“You always remember the path who leads you back to the important places”

“Important places”, tradurlo in italiano mi viene male, non si può. Si parla di un fiume, il Colorado, e si parla della vita, che come il fiume scorre senza lasciarsi controllare o imbrigliare. Si parla del rapporto tra padre e figlio e dell’importanza che alcuni “important places” hanno nella nostra esistenza, siano essi luoghi fisici o meno.

Gli “important places” sono sfondo e contorno della nostra vita, i rifugi che ci proteggono e allo stesso tempo prigioni dalle quali ciclicamente ci allontaniamo, per poi ritornare. Sono baluardi e roccaforti, ai quali si fa capolino.

Sono luoghi fisici, dove lasciamo una parte di noi, un segno indelebile di noi e in noi, fotografati e immortalati per quello che siamo in quel momento; e sono luoghi non fisici, sui quali possiamo contare quando abbiamo bisogno, sono stelle che ci guidano silenziose senza pretese, che ci ricordano chi siamo.

“At night as we sat around the fire, dad told tails of his old friend, the river”

Sono convinto, anche se può risultare un cliché, che come raccontato nel video, il viaggio vero stia nel percorso e non nella meta. Non mi reputo un grande viaggiatore, ne tantomeno un esploratore, e spesso mi rimprovero di non essere abbastanza intraprendente. Preferisco sentieri battuti e forse per pigrizia o per paura, lascio ad altri il privilegio di scoprire luoghi che per ignoranza mi spaventano. Quando però mi faccio coraggio e mi tuffo in qualcosa di nuovo, cerco di assorbire il più possibile soprattutto da quei luoghi di passaggio, che normalmente stanno prima e dopo la vacanza, ma che per me sono il viaggio. Risulto spesso fuori luogo nell’osservare i comportamenti della gente nelle sale d’aspetto o al ritiro bagagli, per non parlare degli scompartimenti dei treni o in coda all’autogrill: luoghi mitici dove si imparano più cose che nelle classi di geografia e sociologia.

Viaggiare per me significa cambiare punto di vista. E capita che non sia fondamentale muoversi per viaggiare, e capita pure che viaggiando si capiscano tante cose, e ci si dia una mossa. In ogni caso è la giusta prospettiva quella che si cerca, un punto di vista nostro e solo nostro, che va costruito e affinato, che ci permette di guardare e vedere le cose come stanno. E talvolta bisogna stravolgere tutto per trovarlo, ricominciare da zero, dal nulla.

“we’re on a marble, floating in the middle of something”

Ho sempre avuto paura della grandezza dell’universo, del sistema solare o comunque di quello che non riesco a inquadrare. Una sensazione simile l’ho avuta ad un certo punto su una collina su un’isola del bosforo, dove, in teoria, si vede tutta Istanbul (mica vero, è più grande di quello che si riesce a immaginare). Altra storia (e rileggendo dall’inizio pare che io abbia davvero paura di tutto…anche qui, mica vero).

Una grandezza così spropositata e inimmaginabile crea un loop nella mia testa che cerca invano di dare un contenitore a ogni contenuto, fallendo miseramente. E questa storia di disegnare delle orbite in un deserto e poi mettere delle lucette e fare un timelapse, mi ha dato un enorme senso di calma. Intanto perché non sempre serve un buon motivo per fare una bella cosa, e se senti che va fatta ti devi fidare. E poi perché quando non si trova la soluzione ad un problema si può scalarlo e magari risulta più semplice: si cambia punto di vista, lo si guarda da un’altra prospettiva e ci si capisce che la terra è una biglia azzurra che gira attorno al sole.

Allontanarsi per vedere meglio, allontanarsi per capire di più, allontanarsi per sentirsi più vicini.

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Cecilia Pigozzi ne dice: Francesco Bonato per finta fa l’ingegnere civile, il dj della musica da situazioni, il baskettaro in serie D, il type designer. Francesco Bonato per davvero fa il videomaker, all’inizio lo faceva per finta anche quello ma poi alla fine è diventato vero. Scrive "Letterbox".