Lo idolatriamo ancora per Gomorra – La serie, distribuita lo scorso anno. Lo abbiamo apprezzato per Acab. Ancora prima, l’avevamo amato (lo avevate, anzi, perché purtroppo non l’ho ancora vista) per la serie di Romanzo Criminale.
Se Stefano Sollima, qui alla sua seconda esperienza col lungometraggio, viene considerato il regista straordinario che conosciamo è innanzitutto perché gli piace indagare in maniera maniacale il mondo che mette in scena. E lo fa (o almeno, lo ha sempre fatto) avendo sempre in mente prima di tutto il cinema, piuttosto che la veridicità della vicenda narrata, come qualsiasi grande regista dovrebbe fare.  Ma non è tutto. Perché Sollima, e l’ha sempre dimostrato, è bravissimo anche a pretendere ed ottenere interpretazioni magistrali da attori che non ti aspetti (sì Claudio Amendola, sto parlando proprio di te).
Se consideriamo poi che con Suburra si muove su un terreno, quello del cinema di genere, di cui conosce alla perfezione ogni meccanismo, diciamo che qui Sollima gioca facile. Perché Suburra porta sullo schermo tutto quel che già si era visto coi vecchi lavori del regista romano: solidità narrativa (grazie anche ad uno script che, in questo senso, non da mai l’impressione di fare cilecca) e un senso del ritmo che, specie nella prima parte di film, coinvolgerebbe pure gli spettatori più apatici.

Suburra comincia sotto un violento diluvio (la pioggia, ce l’ha insegnato Il re leone sin da quando eravamo bambini, è l’elemento cinematografico purificatore per antonomasia), per certi aspetti surreale ma comunque di forte impatto. Da qui una carrellata di sequenze ambientate nelle aule della politica, hotel di lusso dal cui balconi un politico finto-moderato alla Alemanno, con tanto di croce celtica nascosta sotto la camicia, piscia in testa ai romani sotto una pioggia scrosciante.
Poi vengono ripresi alcuni interni del Vaticano, dove il Papa confessa qualcosa di terribile.
Succedono cose, insomma.

(Nelle prossime righe, vi avverto, credo che nominerò Claudio Amendola e il suo personaggio tipo un centinaio di volte.)
Il personaggio di Amendola, ispirato a Massimo Carminati (se avete visto il film Romanzo Criminale di Placido, è il personaggio de “Il Nero” interpretato da Riccardo Scamarcio), se non è il fulcro narrativo è sicuramente quello emotivo. Lui non è un personaggio come tutti. È palesemente e volutamente costruito sopra le righe, si chiama Samurai. Controlla tutto e comanda tutti girando per Roma, senza scorta e vestito da impiegato sfigato delle poste, intimando ai vari clan della capitale di starsene quieti perché lui nella sua città non vuole rogne. È un supereroe (nella scena in cui compare scuote vistosamente l’impermeabile che indossa come fosse un mantello di un personaggio di un cinecomic). Forse è addirittura un dio, il dio di Roma (il suo destino, evitando troppi spoiler, è legato a quello del Papa). È, infine, l’elemento equilibratore tra le parti, quello che cerca di ristabilire l’ordine in seguito ad ogni disputa o sparatoria avvenuta tra le varie fazioni.
Arriviamo al sodo: Claudio Amendola in questo film è F-A-N-T-A-S-T-I-C-O. È perfetto su ogni fronte, si cala nella parte in maniera splendida e sin dalla sua comparsa in scena ti viene da perdonargli anni e anni di cazzate fatte con I cesaroni. Complice un personaggio scritto e delineato sin nei minimi dettagli come Dio comanda, capace di suscitare timore ma anche a tratti tenerezza. È un cucciolone. Ti verrebbe da portarlo a casa e dire “mamma mamma! Possiamo tenerlooo? Ti preegooo”.

Accanto ad Amendola, buone perfonarmance del grandissimo Pierfrancesco Favino (attore feticcio ormai si può considerare), di Elio Germano, di Alessandro Borghi ed una notevole Greta Scarano.

Sul lato tecnico, è d’obbligo sottolineare l’ottima resa fotografica che indirizza lo spettatore, sin dalla prima inquadratura, verso atmosfere dark quasi alla Christopher Nolan.

E una colonna sonora davvero ben scelta che alterna brani assai riconducibili a quelli sfoggiati dai Mokadelic con Gomorra – La serie ad altri degli M83.

Con (ricordiamolo ancora) un Claudio Amendola padrone incontrastato della scena.

Ci sono dei però, almeno due, in questo film.

Suburra parte a mille all’ora, presentandoci una dopo l’altra situazioni “consuete” che pian piano sfuggono di mano innescando micce che sembrano destinate a produrre stragi. Ma che tuttavia non esplodono mai.
In altre parole, tutto il film gioca sul climax, sul crescendo di pathos. Ed è un crescendo talmente troppo palpabile che il finale appare del tutto ingiustificato, portandoti inevitabilmente a pensare “beh, tutto qui?”.
Cerco di spiegarmi ancora meglio.
Una delle prime vicende presentate è quella del politico sposato con moglie e figli che va a puttane. E che, successivamente, si vedrà intento a chiedere e promettere favori qua e là a suoi colleghi così come a gente poco raccomandabile. E queste scene vengono presentate con così tanta minuzia da far pensare che effettivamente l’obiettivo di Sollima era quello di stupirti. Ma sapete cosa? Il gioco non funziona. Con Acab, nonostante sapessi o sospettassi di alcuni atteggiamenti in voga tra i celerini, io mi sono indignato. Con la serie di Gomorra ho avuto modo di conoscere sfumature che prima di allora ignoravo. In Suburra, invece, non c’è nulla che mi abbia scandalizzato: che ci siano politici che si drogano o vanno a puttane penso ormai lo insegnino pure alle scuole elementari. E ok che obiettivo di Sollima qui non era propriamente quello di cimentarsi in una denuncia politica e sociale. Ma, volendo o non volendo, con me l’ha sempre fatto. Qui no.

Ultima (chiamiamola) sbavatura.
Non sono uno di quelli che corre dietro al colpo di scena a tutti i costi. Lo trovo un espediente facile, un meccanismo che va benissimo per una serie televisiva ma se adottato nel cinema (che, nonostante tutte le cazzate che si dicono in giro, considero ancora dieci spanne sopra le serie tv) risulta facilmente una paraculata.
Dato per assodato che Sollima è un cineasta di professione, Suburra da sin troppe volte l’impressione di essere un prodotto scritto e concepito per la televisione.
Non aiuta forse la scelta del finale che, in un exploit di uccisioni tutte riprese attraverso un occhio distaccato e quasi compiaciuto, lascia trapelare un ottimismo del tutto fuori luogo per la vicenda che è appena stata raccontata. Come se la pioggia catartica che si sta abbattendo su Roma stia effettivamente producendo i suoi effetti.
E forse questo, per un romano così come per un italiano, risulta un qualcosa di ancora troppo lontano dalla realtà.

Però cazzo. Claudio Amendola.

CONDIVIDI
Articolo precedenteLa guerra della pubblicità e il futuro del web
Articolo successivoDove va Lungoibordi
Andrea Nale ne dice: 24 anni, laureato in Economia e Commercio e ora frequenta la magistrale in Finanza quantitativa. Tutte cose piuttosto pallose e che non hanno alcun nesso col cinema. Le sue uniche abilità quindi sono quella di saper vendere bene le quattro acche che ha imparato da autodidatta e, complice il fatto che va al cinema una o due volte a settimana, quella di essere abbastanza presuntuoso da sbandierarle. Risulta tuttavia molto difficile non guardare un film dopo averne letto una sua recensione. Scrive "CinemaScope".