Mi vedo costretto a scrivere il 13 agosto, potrei starmene in piscina o affrettarmi a pianificare una partenza intelligente; sono qui, invece, al buio della mia stanza per raccontare la mia esperienza di studi umanistici. Perché ora? Perché avrei sempre voluto farlo, perché a breve inizieranno le scuole e le lezioni accademiche e perché il nostro Edoardo Mazza mi ha fatto leggere questo articolo del Fatto Quotidiano, dove, tra le altre cose, mi viene riproposta una critica che da anni sento sibilare: “Studiare materie umanistiche è inutile, un vizietto per ricchi. Meglio studiare qualcosa di scientifico che possa fruttare un lavoro, essere un investimento concreto”.

Non dice solo questo l’articolo, ma tutti abbiamo dovuto sentire, noi umanisti, più e più volte l’annichilente domanda: “Bello filosofia, anche io avrei voluto farla, mi piaceva al liceo…ma poi?”

Parlo di filosofia perché questa è  la mia esperienza, ma il discorso potrebbe essere allargato a tutti quelli che hanno passato anni su una tesi di epigrafia greca, sulla letteratura di Buzzati, sui pre-raffaeliti.

 

1 Inutilità dello studio umanistico

Attenzione: studiare filosofia mi è stato utile, fin troppo. Sì, u-ti-le. Ho potuto imparare a crearmi il lavoro. Ho imparato a pesare le parole, fare un passo indietro rispetto al mondo e ricreare legami tra concetti scritti che mi hanno portato a fare tutto quello che mi da maggiormente soddisfazione: scrivere; sia per Lungoibordi che come lavoro vero, pagato, con tanto di tasse da sborsare per contribuire all’infrastruttura comune della società italiana.

Studiare filosofia per me ha funzionato.

Eppure non è questo il lato che voglio ricordare qui, la necessità fondamentale dello studio umanistico è la sua totale inutilità. È l’accusa che gli si pone costantemente, e non c’è nulla di più vero.

Per parlare dell’inutilità della filosofia è necessario fermarsi a pensare al concetto di utilità: di certo non potevo pensare che una volta laureato avrei avuto di diritto un posto di lavoro stipendiato, non sarebbe stato nemmeno corretto.

Studiare filosofia mi è stato inutile per trovare lavoro – e sarebbe stato difficile spiegare al mio idraulico che vengo pagato per studiare la fenomenologia di Husserl – e mi è stato inutile per molte altre cose: per lavorare a testa bassa come mi hanno insegnato qui in Veneto, per cercare di superare qualcuno nella splendida e patinata gara della meritocrazia e della carriera, per tacere e rimanere sereno di fronte agli aborti concettuali del mondo del lavoro e della società. È stato inutile avere una formazione umanistica: inutile a farmi seguire i discorsi sbraitanti di Beppe Grillo, ad affezionarmi alla precisione di conti della BCE, a farmi accettare le tradizioni culturali della terra in cui vivo.

Invece di mantenere la posizione dell’ariete (“testa bassa e lavorare”, o “testa bassa e vivere”), lo studio della filosofia mi ha fatto fare un passo indietro, e mi ha fatto imparare a guardare le cose con una visione più ampia: mi fa sempre rallentare, la sento come un immensa zavorra nell’investimento che ho fatto su di me.

Fare filosofia è pensare a ciò che si fa, fare filosofia va in conflitto con le due più grandi leggi che governano l’intensità delle giovani vite: stay hungry, stay foolish e just do it.

Fare filosofia mi crea immensi problemi ogni mattina: significa guardare in cagnesco le famiglie delle pubblicità, leggere con sospetto i titoli de Il Giornale, discutere sempre e sempre di nuovo su alcune parole che ancora un significato non hanno, e se ne hanno uno è strattonato a seconda della politica: il privato, il sociale, il biologico, il tecnico, l’immigrato, l’omosessuale. Studiare l’uomo significa che il singolo vale ancora sulla specie, la voce del singolo vale ancora sulla ragione totale, studiare filosofia significa pensare costantemente alle proprie azioni e alle azioni del mondo. E questo, questo non serve a niente.

Gli studi umanistici sono altamente inutili, inutili all’apparato tecnico-liberale contemporaneo, inutili a creare droni sempre più prestanti, alla ricerca medica per vivere in eterno, alle telecamere installate e sempre più piccole, alle auto senza guidatore di Google, al controllo degli operai con tecnologie di prossimità, a gestire i server di miliardi di video su YouTube.

Lo studio umanistico serve a ricordarci che fatti non fummo per vivere solo come bruti consumatori e produttori di merci efficientissime ma per seguire la conoscenza di noi stessi, farci artefici del nostro destino. (Quit The Doner)

Lo studio umanistico rallenta l’operatività, e questo è un problema. Perché? Perché rallentare è immorale.

 

2 Immoralità dello studio umanistico

Il corpo umano è abituato a rispondere al pericolo con il rilascio dell’adrenalina, che interrompe qualsiasi altro pensiero per salvare l’esistenza biologica in pericolo. Le società agiscono allo stesso modo, eliminano il superfluo, esattamente come quando si sviene: il sangue smette di andare al cervello per andare dove più serve.

Con la crisi la nostra società occidentale è svenuta. Non c’è più tempo per le chiacchiere, per i discorsi, c’è solo la necessità di salvarsi. Non c’è più tempo per parlare, per sprecare, per rallentare: ci sono delle priorità.

Siamo giunti al punto in cui la società non può permettersi il superfuo, pena la sua sopravvivenza – e quel che mettiamo in discussione, noi umanisti, è che la sua sopravvivenza sia un bene.

E la moralità?

Non esiste più alcun polo morale che non sia quello della produttività. La linea del bene e del male è quella dell’efficienza. Le religioni, i partiti, i fascismi e i totalitarismi hanno perso tutti, solo quel che è produttivo è morale: i gay ora non sono un problema per molti paesi, il sesso è stato liberalizzato, qualsiasi religione è “accettata-purché”. La droga è ancora un peso sociale ed economico, i migranti anche (o al limite si giustificano dicendo che creano forza lavoro), i morti sul lavoro sono una spesa sacrificabile allo sviluppo.

Rimanere indietro con gli studi è immorale. Non trovare lavoro è immorale. Non cercarlo è peggio. Perdere tempo è immorale. Bloccare il paese è immorale. Rimanere incinta a 20 anni è immorale.

Immorale è lo spreco di tempo, e denaro.

È ovvio, dunque, che lo studio umanistico sia immorale. Perché? Perchè non serve a produrre, anzi, è sabbia nell’ingranaggio.

L’unico studio umanistico accettato è la psicologia, che permette di far tornare in fretta al lavoro il lavoratore depresso.

Siamo in crisi, non c’è tempo da perdere, far filosofia è “lucidare le maniglie del Titanic” mentre sta affondando.

La filosofia serve a fare un passo indietro, però. A porsi in un posto preciso: nel mondo in cui bene e male sono definiti dalla produttività la filosofia si pone al di là del bene e del male, scomodando Nietzsche.

Il sistema tecnico-liberale la pone nel male, essa si pone al di fuori.

La filosofia non serve a niente nel sistema capitalistico contemporaneo, ne è anzi il più grande nemico. Il sistema per sopravvivere ha bisogno di eliminarla, eliminare le zavorre umanistiche, altrimenti potrebbe non reggersi e collassare sotto il peso di mandrie di improduttivi. Lo studio dell’umano è un problema, oggi, perché ci dice costantemente che questo sistema ha dei problemi e andrebbe cambiato.

La mia filosofia non ha spazio oggi perché vorrebbe cambiarlo, l’oggi, e l’oggi non vuole cambiare. Potrei tornare indietro con i riferimenti filosofici, molto indietro: un uomo in una caverna dice a tutti gli altri che il mondo si sbaglia, e viene ucciso.

L’articolo potrebbe finire qui, ma se avete voglia di proseguire, ho aggiunto una paragrafetto che spiega a cosa serva, davvero, lo studio umanistico.

 

3 Essenzialità dello studio umanistico.

L’uomo è fatto di evasione, di pensiero ad occhi aperti, di storie che ci portiamo avanti fin da piccoli, di passione per le trame dei libri o delle serie TV, di sguardi carichi di conoscenza accumulata in una vita di racconti ascoltati: le balene non saranno più le stesse per nessuno dopo Melville, i sogni non saranno più gli stessi dopo Alice e dopo Inception. L’uomo è fatto di tremiti di fronte ad un “ti amo” e di tensione di fronte ad un’ingiustizia, l’uomo è fatto di depressione, di necessità d’avventura e di rallentare. L’uomo è l’animale formatore di mondo (come ci insegna Heidegger), perché sa far diventare un muro un murales e un’esperienza un racconto. L’uomo non sa avere le parole giuste al momento giusto, è capace di pesare le parole quando serve e di affilarle e trafiggere in altre occasioni.

L’uomo porta con sé della musica, porta con sé delle visioni, dei sogni, del desiderio immediato e dei desideri mai raggiungibili, ha l’intelligenza di esplorare l’universo e una strana passione che lo spinge a volerlo fare: una passione di cui non conosce il nome, una passione che è la stessa di chi vuole scalare una montagna.

L’uomo è fatto di storie che cambiano il senso del mondo, è fatto di parole con significati diversi per ognuno di noi.

L’uomo oggi è ridotto al quantificabile: dall’accesso ai social al profilo psicologico ai voti all’ultimo master che avete fatto a Denver.

Lo studio dell’umano affronta la produzione umana sgorgata da tutto ciò che quantificabile non è, tutto ciò che non è della stessa materia di cui è fatto il vostro curriculum vitae, tutto quello che non ci fate entrare perché è inutile o perché sapete che è qualcosa di solo vostro, di essenziale.

 

P.S.: ti piacerebbe avere una corrispondenza con un funambolo? Lungoibordi ti scrive una lettera ogni mese con una selezione di storie, video, siti che avresti sempre voluto vedere. Iscriviti su: http://tinyletter.com/Altribordi

Licenza Creative Commons
lungoibordi.it dilungoibordi.it è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://www.lungoibordi.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso http://www.lungoibordi.it.
CONDIVIDI
Articolo precedenteHo intervistato mia madre sul femminismo
Articolo successivoDove andremo senza preparazione scientifica?
Max Maestrello ne dice: Andrea Nale, ovvero "Lo strano caso del dottor Nale e di Andrea ByMat". In un diario giovanile scrive: "Venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due". E infatti, miscelando varie erbe recuperate nei campi del paese natio, il dottor Nale, di giorno stimato filosofo e comunicatore, di notte si trasforma in Andrea ByMat, musicista dedito alle strofe in rima accompagnate da gesti strani delle mani. Rimane, a tenerlo in bilico tra le due identità, l'ossessione per le parole, siano esse scritte o dette su una base musicale. Prima che una delle due parti prenda il sopravvento / fonda "Lungoibordi", ed è contento. Scrive "Malgradotutto".