Iqra

“Abolire il concordato fra Stato e Chiesa? Una proposta massimalista”

Palmiro Togliatti, Rinascita, 1957

” Lasciamo stare le religioni, maledette religioni”, ha detto la signora con i capelli bianchi di platino, seduta sullo sgabello del dibattito nella libreria: “Vogliamo sapere qualcosa dell’attualità!”, ha continuato; “ma certo che il punto non è l’Islam”, mi ha detto un’amica, parlando sul balcone. ” Io cerco sempre di ripeterlo, distinguiamo i mussulmani dai terroristi, l’Islam non è un problema “, ha ripetuto il giornalista mentre intervistava il ragazzo bengalese.

Sì, è così. La religione non è un problema.

La religione è il problema.

E trovo sconvolgente il riflesso pavloviano, sopratutto a sinistra, della negazione, della rimozione del conflitto in corso qui, davanti agli occhi di tutti noi. Rimozione che si manifesta in due modi, alternativamente dannosi e, credo, un po’ pecioni.

Il primo è quello del politicamente corretto sedicente di sinistra che, pur di levarsi dalle mani una patata bollente che non sa gestire, attacca la solfa degli islamici moderati e del distinguere in terroristi e non terroristi, arrivando all’assurdo di pensare di poter chiedere alle comunità mussulmane di dissociarsi dagli attentati, come se il punto fosse che quelli dell’Isis sono come i compagni che sbagliano ai tempi delle brigate rosse. Ed è così: e proprio perché lo sono, uguali, identici, sarebbe come dire che le Brigate Rosse con il comunismo non avevano nulla a che fare, fino all’ulteriore assurdo dell’arrivare noi a dare il nome alle cose, invece che la concreta dinamica storica e i rapporti di forza: questo è comunismo, questo non lo è; questo è Islam, questo non lo è. E sempre, solo, nei limiti in cui fa comodo alla nostra sanità mentale.

E il secondo, dannoso allo stesso modo: la voce un po’ querula di quelli che lo dicevano da prima, che le religioni sono un problema e che l’ateismo è la soluzione magica, e adesso che ho condiviso questo fumetto cazzeggione e ricordato al mondo che le bestemmie sono come l’acqua fresca sono sicuramente riuscito a dare un contributo positivo ad una situazione follemente complicata. Ateismo un tanto al chilo, massimalismo di maniera, che dovrebbe indurre chiunque si senta di sinistra e progressista a chiedere conto di questa totale mancanza di analisi: sì, e quindi? Sì, e allora?

E allora, forse vale la pena dire che questo è, torna ad essere, il secolo della religione, finito il secolo delle ideologie di massa. Come tanti altri ce ne sono stati. E di dire che, come scrive Giovanni Fontana, che è ateo lucido e sempre intelligente, il problema è proprio la religione: non la politica, la religione! E il problema è l’Islam, per come si sviluppa al giorno d’oggi e per come l’abbiamo costretto a svilupparsi dalla guerra del Golfo in poi; il problema è che fra Raqqa e Idlib ci sono uomini vestiti di nero che dicono che “la shari’a si può imporre solo con le armi”, e i ragazzi che vanno lì ascoltano queste parole, e più li radiamo al suolo coi cruise senza fare null’altro, più daremo argomenti a chi racconta che Francia e America sono il grande Satana. Ed è proprio di religione che si deve parlare, fra noi, al bar, nelle case: di chi la guida, di chi la fa crescere, di chi la mette in discussione, di chi ci cammina insieme.

Fa ridere la storia raccontata da Gregorio di Nanianzo, padre della Chiesa, che ai tempi dei primi concili si aggirava per Costantinopoli stupito e turbato che i pescivendoli e i verdurai si avventurassero in dibattiti sulla natura della Trinità: fa ridere perché è vera, e perché laico, laikos, vuol dire del popolo, di tutti: un patrimonio comune. Qualcosa da imparare, da ascoltare, da condividere. E come la parola zero della tradizione ebraica, quella che inizia la preghiera più importante del popolo di Israele è Shema, “ascolta”, il comandamento zero del Corano è ancora più bello, e la sua storia arriva veloce come un treno nel racconto del ragazzo siriano nella libreria: “Io oggi mi definisco agnostico. E per me la religione è la mia nonna, che quando è morto mio padre stava lì curva sul Corano e leggeva, e io chiedevo, che fai? E lei diceva, sto vedendo una cosa, perché quello che c’è scritto riguardo l’eredità di tuo padre, proprio non mi torna. E lei era lì, che leggeva. Perché la prima parola che è stata dettata da Gabriele a Maometto è Iqra: leggi”.

E allora, servono più nonne che leggono il Corano, e più futuri agnostici che le ascoltano. E servono più ragazzi ventiduenni responsabili di moschea che a margine di un’intervista in TV ti raccontano che devi tenere presente la differenza fra il Corano e gli hadith,  i detti del Profeta. E servono più articoli maestosi come quello di Alessio Aringoli che ci racconta che la partita, quella vera, qui, più che bloccare le frontiere e aprire le porte delle caserme è il decidere se il Corano sia creato o increato, se precede o procede da Allah, e che l’Isis e il suo fanatismo sono una risposta ideologica a dei bisogni sociali, risposta che è così efficace proprio perché ancorata ad un profondo e dirimente dibattito teologico. E allora è da capire anche se siamo davvero nel tempo delle guerre di religione del mondo islamico: da una parte la setta estremista sunnita dell’Isis che ammazza prima di tutto mussulmani e odia per primi Hamas e l’Iran, e dall’altra gli sciiti iraniani e quelli della costa siriana, gli Alawiti di Assad; o se siamo invece, piuttosto, al tempo di un Concilio di Nicea dell’Islam e della definizione dei dogmi di quella religione.

Se la religione è il problema, serve religione migliore: serve più teologia. E più teologi. E servono più atei che studino teologia con la stessa curiosità con cui studiano medicina, scienze politiche, fisica, matematica, educazione fisica, giurisprudenza. E serve più diritto ecclesiastico e più riflessione su cosa sia lo Stato e cosa sia il fatto religioso nel mondo di oggi, e su cosa debba fare lo stato moderno e laico nei confronti delle religioni; finora, la laicità liberale andava bene: fate quel che volete, la religione è libera, noi non ci impicciamo. E così continueremo a vivere nel liberi-tutti anarco-religioso, e ogni volta torneremo a stupirci e a discutere per giorni del Testimone di Geova che ha guardato sua figlia morire, dopo aver rifiutato le trasfusioni del sangue; della polemica natalizia sul presepe nelle scuole ormai più tradizionale del presepe stesso, della prossima sentenza sul crocifisso in classe, del prossimo islamico radicale che si fa saltare in aria perché ha letto sul Corano che Allah, il grande, il misericordioso, predica che gli infedeli devono esser sterminati.

E servono più storici, che ci raccontino di come i teologi islamici progressisti siano stati soppressi e imbavagliati, accusati di apostasia dalle dittature laiche che l’occidente aveva sovvenzionato e foraggiato – perché, sul breve periodo, è meglio il nemico che conosci (e finanzi, e su cui raccogli informazioni) del nemico che non conosci; e servono più storici dell’arte, più umanisti, che ripercorrano il cammino della storia della religione e il modo in cui si è mostrata al mondo, professata, in quadri, statue, significati, situazioni, interpretazioni. E più linguisti allora, più filosofi, più filosofi del linguaggio, che spargano nei quartieri e nelle case elementi minimi di cultura interpretativa per le persone, per tutti, per la gente, perché la religione ci sta venendo a prendere in casa, nei teatri, negli stadi, e probabilmente, dire che non è affar nostro non ci è più concesso.

E per tutto questo, serve il contributo e l’aiuto sincero proprio degli atei, degli agnostici, dei critici, benedetti loro. Serve sostegno, con lo spirito curioso di spiegare, di capire, di aprire questi libri e vedere un po’ che diamine c’è scritto e darci una mano a noi, che proviamo a camminare con una fede, e dirci: “E questa roba che c’è scritta, per te che roba è? Che vuol dire? Potrebbe voler dire, invece, qualcosa di migliore?”. Perché la fede e l’uomo camminano insieme, e l’uomo da solo, senza gli altri, sta fermo.

E allora serve che siamo insieme in grado di capire, di ricordare, che le tre parole di base delle religioni abramitiche sono parole di comunicazione, e che la comunicazione comprende il mittente, il ricevente, significante e significato, le interferenze fra l’uno e l’altro: e questa è una roba di filosofie umanistiche e di studi letterari, che ne studiano e ne discutono da sempre, e le nostre università piene di laureati in lettere che pensano di non aver nulla da fare e da dare al mondo sono le nostre migliori risorse per farcela da qui in poi.

Shemà, dice Dio al popolo di Israele;
Logos, era in principio, dice l’evangelista teologo;
Iqra, dice l’Arcangelo al Profeta:

ascolta, parla, leggi.

La rivoluzione, credo di tutti, passa da qui.

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".