Se vivessimo in capanne di paglia la questione probabilmente non ci creerebbe grossi problemi, fatta eccezione per qualche sventurato che si trovasse a passeggiare sotto ad un albero o ai piedi di un pendio. Oggi però viviamo in case fatte per la maggior parte di materiali molto più solidi e davvero poco elastici che, solitamente, non amano gli andamenti sussultori ed oscillatori tipici dei terremoti. Le onde sismiche generate da un terremoto producono, alla base degli edifici investiti, oscillazioni del suolo (che poi non sono altro che spostamenti) rapidamente variabili. Inoltre, la massa propria degli edifici influenza le forse sismiche con il risultato che a masse più elevate corrispondono forze sismiche maggiori. In sostanza, alcuni edifici a seguito delle forze in atto possono ritrovarsi a reggersi a sbalzo da una superficie verticale, anche se chiaramente non erano stati progettati per assumere quella posizione.

Come spesso accade per ciò che viene realizzato dall’uomo, non è tanto il fenomeno naturale a distruggerlo, ma la sua ingenuità (oggi mi verrebbe da dire noncuranza e disinteresse) o scarsa conoscenza degli effetti del proprio costruito. L’Italia, tanto per fare un esempio, non è strutturalmente e politicamente preparata per sopportare terremoti importanti, di conseguenza basta una scossa modesta per provocare danni irreparabili.

Oltre ai danni materiali sulle strutture e l’ambiente che ci circonda un terremoto produce notevoli effetti sulla psiche umana. Il crollo degli edifici porta con se la distruzione delle sicurezze e dell’integrità del sé, dal momento che l’uomo vive la casa come luogo di rifugio e certezza.

Il trauma che un terremoto crea, intacca qualcosa di profondo, qualcosa che è legato all’identità delle persone e dei popoli, alle certezze di una vita, a una quotidianità che non esiste più, all’incertezza sul futuro. Le crepe nelle case e negli edifici hanno moltissime similitudini con le crepe che possono nascere all’interno delle persone dopo un fenomeno improvviso e violento.

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Diciamocelo pure, in Italia siamo piuttosto fatalisti e difficilmente accettiamo di assumerci la responsabilità dei nostri errori. In realtà una progettazione adeguata ci permetterebbe non solo di scamparla, ma addirittura di salvaguardare gli edifici. Certo lo scopo principale di una corretta costruzione rimane salvare le persone e sappiamo che, soprattutto per determinate tipologie di edifici, la probabilità che essi siano soggetti a danni rimane molto elevata nonostante la loro messa in sicurezza. Il nostro è pur sempre un patrimonio edilizio molto antico e delicato.

Capito questo, di certo non si può dire che nel nostro paese esista una cultura della prevenzione. Il cittadino comune sì e no riesce a capire come una trave viene sostenuta da un pilastro figuriamoci se può rendersi conto, ed apprezzare, l’importanza dell’applicazione di norme antisismiche. E non è nemmeno stimolato a farlo. Ma è proprio questo il punto: la conoscenza e la prevenzione sono fondamentali in un ambito di così grande importanza e dovrebbero essere patrimonio della collettività, almeno per quanto riguarda il livello base di comprensione e gestione del fenomeno.

Tutti dovrebbero sapere che le strutture hanno bisogno di una manutenzione ordinaria costante e di interventi che non siano solo tecnici, ma il risultato di uno studio approfondito che tenga in considerazione anche l’insieme dei cambiamenti avvenuti durante tutta la storia dell’edificio. Tutti dovrebbero capire che non esiste un materiale più sicuro di altri, ma che la struttura, la forma e l’altezza dell’edificio si devono adattare ai materiali scelti. Dopodiché saranno le figure professionali specifiche, quali architetti ed ingegneri ad assumersi l’onere dell’indagine e dello sviluppo approfondito.

Abbiamo le tecniche, le conoscenze e le capacità, dobbiamo solo deciderci a prenderci cura delle nostre città, delle nostre case e quindi, in fin dei conti, di noi stessi, perché come ha scritto lo scorso ottobre l’architetto Renzo Piano su Il Sole 24 Ore a seguito del terremoto in centro Italia: “Parlare di fatalità è fare un torto all’intelletto umano”.


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Alessia è un’organizzatrice naturale e, con grande soddisfazione (sua), può arrivare ad un livello di precisione da farvi andar fuori di testa. Tentando di incanalare l’amore per l’ordine e l’odio per i colori non abbinati è finita per diventare architetto. L’architettura croce e delizia delle sue giornate, la esalta e l’affligge, ma senza sa di non poter stare, perché l’architettura è un po’ come lei: accoglie, protegge ed intreccia legami.