanza quantitativa. Tutte cose piuttosto pallose e che non hanno alcun nesso col cinema. Le sue uniche abilità quindi sono quella di saper vendere bene le quattro acche che ha imparato da autodidatta e, complice il fatto che va al cinema una o due volte a settimana, quella di essere abbastanza presuntuoso da sbandierarle. Risulta tuttavia molto difficile non guardare un film dopo averne letto una sua recensione. Scrive "CinemaScope".