Il processo penale serve a mandare in galera le persone; se non ci sono prove, manifestare perché degli innocenti sono a piede libero fa arretrare la lotta delle donne. La risposta è altrove. 

[Questo articolo è il primo di una coppia]

Per quel che ne so io, il processo penale, in uno stato civile, di diritto e progredito, ha una funzione molto precisa: serve ad evitare che le persone vadano in galera. Di più, serve a fare di tutto per evitare di mandare qualcuno in prigione; sopratutto i colpevoli di qualche reato. La carcerazione, la sentenza esemplare, l’utilizzo dell’arma punitiva dello Stato è, e deve rimanere solo l’estrema misura.

Mi è venuto in mente che potesse essere importante scrivere così, seguendo il dibattito della settimana scorsa: giorni intensi per il nostro paese. E’ stata la settimana in cui si è molto discusso del processo d’appello per il caso dello stupro di gruppo di Firenze, alla fortezza da Basso. Un caso importante sul piano giuridico, sociale, politico e che ha dato il via ad una campagna sui social imponente che ha preso posizione contro la violenza sulle donne.

Giovanni Fontana mi ha fatto conoscere quel Cristopher Hitchens che diceva che la questione fondamentale del progresso umano risiede nella libertà e nell’emancipazione delle donne nella società. E proprio per questo io confesso un certo timore, perché mi sembra che sia sempre difficilissimo cercare di riflettere razionalmente quando di mezzo c’è la violenza sessuale sulle donne, e, appunto, come dicevo, pietre d’angolo di una società: il corpo della donna, la sua libertà prima di tutto sessuale, il rispetto delle persone. Io ci tengo molto a provare ad essere un uomo, di sinistra, spero di essere un femminista, faccio del mio meglio per esserlo, chiedo scusa quando penso di aver sbagliato.

E proprio per questo, c’è qualcosa che non mi è tornato, che mi ha un po’ turbato, nel dibattito che si è scatenato; nelle manifestazioni di protesta, nelle reti femministe che hanno ospitato e pubblicato il dibattito, gli interventi, i commenti a margine della sentenza. Martedì 28 luglio, le attiviste di Firenze hanno manifestato presso la Fortezza da Basso, sostenendo che debbano essere “processati i violenti e non le vittime”. Insomma, mi pare che questa sentenza stia diventando, o rischi di diventare, un momento di un qualche rilievo nella storia del movimento femminile e femminista in Italia. E per come sta procedendo la narrativa, ho paura che questo possa essere un problema.

La storia della ragazza di Firenze che ha sporto denuncia nel luglio del 2008, è molto articolata e controversa. Sono stati i giudici di Firenze a ricostruirla in sette anni di vicenda processuale, fra primo e secondo grado; dopo il deposito della sentenza di appello, si è formato il giudicato: né la Procura della Repubblica né la parte civile – dunque la ragazza, che aveva denunciato lo stupro – hanno ritenuto di procedere in Cassazione. Giuridicamente quella scritta dai giudice è dunque la verità accertata. La ragazza protagonista del caso ha parlato con una lettera, pubblicata in rete, emotivamente molto coinvoilgente; anche i ragazzi, imputati e assolti, hanno preso parola, così come gli avvocati difensori degli stessi. Sulla stampa, c’è chi ha criticato fortemente la sentenza, sostenendo che sia stata una decisione moralistica basata sulla critica allo stile di vita di lei, firmata da giudici che hanno voluto “punire” una ragazza troppo disinibita.

Bene, a costo di apparire troppo netto, vorrei dire che le cose non mi sembrano stare così; e sostenerlo mi sembra davvero un passo indietro per il cammino e per la lotta delle donne in Italia.

A cosa serve un processo penale? Per quel che ne so io, dicevo, serve ad evitare che le persone vadano in galera, a verificare se fino all’ultimo non sia proprio evitabile privare una persona della libertà personale. Non serve a dire chi è buono e chi è cattivo. Non serve a dire chi è bravo e chi no. Non serve a dire quali condotte siano virtuose e quali invece debbano essere socialmente e moralmente riprovevoli, quali siano i comportamenti che sia giusto o sbagliato tenere in società. Tutto questo, dovrebbe venire prima: nelle idee che camminano nel corpo sociale, nelle forze politiche che dovrebbero organizzarle e radunare consenso intorno ad esse; consenso che si esprimerà in elezioni, che individueranno rappresentanti eletti, che tradurranno quelle idee in provvedimenti vincolanti per tutti; alcuni di questi, diventeranno reati. Il giudice arriva per ultimo, alla fine del percorso, ed è responsabile solo di fare una – teoricamente semplice, praticamente molto impegnativa – operazione, da definirsi quasi “matematica”, o quantomeno logica: poco più che accendere un supercomputer. Ricostruzione del fatto: è successo questo? Sì o no. Questo è reato? Sì o no. Se due volte sì, condanna. Se anche una sola volta no, assoluzione.

E a Firenze, scrive la sentenza passata in giudicato, “questo” non è successo. Non sono state presentate in giudizio dalla pubblica accusa prove sufficienti perché sia dimostrato che sia accaduto un fatto di reato; nel dubbio, pro reo, e dunque assoluzione. E fortunatamente, perché sono sicuro che a chiunque di noi, se mai gli capitasse di subire un processo penale lo vorrebbe con tutte le garanzie del caso, con tutti i modi possibili per poter evitare di andare in galera, con tutto il puntiglio possibile per selezionare, sezionare, spulciare le prove a carico. È giusto così, e per fortuna.

Nella sentenza, da pagina 16 in poi, ci sono le considerazioni del giudice: la ragazza è contraddittoria, afferma cose per cui non ci sono prove, il referto del medico esclude la violenza sessuale, non esistono evidenze sufficienti per ritenere che fosse talmente ubriaca da non poter acconsentire al rapporto di gruppo che lei stessa aveva cercato e provocato, non è possibile inoltre provare che avesse revocato il suo consenso.

Una storica manifestazione femminista in Italia - Archivi Rai
Una storica manifestazione femminista in Italia – Archivi Rai

Il che non significa che quel che ha scritto la ragazza nella sua lettera non sia vero: la difficoltà a riprendere la sua vita, gli psicofarmaci che ha dovuto assumere; il fatto che non abbia potuto fare altro che stare lontana da Firenze per molto tempo, che abbia dovuto cambiare il suo stile di vita, che la sua esistenza sia stata stravolta. Tutto vero, e tutto doloroso esattamente nella misura in cui lei ha raccontato. Ma siamo sicuri che per rendere giustizia a questa ragazza l’unico strumento giusto, efficace, pensabile, dovesse essere quello della condanna penale?

Intendo, il fatto non è reato: ma questo non vuol dire che l’accaduto non sia deplorevole o che i sei ragazzi coinvolti non si siano comportati in maniera deplorevole; anzi, il giudice scrive esattamente questo: che l’intera dinamica è stata completamente sballata, e dannosa per la ragazza. E su questo, forse, si può impostare una critica puntuale alla decisione, che ha assolto i sei con formula piena “perché il fatto non sussiste”. Una tale sentenza, molto netta, secondo la legge impedisce alla ragazza di ottenere giustizia altrove, di prendere il testo della sentenza, recarsi davanti al giudice civile e ottenere il giusto risarcimento (leggi: un monte di soldi); e, pur capendo la stanchezza della ragazza dopo anni di processo, sinceramente trovo sia stato controproducente non portare il processo in Cassazione impugnando solo il lato civile della sentenza (chiedo scusa, è un po’ tecnico, lo si spiega meglio qui). Con l’assoluzione “perché il fatto non sussiste” il giudice ha sostanzialmente scritto che i sei ragazzi erano sei bonaccioni che avevano rimediato una bella ammucchiata con una ragazza consenziente, che poi ha svalvolato. La realtà, probabilmente, è stata diversa.

Tuttavia, non capisco in che modo aiuti ad avanzare verso l’obiettivo dell’uguaglianza e della libertà delle donne italiane il putiferio che si è sollevato; e anzi, mi sembra che il non essere in grado di dire a questa ragazza, “compagna, capiamo la situazione, ma a questo punto forse è il caso di prendere un’altra strada” possa diventare una debolezza per il movimento delle donne italiane: credo che un blocco sociale e politico forte sappia scegliere quali battaglie combattere e come combatterle, non le combatte tutte per riflesso condizionato, senza analizzare di volta in volta quali siano i presupposti e gli strumenti più efficaci.

Alcune settimane fa la Corte Suprema americana ha emesso una sentenza storica: ha dichiarato che il matrimonio omosessuale è legge comune a tutto lo spazio federale americano. Allora mi è venuto di scrivere che ne ero certamente felice, ma che non avrei festeggiato, perché ogni volta che un giudice scrive una legge, significa che la politica e la società sono deboli e hanno bisogno di aspettare la mano armata dello Stato per fare dei passi avanti. Lo stesso spirito mi pare di vederlo in questa vicenda: ogni volta che ci si rattrista perché la società non è stata educata, cambiata, plasmata a colpi di sentenze, significa che si crede di essere arrivati, che il mondo che viviamo sia già il migliore possibile e che quindi basti stare seduti ad aspettare che i giudici facciano il loro lavoro. Ma il giudice è il custode della forza sovrana dello Stato, il suo lavoro è serbare o attivare la violenza suprema della società: affidarsi ai giudici, da sinistra poi, per promuovere il cambiamento sociale è un esercizio estremamente pericoloso, se non altro perché autorizzerà, da destra, ad affidarsi ai giudici per promuovere la conservazione sociale.

Non è in un tribunale, davanti ad un giudice del fatto penale, che la ragazza di Firenze deve trovare giustizia: non ci sono prove sufficienti a ritenere che abbia subito un reato penale, dunque è garanzia di tutti che i sei imputati vengano rapidamente assolti. La ragazza avrebbe forse potuto trovare un risarcimento in un tribunale civile, per una criticabile scelta non può, ma anche qui, sempre di giudici si tratta. E secondo me, se non abbiamo altra strada per affermare le nostre ragioni che affidarci alla giustizia, significa che abbiamo chiuso baracca già da un po’. Mi sembra che la stessa protagonista del processo, che si è discostata dalle manifestazioni dei giorni scorsi, abbia chiara la piega che sta prendendo la vicenda.

Non è in un tribunale, davanti ad un giudice, che la ragazza di Firenze deve trovare giustizia. Forse nelle piazze, nei cambiamenti della società, nei concreti mutamenti dei rapporti di forza fra donne e uomini nelle famiglie, nei gruppi e nelle comitive dei ragazzi; forse nelle urne, per eleggere rappresentanti che si rendano conto che la violenza sessuale è un reato difficilissimo da gestire e da provare in tribunale, e che scrivano leggi più chiare sulla revoca del consenso, che è lo spigolo su cui molti processi inciampano; forse nel cambiamento del costume, della mentalità degli uomini prima di tutto, che ci porti in un paese in cui sei ragazzi di Firenze, prima di farsi un’orgetta in macchina in quella situazione evidentemente fragile, sentano puzza di bruciato, facciano e soprattutto si facciano domande del tipo “è una buona idea? Siamo sicuri? Mi sembra un po’ ubriaca, forse è meglio lasciar perdere?”. Giulia Siviero, su questo, ha scritto parole importanti – sottolineando un lato ancora più decisivo della vicenda, di cui non mi ero accorto: spesso i giudici non sono adeguatamente preparati ad affrontare i casi di violenza sessuale.

Insomma: l’occasione non fa l’uomo ladro, o comunque, se lo fa, vuol dire che il ladro si prenderà poi le proprie responsabilità: magari sarebbe più efficace per tutti se non fossimo né controllati dai nostri istinti, né loro controllori a doppia mandata, ma semplicemente, persone equilibrate, che al momento giusto sappiano mantenere la dose di lucidità necessaria ad evitar danni. E c’è poi da dire che io, al di là di qualche considerazione giuridica e politica, non so molto andare.

Il femminismo è invece un affare bello complicato, e profondo. Per questo ho pensato di fare qualcosa di meglio: ho intervistato mia madre, sul femminismo.

Stay tuned, su Lungoibordi.

 

Licenza Creative Commons
lungoibordi.it dilungoibordi.it è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://www.lungoibordi.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso http://www.lungoibordi.it.
CONDIVIDI
Articolo precedenteCagnotto – Il paradigma della lotta
Articolo successivoHo intervistato mia madre sul femminismo
Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".