“Guerrieri siamo, guerrieri!”

“Guerra, bisogna che la fugga chi ha giudizio”
Cassandra – Le Troiane, Euripide

Al teatro del museo di storia antica della Sapienza, i ragazzi del laboratorio di traduzione e recitazione hanno chiuso le Troiane di Euripide, dopo gli applausi, i ringraziamenti di rito e i saluti vari, con un imprevisto, e dissacrante, balletto disco-pop in costume di scena. Sono scoppiato a ridere: “La prossima volta ci penserò due volte prima di far recitare i ragazzi in gonna”, ha detto il regista, divertito; ” la responsabilità è mia”, ha detto la professoressa, sorridendo: “Non vedevo l’ora di vederli”.

Fa strano pensare che la parola moderna che si avvicina più a laico sia pop: di tutti, immediato, comune, leggero. È un equilibrio delicato quello fra contenuto e forma: e a chi pensa di portarsi dietro un qualche tipo di contenuto, spetta di chiedersi come farlo arrivare efficace, intero, comprensibile e immediato. Matteo Renzi, in questo è padrone, per dirne una. E le tragedie greche ci riuscivano, attingendo dalla storia di tutta l’umanità seduta lì nel pubblico: si andava a teatro per venir presi a sberle, toccati nel profondo. La sfida vera è quella di comunicare tutto come un regalo, lasciando qualcosa, facendo la differenza; Guerre stellari, per esempio, ci riesce bene.

Navi spaziali, spade laser, fulmini di forza ed ecco, sei abbastanza distratto, hai le difese abbassate, non te l’aspetti e boom, filosofia in tre battute, che prima che tu possa dire: ehi ferma tutto, io non ero qui per pensare, è già troppo tardi, è entrata. E ci sono articoli e discussioni e dibattiti fra amici su quale sia l’episodio migliore fra i sei già usciti; nel circolo ludico-cinefilo ad alto tasso di Whiskey, dadi a venti facce e termodinamica per le masse che di solito frequento, prevale la corrente più solida fra gli accademici di settore: il quinto episodio sarebbe il migliore. Per storia, sceneggiatura e contenuti. Sommessamente, ecco, dissento: trovo assurdo che il miglior Guerre Stellari sia quello in cui non c’è nemmeno una…guerra stellare, in cui non si vede nemmeno un Ala-x con gli alettoni aperti e l’unica spada laser degna di nota è di un colore diverso dal verde (e non è a doppia lama).

È indubbio però che quel che c’è da sapere, lo si trova lì, condensato in un paio di scene.

 

Luke: “Sto cercando un grande guerriero!”
Yoda: “Oooh, grande guerriero? Guerra non fa nessuno grande”.

Già. E dopo il 13 novembre, dopo i primi attacchi e i primi bombardamenti, dopo la diplomazia, dopo la sparatoria in California, a San Bernardino, alla fine l’ha detto il Pentagono: “La realtà è che siamo in guerra”. Sommessamente, dissento. Perché bisognerà pure intenderci: la guerra non è qui, ancora. Noi lanciamo dei missili, noi influiamo con la diplomazia, noi spostiamo le pedine sullo scacchiere della guerra energetica, noi sovvenzioniamo i paesi del golfo, noi vendiamo le armi, noi facciamo le regole, noi siamo tante cose. Noi non siamo, ancora, in guerra. Perché ad essere in guerra, l’ha scritto Limes lucidamente il giorno dopo la strage di Parigi, sono altri.

La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmani stanno facendosi tra loro, da molto tempo. Siamo davanti a una sfida sanguinosa che risale agli anni Ottanta tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Una sfida intrecciata agli interessi egemonici incarnati da varie potenze musulmane (Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc.) (…). In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari; è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti.

E rimane vero. E capisco di colpo quelle parole lette sul retro di un disco, prese da un libro due volte regalato e ancora mai letto; la storia di contadini che lottano contro i padroni dall’altra parte del mondo, dove su un pontile sventolano tricolori bicromi: “Guerrieri siamo, guerrieri. Lottiamo per la splendida virtù, per una meta elevata, per la saggezza sublime”. Sì, credo che la nostra scelta sia questa: più che in guerra o in pace, guerrieri o trofei. Perché questo possiamo essere nella battaglia di cui siamo spettatori colpevoli: trofei, scalpi da ostentare nella Champions League farlocca della geopolitica, in cui è più fico chi ammazza più occidentali imperialisti ed infedeli; o cittadini, e quindi guerrieri. Arruolati con un solo scopo: evitare di perdere terreno, conservare la trincea, tenere stretti i libri della storia, proteggerli da chi li vuole bruciare.

“Non dobbiamo avere paura, sennò vincono loro”, dicevamo sul balcone: loro? Chi? E vincere cosa? E noi saremmo i vinti, ineluttabili nel nostro tragico destino, come le Troiane senza più speranza? E spostiamola, questa luce da interrogatorio americano sparata in faccia a chi a malapena conosciamo: siamo noi, che siamo tanto più ricchi, abbiamo fatto tanta più strada, abbiamo tanto più da dare, che siamo qui principalmente per perdere. E il tempo che ci tocca vivere è quello delle parole di Albert Camus: siamo qui per evitare che il mondo si distrugga. Era il 1957: pochi anni dopo, sarebbe stato maggio, 1968. Sarebbe stata Parigi. Sarebbe stata Place de la Republique: siamo ancora lì. Lì restiamo.

Perché è quello che siamo, e di qui scende quel che abbiamo sempre fatto. Tutti. Nelle strade, nelle piazze e nelle università. A manifestare contro ingiustizie che non capivamo, o a rimanere, ignari e ignavi, nelle biblioteche a studiare forse, o a guardare il cielo sottolineando indistintamente tutte le righe dei libri. Ad autogestire scuole per discutere sempre male di quel che, ci avevano detto, non andava bene; o a rimanere in classe, forse in polemica, forse in pigrizia. Abbiamo fatto la nostra parte, abbiamo praticato libertà per noi scontate: la pigrizia e l’attivismo, il disimpegno e l’ambizione. E ora siamo qui: dove più che per ciò che facciamo, per ciò che scegliamo di non fare, siamo al fronte per quello che siamo. Per come ci alziamo la mattina e ci laviamo i denti, per come prendiamo il tram, per i vestiti che si mette mia sorella e per quelli che può pensare di comprarsi, per come stiamo a casa contenti di guardare il soffitto, per le macchine che cerchiamo di riparare, per i sorrisi che proviamo a conoscere, seduti e imbarazzati al bar della stazione mangiando tarallini in un aperitivo improvvisato e artigianale. È per questo che ci è chiesta la testa, è per questo che potremmo anche morire.

E io dico sì.

Perché è la nostra storia che ci chiede di essere alla sua altezza. È la Magna Carta, è la rivoluzione francese e i diritti dell’uomo, quelli che viviamo senza conoscerli, senza averli scelti, quelli che altri hanno firmato per noi, regali che ci hanno fatto e che scordiamo di avere. Sono le donne morte l’8 marzo e le mimose che cogliamo, sono i bolscevichi al palazzo di Inverno e le bandiere rosse e quel che, bene che vada, ci hanno lasciato: ospedali inefficienti, trenini e autobus scassati, impiegati pubblici imboscati. Per ognuna di queste cose, per tutte le storture del nostro mondo spezzato, morire ci sta.

Perché l’alternativa è rinunciare alla possibilità lontana eppure concreta di creare qualcosa di migliore, una volta su un milione: quel processo giusto, quell’occasione buona, quella combinazione di cause che possa cambiarne un pezzetto. È questa la scelta che abbiamo di fronte: conservarci o peggiorare, più che sparare o morire. Di questo possiamo essere consapevoli e vivercela alla grande, riscoprendo le storie che ci hanno portato salvi fino a qui; o sperare, piuttosto, di rimaner vivi per effetto farfalla, grazie alla folata di vento che all’ultimo scansi la pallottola prima che ci colpisca, grazie al passante che prima di noi ha preso la metro sbagliata, grazie all’impegno di lavoro che non ci ha fatto andare allo stadio.

Delle due strade, scelgo la prima. Continuo a prendere la metro, ad andare in motorino nel traffico, a prendere le multe perché vado di fretta e parcheggio dove capita. A dire stupidaggini in pubblico e a chiedere scusa quando arriva l’occasione, a unire i puntini per scoprire le storie, a camminare più veloce: ieri più lontano, oggi più vicino. Niente eroismo cialtrone, scelgo una normalità prudente. Quella di tutti noi, cittadini, rivoluzionari, guerrieri.

Se quattro ragazzi delle periferie che abbiamo abbandonato, con barbe lunghe e YouTube sul telefonino, faranno saltare in aria la metro mentre sono impegnato a perdere sguardi e occasioni per scrivere parole come queste, che sono in grado di condannarmi a morte per il solo esser state scritte, avrò fatto metà della mia parte: sempre inadeguata. Perché ci hanno lasciato un mondo incasinato e la speranza, con fatica e impegno, di farci qualcosa di più bello insieme agli altri. Ho tutto da perdere e molto da dare, e provo ad attrezzarmi: e se nel far questo schiatto, passi. Ci sono morti peggiori.

Se l’alternativa è lo stato di polizia permanente con i militari che ti perquisiscono lo zaino alle fermate della metro; il dover sentire il tremolio nella voce dell’addetto agli accrediti stampa che, siccome ho la barba, esorcizza la tensione chiedendomi se sono dell’Isis e se il mio zaino verde è pieno di tritolo; e dover trovare un motivo diverso dalle mie paranoie per chiedermi ad ogni passo se sono al sicuro, se l’alternativa è tutto questo dico grazie, questa tranquillità mi affatica. Preferisco una libertà più quieta e lenta, i funghi arrosto a San Martino al Cimino, il tresette giocato coi ragazzi sugli stuoini che ostruiscono il corridoio di Italo Treno, il tenere tutto insieme sperando di fare tutto bene, e m’accollo la morte.

E se dovesse succedere, tu dì loro che è un casino, e che è complesso, e che mi dispiace che le promesse che valgono per tutti gli siano sfuggite di mano. E chiedigli cosa hanno fatto per trattenerle, nonostante tutte le difficoltà. E se quel libro con cui m’hanno steso l’hanno poi veramente letto tutto, visto che secondo me è un po’ più bello di come gliel’hanno raccontato.

Dì loro che la paura è partenza, distingue e muove;  la paura interroga e frusta. E allora impareremo a non aver più paura di avere paura.

Così, dì loro che ho paura. E poi dì loro che sto bene.

 

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".