Parigi ama ancora.

Nascosta, forse, fra le notizie brutte, i racconti, la vita quotidiana che è cambiata: “Nessuno esce più la sera. I locali sono vuoti. Non ci parliamo più in metropolitana”; chiedo, e chi era lì, o chi ci è tornato, risponde così. E c’era difficoltà e quasi imbarazzo, una voglia di festa diversa quella sera, un mese fa,  una notizia letta per caso sul telefono: “Sta succedendo qualcosa di grosso a Parigi”. Sì: e mi sembra un problema che la quotidianità riprenda il suo ritmo, come se fossimo abituati, da ormai dieci anni e più, ad una normale tragedia.

Chi se ne accorge, chi capisce che Parigi cambia sempre tutto, capisce che la prima cosa urgente dopo Parigi è capire meglio, capire di più: i percorsi, i legami, le persone intorno a noi. Unire e distinguere. E più camminano i giorni, e più la notizia mangia la notizia, e più il mondo, le merci e le persone ricominciano a circolare, chi capisce continua a guardare la realtà con gli occhi della rivoluzione, perché ha capito che rivoluzionari sono i tempi che ci tocca vivere. E le parole per i tempi rivoluzionari sono state già scritte tanto tempo fa, e mi sono tornate in mente come una bastonata, salendo su una macchinina piccola e scassata che ci aspettava da sola in una sera umida di novembre in una piazza del centro, ad ascoltare una Parigi minore e bella, ballata.

“Gli avvenimenti cileni sono stati e sono vissuti come un dramma da milioni di uomini sparsi in tutti i continenti”, scriveva Enrico Berlinguer su Rinascita, in quell’autunno, 1973. “Si è avvertito e si avverte che si tratta di un fatto di portata mondiale, che non solo suscita sentimenti di esecrazione verso i responsabili del golpe reazionario e dei massacri di massa, e di solidarietà per chi ne è vittima e vi resiste, ma che propone interrogativi i quali appassionano i combattenti della democrazia in ogni paese e muovono alla riflessione”. E rimane altrettanto vero che “l’obiettivo di una forza rivoluzionaria, quello di trasformare concretamente i dati di una determinata realtà storica, non è raggiungibile fondandosi sul puro volontarismo e sulle spinte spontanee. Il punto di partenza della strategia e della tattica del movimento rivoluzionario è la esatta individuazione dello stato dei rapporti di forza esistenti in ogni momento e, più in generale, la comprensione del quadro complessivo della situazione”.

Enrico Berlinguer parlava a persone che avevano nascosto, e mai dimenticato,di essere dei rivoluzionari. ” Il salto di qualità”, lo chiamavano i parlamentari comunisti: prima o poi ci sarebbe stato, e un movimento pacificato sarebbe tornato alla sua missione originaria. Ed eccolo, l’abbiamo visto, il salto di qualità: c’è stato a Parigi. Ed è un salto di qualità che parla a tutti noi, anche e sopratutto a chi etichette di rivoluzionario non ne ha mai volute, e anzi, chiedeva solo di essere lasciato in pace. E’ questa la cosa che ci colpisce di più: non ci è più concesso di praticare serenamente uno dei diritti fondanti della nostra vita, il diritto all’atarassia, al disimpegno, al disinteresse. Dopo Parigi, in Europa, siamo tutti arruolati, tutti mobilitati, tutti meno sereni.

E allora c’è una scelta che ci è posta, questa sì: possiamo essere inadeguati , disinformati, subalterni ai tempi che ci tocca vivere; oppure migliori, anche solo un po’, e dunque cittadini. Ovvero, rivoluzionari.

 

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La rivoluzione delle piccole cose. 

Un buon lavoro. “Hanno ragione loro: questa roba non la fa nessuno, e non si capisce perché”, mi ha detto chi ha letto i testi che avevo passato su WhatsApp, al volo. Il “fish & chips”, per così dire, a Roma è famoso, e io ancora non l’ho mai provato. L’ho mangiato solo a Galway, sotto la pioggia, e il giorno dopo che era successa una disavventura epica che fra amici ancora ci raccontiamo: protagonisti un telefono, un paio di ciabatte e un pub chiuso. Comunque: a Roma, il filetto di baccalà fritto, dicevo, si mangia a via dei Giubbonari, e nemmeno quella sera sono riuscito a mangiare li.

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Iqra

” Lasciamo stare le religioni, maledette religioni”, ha detto la signora con i capelli bianchi di platino, seduta sullo sgabello del dibattito nella libreria: “Vogliamo sapere qualcosa dell’attualità!”, ha continuato; “ma certo che il punto non è l’Islam”, mi ha detto un’amica, parlando sul balcone. ” Io cerco sempre di ripeterlo, distinguiamo i mussulmani dai terroristi, l’Islam non è un problema “, ha ripetuto il giornalista mentre intervistava il ragazzo bengalese.

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“Guerrieri siamo: guerrieri.”

Al teatro del museo di storia antica della Sapienza, i ragazzi del laboratorio di traduzione e recitazione hanno chiuso le Troiane di Euripide, dopo gli applausi, i ringraziamenti di rito e i saluti vari, con un imprevisto, e dissacrante, balletto disco-pop in costume di scena. Sono scoppiato a ridere: “La prossima volta ci penserò due volte prima di far recitare i ragazzi in gonna”, ha detto il regista, divertito; ” la responsabilità è mia”, ha detto la professoressa, sorridendo: “Non vedevo l’ora di vederli”.

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".