Penso sia opportuno fare una (spero) rapida digressione, che potrete decidere di saltare in toto per arrivare direttamente alla parte in cui si parla del film.

Posso dire di essere cresciuto a tutti gli effetti con Star Wars, più che con ogni altra saga cinematografica. Ricordo che ero un bambino sui nove o dieci anni quando andai a vedere al cinema La minaccia fantasma, per poi recuperare in seguito tutti gli altri capitoli della vecchia trilogia fino ad aspettare impazientemente di assistere, episodio dopo episodio, alla conversione di Anakin Skywalker al lato oscuro. E col trascorrere degli anni ho imparato ad apprezzare sempre più i pregi ma anche i difetti di questo (si può dire) racconto epico partorito dalla mente di Lucas.
Il che mi porta ad un duro ma doveroso esame di coscienza. Forse sono addirittura un fan di Star Wars. E, si badi bene, il termine “fan” (almeno nella mia concezione) è una delle etichette più dispregiative che possano esistere quando si parla di cinema. Un fan, per natura, è un rincoglionito, un amante ottuso che riesce a giustificare con le argomentazioni più stupide anche le pecche più clamorose dell’oggetto amato. E ammetto di essere un fan di Star Wars in quanto, per aver trovato qualcosa di interessante persino ne L’episodio I ed essermi piaciuto anche parecchio l’Episodio II, un bel po’ rincoglionito devo esserlo pure io. Ecco, Star Wars è un fenomeno che trae il proprio successo dal fanatismo, dall’ossessione di nerd sfegatati per un mondo fatto di spade laser e oggetti che si muovo con la sola forza del pensiero.

Quando uscì la prima saga, infatti, la resa innovativa degli effetti speciali e il ricorso ad elementi della letteratura epico-cavalleresca (facile paragonare Luke e la sua spada laser a Re Artù e la sua Excalibur), così facilmente assimilabili dal pubblico, mise totalmente in secondo piano quelli che erano i limiti di regia (perché, diciamocelo, in Star Wars ci sono) e di sceneggiatura (cough cough gli orsacchiotti che con legni e pietre sconfiggono i soldati imperiali ne Il ritorno dello Jedi, cough).

Le cose cambiarono parecchio a fine anni ’90, quando nelle sale uscì il primo capitolo della nuova trilogia, che diede piede ad una delle parentesi più brutte della storia dei blockbuster americani. Lucas decide infatti di alzare l’asticella: cerca di rendere il copione il più serioso e complicato possibile e, da questo punto di vista, il distacco rispetto alla prima trilogia è evidente sin da subito, a partire dall’angosciante incipit di apertura.

Quel mondo magico fatto di astronavi giganti e pupazzetti colorati era stato soppiantato da concetti complicati come “federazioni dei mercanti” e “franchigie commerciali”. Ed è qui che il bambino ingenuo nascosto dentro ognuno di noi, che tanto aveva amato la fantasiosa Città delle Nuvole e il fascino di strane creature provenienti da chissà quale angolo della galassia, non può far altro che chiedersi: CHE COSA CAZZO E’ UNA FRANCHIGIA COMMERCIALE??? Perché nella prima mezz’ora di questo film non è successo assolutamente nulla? Chi o cosa diavolo è questo villain scritto male la cui unica caratterizzazione è data dal fatto che utilizza una spada laser a doppia lama?
A tutto questo aggiungiamoci pure le interpretazioni penose di Portman e compagnia bella per giungere alla facile conclusione che l’avvio ai tre prequel non sia stato certamente dei migliori. Ma, senza addentrarci troppo nei mille difetti della nuova trilogia, possiamo limitarci a dire che il problema principale è stato forse quello di non aver saputo trovare un target di spettatori di riferimento. Voglio dire, se l’intento era quello di fare un film destinato ad un pubblico semi adulto, come l’incipit lascerebbe supporre, allora perché cazzo vengono concessi quaranta minuti su un totale di due ore di pellicola a quel personaggio idiota di Jar Jar Binks?  Errore, va sottolineato, riconosciuto dallo stesso Lucas che fortunatamente gli dedicherà molto meno spazio negli episodi a venire. Addirittura, quando ne L’attacco dei cloni questo personaggio idiota si presenta nelle vesti poco credibili di politicante, la senatrice Amidala, nota a tutti per la sua galanteria, lo liquida immediatamente con un “Jar Jar, non ti trattengo un minuto di più (che, in altre parole, significa: levati dal cazzo e non ti azzardare ad occupare la scena ulteriormente).

Il resto poi lo sappiamo. I senatori della Repubblica, ignorando ogni manuale di storia del ventesimo secolo, cominciano ad affidare tutti i poteri unicamente nelle mani del Cancelliere Supremo finché PUF!, ecco che nasce la crudele dittatura imperiale. Il cerchio si chiude nel 2005, quando esce il terzo capitolo dedicato alla conversione completa di Anakin che, per linearità di trama e per il limitato spazio dedicato a discorsi noiosissimi riguardo politici scissionisti e aliquote fiscali, si è rivelato un bellissimo film (magnifico il parallelismo tra l’operazione di chirurgia di Anakin e il parto di Padmé, così come la scena finale con musica di John Williams in sottofondo).

Va bene. Ma perché tutta ‘sta pappardella su Lucas e la vecchia saga?
Per dire che, negli ultimi mesi ho sperato fortemente che questo nuovo capitolo si avvicinasse alle vecchie atmosfere della prima trilogia piuttosto che al linguaggio politichese di quella più recente.

Sarò sincero. Nel momento in cui è stata divulgata la notizia che sarebbe uscito un nuovo episodio di Star Wars sono stato immediatamente trascinato dall’indignazione generale (rileggere bene in alto la parte in cui spiego che sono un fan, quindi un ottuso privo di spirito critico) perché no, dopo la morte di Anakin Skywalker non poteva esserci alcun continuo della saga. E devo ammettere che mi sono tutto sommato rasserenato quando ho appreso che la regia era stata affidata a J. J. Abrams, sia perché qualsiasi scelta diversa da Lucas sarebbe stata la soluzione più giusta, sia perché il regista di Super 8 e Star Trek era forse l’investimento più sicuro sul mercato (per una serie di motivi che spiegherò in seguito).

Bene.
Arriviamo a Star Wars – Il risveglio della forza.

Il settimo episodio si presenta (cosa già intuibile dai numerosissimi trailer e teaser) quasi come un remake del primo Guerre Stellari – Una nuova speranza. Addirittura in alcune sequenze, specie quando si tratta di introdurre in scena i personaggi, ricalca con precisione il film originale. Le ambientazioni sono esattamente uguali a quelle già viste in precedenza e pure i topos narrativi fondanti ripropongono in maniera fedele quanto già sviluppato dal caposcuola George Lucas. Sia chiaro, questo non è necessariamente un male. Anzi, a dirla tutta era un aspetto già preventivabile dalla data di annuncio del nuovo film. Perché J. J. Abrams è un fan di Star Wars a tutti gli effetti e il suo intento era proprio quello di portare al cinema ciò che i fan come lui volevano: un rifacimento della vecchia trilogia. Certo, Abrams ci mette qualcosina di suo, come il ribaltamento sull’inflazionatissimo concetto tra lato buono e lato oscuro. Ma, è il caso di dirlo, di innovativo ne Il risveglio della Forza c’è ben poco. In questo senso Star Wars – Il risveglio della Forza non è propriamente identificabile come cinema, è più un giocattolone fatto e confezionato per soddisfare una pluralità di esigenze (quelle degli over quaranta che avevano avuto modo di vedere la vecchia saga al cinema e che erano rimasti ampiamente delusi dalla nuova trilogia, i bambini che di Star Wars sanno ancora poco o nulla, i genitori costretti ad accompagnare questi ultimi a vedere il film e quelli a cui di Star Wars non gliene potrebbe fregare di meno).

Insomma, quella che Abrams mette in atto è un’operazione nostalgia in piena regola, con infinite strizzate d’occhio ai precedenti capitoli. Aggiungiamoci che la Disney (e lo dico senza polemica) nel corso degli altri ha dimostrato di fare cinema quasi appositamente per promuovere dell’altro (parchi a tema e merchandising soprattutto) e, di conseguenza, sentiva sulle spalle l’obbligo morale di dover accontentare quei fan duri e puri che negli ultimi mesi hanno saccheggiato i Disney Store alla ricerca della spada laser che (non per caso) si vedeva nel trailer.

Il film risulta, ad ogni modo, una giusta commistione tra quanto offerto dalla tecnologia moderna in campo effettistica e un tocco di vintage che era necessario recuperare. I primi sessanta minuti di film sono di ottimo impatto a livello visivo e in particolare le scene di volo suscitano un senso di vertigine tale da tenere incollato lo spettatore alla poltrona.

Il montaggio, sebbene scricchioli (e non poco ) nel finale, è fatto apposta per non annoiare mai. Perché Il risveglio della Forza è, ovviamente, un prodotto escapista e in questo riesce a svolgere degnamente il suo dovere, con una sana dose di cinema d’avventura misto a commedia (più degli altri episodi, e questa è senz’altro una nota positiva) in grado di catturare lo sguardo dello spettatore e indirizzarlo (complici i soliti spiegoni) senza problemi.

Il cast è tra le note più positive del film (e a giudicare dai precedenti episodi questo era un risultato per nulla scontato), con i due protagonisti Daisy Ridley e John Boyega dalla grande carica espressiva ed empatica e un Harrison Ford inaspettatamente sul pezzo.

Pure i personaggi risultano assai convincenti, in particolare Rey, il personaggio interpretato dalla Ridley che si rivela essere indiscutibilmente il vero protagonista di questo primo episodio (con il compagno Finn relegato al ruolo di aiutante), perfettamente in linea con la moda delle eroine lanciata negli ultimi anni.
La mancanza di un vero villain (cosa abbastanza lecita da aspettarsi) è sopperita dalla presenza di un personaggio il cui destino non appare ancora ben delineato in questo episodio.

Anonime le musiche di John Williams, che donano epicità alla narrazione solamente quando vengono utilizzati i brani dei precedenti episodi.

Ok. Quindi qual è il problema?

Ci sono parecchie note stonate di Star Wars – Il risveglio della Forza. Potrei parlare del fatto che, a parte qualche breve scena di volo di astronavi, per il resto è cosa già vista e rivista. Si potrebbe discutere sul fatto che i legami familiari presentati sembrano assolutamente poco credibili e convincenti. Per non parlare del fatto che (si lo so, lo avrete sentito dire un migliaio di volte) il doppiaggio italiano in questo caso è veramente dei peggiori.
Ma il vero problema è un altro.
Il problema è che questo non è cinema.
Per tutta la durata del film si ha la netta impressione di assistere ad una serie televisiva (il finale sarebbe perfetto per una fiction di Rete 4), ad uno spin-off di Star Wars che col grande schermo ha poco a che fare.
Ecco, potrei limitarmi a dire (anche perché non potendo fare spoiler) che Il risveglio della Forza ha il crudo sapore di un prodotto televisivo. E questo, più di ogni altro aspetto legato alla trama, alla regia e via dicendo, mi ha parecchio deluso.

Ps: il finale no, dai. Non si può.

 

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Andrea Nale ne dice: 24 anni, laureato in Economia e Commercio e ora frequenta la magistrale in Finanza quantitativa. Tutte cose piuttosto pallose e che non hanno alcun nesso col cinema. Le sue uniche abilità quindi sono quella di saper vendere bene le quattro acche che ha imparato da autodidatta e, complice il fatto che va al cinema una o due volte a settimana, quella di essere abbastanza presuntuoso da sbandierarle. Risulta tuttavia molto difficile non guardare un film dopo averne letto una sua recensione. Scrive "CinemaScope".