Da quando lo sport è diventato professionismo la parola sportivo va a braccetto con quella di sponsor, perché?

Perché, che lo si ammetta o no, solo quelli che hanno i soldi, i finanziamenti, possono andare avanti. Il puro talento delle struggenti storie romanzate o di film abbozzati della Disney rimane solo fantascienza. Ci si deve arrendere all’evidenza che un talento, purissimo, se si vuole che diventi bravura deve essere allenato, e per essere allenato ha bisogno di essere investito.

Poi ci sono i dibattiti interni, equazioni, algoritmi per capire chi e in che misura uno pesa più dell’altro. Meglio un talento un po’ ribelle o un gran lavoratore con un’abilità nella norma? Le letterature si sprecano e devo dire che, in base alla mia esperienza personale, ogni singolo risultato dipende da una varietà  di fattori talmente vasta da rendere le abilità innate perfino marginali nelle classifiche finali. L’acquaticità nel nuoto, l’elasticità nella ginnastica, l’esplosività nella pallavolo, il sangue freddo nel biathlon, la forza mentale nella maratona, il senso della posizione nel pattinaggio, sono tutte doti che si possono allenare forse, ma che rimangono fondamentalmente “inallenabili” e irraggiungibili, rendendo così il risultato incerto e lo sport ancor più avvincente.

Questa sua peculiarità, quella di tenere anno dopo anno miliardi di spettatori lì incollati al movimento, rende lo sport il palcoscenico perfetto per effettuare contemporaneamente studi di marketing e appeal sulle vendite di determinati prodotti. Alla fine, pensateci un po’, lo sport non ha limiti d’età, non ha preferenze sul sesso, sull’etnia, sulla religione. Ovvio, tra sport c’è chi segue più questo e chi più quello, ma se si prendono le Olimpiadi per esempio, direi che non rimane esclusa nessuna categoria. Se i pakistani vanno al cricket e i polacchi alla pallavolo, i brasiliani al beach volley e i cinesi coi tuffi, la Danimarca sta alla pallamano come l’Ethiopia alla maratona, all’Italia va la scherma e alla Mongolia il pugilato. Gli Stati Uniti sono un po’ ovunque e la Russia è lì che insegue. Le mamme guardano i figli, le ragazze guardano i fighi, i ragazzi le graziose atlete degli sport più delicati. I montanari guardano lo sci, i cittadini il ciclismo…

Insomma un evento sportivo è globale, universale oserei dire, tramutandosi nella cornucopia della promozione dei prodotti. Gli spot nelle pause nella finale del Superbowl costano milioni, il che rende molto indicativo la portata, anche economica, che portano gli sport.

Ormai, quindi, economia e sport sono uno lo specchio dell’altra, e se arranca una si porta dietro anche l’altro. Con l’avvento di nuove tecnologie si sono moltiplicate le possibilità di farsi pubblicità e quello che un tempo era il mezzo più universale per promuovere un prodotto è stato drasticamente e velocemente soppiantato dalla miriade di social network e mezzi ultratecnologici che arrivano anche agli occhi dei più pigri e nerd che di sport non ne vogliono sapere manco per salire le scale di casa. Le federazioni fanno così fatica, i costi aumentano, le aspettative salgono e per non avere strutture obsolete bisogna investire fondi che magari neanche si hanno. E poi si spende, senza avere la certezza di poter pagare tutti, di poter coprire tutto, ed ecco che aumentano i casi di bancarotta. I primi a soffrirne sono gli sport minori, ma cronache recenti hanno sottolineato come ormai questa inversione di tendenza nella promozione e investimento di industrie e aziende nella più universale vetrina finora presente abbia raggiunto palcoscenici intoccabili anzitempo.

Il caso del Parma ne è un esempio. Controlli poco accurati da parte della Lega, notizie troppo poco chiare rese note dai dirigenti hanno alzato un polverone di incertezze nell’ambiente calcistico da far venire i brividi a tutte. Sì, a tutte le squadre, perché anche se le senatrici della Serie A sono ancora salve da questo ciclone risucchia denaro, vengono colpite di striscio dal tornado Parma, che ha rischiato per un bel periodo di falsare la classifica, dare vantaggi immeritati a squadre che comunque, non avevano fatto niente di male, se non di essere capitate nella seconda parte del calendario parmense.

Casi molto indicativi sono avvenuti nei campionati di pallavolo, sport, che comunque gode in Italia di un buon seguito e che di soldi ne sposta relativamente tanti. Nel campionato SeriaA1 2012/2013 di Lega femminile furono addirittura due le squadre a ritirarsi a competizione in corso, rendendo la classifica finale fortemente condizionata (non nei punteggi però, sia chiaro) da questi due ritiri illustri, Modena e Crema, che a metà gennaio, nel giro di una settimana, prima una, poi l’altra, per più o meno gli stessi maledetti motivi economici, si vedono costrette a lasciare il campionato, a svincolare atlete anche abbastanza titolate che di punto in bianco rimangono senza squadra e ovviamente a pagare multe salate per tutto lo scompiglio provocato alla Legavolley.

Ma se prima di far partire lunghe e faticose manifestazioni, dove si spende tanto, perché le federazioni non si impegnano a controllare di più i bilanci delle società, e non solo se pagano le quote di iscrizione?

Lo sport è movimento, ma direi anche transazioni, un flusso di sudore e denaro che porta profitti e spese, redditi e patrimoni, però ragazzi, dai, calcoliamolo sto ISEE su…

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Francesco Bonato ne dice: l’anagrafe dice che è il più giovane della truppa, la truppa dice che l’anagrafe non conta. Di nome Enrico, poi il cognome è tutto un programma: “once a Pigozzi, always a Pigozzi” e se non sapete cosa intendo vi do un indizio, si misura in decibel. Scout, pallavolista, scienziato sociale, passa il tempo con musica e serie tv, ma il suo vero amore sono le grandi manifestazioni sportive. Esperto di strambe curiosità di contorno di cui nessuno pare occuparsi, ti racconta che la lanciatrice di stone canadese, quando non compete per una medaglia a curling, fa la bidella in una scuola di Montréal, Québec. Bevendo un aperitivo analcolico e sfogliando la gazzetta, rigorosamente partendo dalla fine, si sofferma sulla pagina del tennis e inizia il viaggio: finale di Wimbledon, prato verde, fragole con la panna. Scrive "Corsia Centrale"