La rivoluzione delle piccole cose

Lo stress e l’incertezza, l’ansia e l’agitazione,
si rilassano in un anello di fumo: disegno dei cerchi.
Non che sia abituato, si muovono in ogni direzione.
Domani conquisterò la luna, oggi scompaio

Vici Luna – TocTocToc

Un buon lavoro. “Hanno ragione loro: questa roba non la fa nessuno, e non si capisce perché”, mi ha detto chi ha letto i testi che avevo passato su WhatsApp, al volo.

Il “fish & chips”, per così dire, a Roma è famoso, e io ancora non l’ho mai provato. L’ho mangiato solo a Galway, sotto la pioggia, e il giorno dopo che era successa una disavventura epica che fra amici ancora ci raccontiamo: protagonisti un telefono, un paio di ciabatte e un pub chiuso. Comunque: a Roma, il filetto di baccalà fritto, dicevo, si mangia a via dei Giubbonari, e nemmeno quella sera sono riuscito a mangiare li. Ero di corsa, passato un attimo al circolo, li, vedere come andava la campagna per la sensibilissassione sulla sanità dei giovani del Pd. Ho preso un po’ di materiale e l’ho fatto vedere a degli amici medici, magari era utile per scrivere qualcosa. E mi hanno detto: un buon lavoro. Una cosa che mi hanno detto, mi ha colpito: “E’ importante soprattutto la parte sulla salute mentale, quando dicono che è un tema ignorato da tutti. E vero, è così. Le patologie psichiatriche sono diffusissime in Europa, e non ne parla nessuno. Si pensa che siano soldi da non usare, inutili, quasi buttati. Non dico di arrivare a macchiette alla Woody Allen, ma la gente, fidati, sta male”.

Si: in Europa, la gente non sta bene. E più si scende a sud, più si va nelle periferie, più si sta peggio. Dopo gli attentati di Parigi, nel turbine delle notizie, si è fatta strada piano piano la verità dei fatti: nessun arabo, o magrebino, fra i massacratori del Bataclan; tutti cittadini belgi o francesi, delle periferie. Da lì, fortunatamente, anche se come al solito ben nascoste, sono partite le solide analisi sociali: i figli delle periferie maledette dimenticate dal nostro modello sociale che ci presentano il conto. E di storie, ce ne sono tante: c’è il telefonino di uno degli attentatori pieno di selfie con le armi automatiche e di donne nude, che, ha scritto Gramellini spero rendendosi conto dell’esattezza e delle implicazioni del lessico scelto, è prima di tutto il ritratto di un drammatico sfigato; la storia del tizio che dopo una notte di sbronze ha deciso che l’Islam fondamentalista era una buona idea; il reportage dalle banlieues dopo la strage di Parigi, sul Corriere della Sera, in cui si tornava a dire che li, i ragazzi, potevano diventare “solo spacciatori, tossici o jihadisti”. I dati ci sono, gli studi anche, le notizie sono lì, basterebbe leggerle e fare qualcosa.

I due attentati terroristici che hanno causato 17 morti in Francia sono il risultato della radicalizzazione che ha quattro principali caratteristiche. Gli attentatori venivano dai sobborghi poveri della Francia, le cosiddette banlieues dove c’è una concentrazione di popolazione principalmente di origine nordafricana, con un tasso più alto di disoccupazione e criminalità e un senso profondo di antagonismo, soprattutto da parte degli uomini, verso il resto della società. Molti passano parte della loro giovinezza in prigione e quelli che diventano jihadisti sono mussulmani “rinati” senza alcuna cultura islamica precedente. Vengono attratti dall’Islam radicale da guru, attraverso Internet o l’influenza dei loro amici.

Lo studio di Farhad Khosrokhavar, sociologo francese della scuola di Alti Studi di Parigi, è essenziale nell’economia della comprensione di Parigi, perché introduce un tema centrale: il carcere.

Per la gioventù dei sobborghi poveri, la permanenza in prigione è un rito di passaggio all’età adulta. Alcuni sono fieri di essere stati in galera e una volta fuori, si affermano per legittimità grazie alla loro permanenza in carcere. (…) I mussulmani in Francia sono l’8% della popolazione e in prigione il loro numero è circa della metà dei detenuti. Nei centri di detenzione per piccoli reati, la loro percentuale è anche più elevata

E poi c’è un trafiletto, sepolto fra le pagine e pagine di giornali che abbiamo divorato in questi giorni. Sulla Stampa: la storia di una psicologa, una dottoressa, estremamente discreta nel rivelare il suo lavoro: terapeuta di banlieues. Acchiappa i ragazzi di quelle frontiere e prega di riuscirci un minuto prima che partano per la Siria, a fare il viaggio di “iniziazione alla Jihad” o almeno un minuto dopo che abbiano visto il primo video di propaganda su YouTube. “Oh, ne ho visto uno, è fichissimo, è fatto troppo bene. Ti fa venire voglia di giocare a Call of duty”, mi ha detto un amico: già. L’avrà creato con Movie Maker qualche mussulmano di Montreuil che per i primi 17 anni della sua vita ha passato il suo tempo a giocare coi ai computer e a navigare su Internet, senza nessuno che gli dicesse che lì dentro, e lì fuori, nel mondo, poteva incidere, avere qualcosa da dire, cambiare le cose.

E mi stupisce come la storia ancora non ci abbia insegnato che il radicalismo fanatico nasce da due ingredienti: una domanda di senso, un’offerta di senso. Il fascismo diede senso agli spiantati della prima guerra mondiale traditi dalla promessa delle terre: e così, per votarti ad una causa distruttiva, devi avere l’impressione di non aver più nulla da guadagnare nel posto dove sei. ” Sai come abbiamo sconfitto il terrorismo, noi?”, mi ha detto un uomo alla stazione: “Con l’assistenza sociale, persino con l’assistenzialismo. Abbiamo preso quelli che stavano fori de’testa e gli abbiamo detto: senti, che vuoi? Che c’hai? Vuoi lavorare in banca, a papà? Alle poste?”. E abbiamo evitato che facessero il macello”.

Tuo nonno, scappato dalla Siria tanti anni fa con quelle due parole di francese che gli erano rimaste in testa dalla lingua di quei bianchi, che avevano dominato per anni suo nonno e suo padre; tuo padre, a farsi il culo per mandarti a scuola, a prendere quel diploma che oggi ci serve soltanto per scrivere sui giornali ” ma quali poveracci delle banlieues, erano tutti della classe media, e diplomati” . E tu, che nel pomeriggio vedi solo cemento e centri commerciali, e se giri per il primo, il secondo, il terzo arrondissement ti guardano male, e poi ti pigliano e ti buttano in galera e ti inizi a chiedere che cazzo avrai fatto mai nella vita per continuare a vagare fra uffici di collocamento, partite alla PlayStation di pomeriggio, canne a rotella per farsi almeno due risate e quella storia di come siete arrivati in Francia tra mille difficoltà, che aveva già rotto le palle la seconda volta che tua madre te l’ha raccontata.

Sì, tutto giusto. E l’analisi delle condizioni sociali è importante, e da Tor Bella Monaca la gente non parte per la Siria solo perché li arruola già la camorra – che, dicono i servizi segreti, attualmente fa da argine fra noi e il terrorismo islamico e che è pronta a mostrare “il suo lato buono” in questi tempi difficili. Tutto vero e tutto giusto e allora l’analisi sociale, il materialismo, la riflessione sulle condizioni delle periferie è fondamentale e allo stesso tempo insufficiente a spiegare le profondità del buco in cui siamo finiti. Nel breve periodo, domani, dopodomani, non ci aiuta dire semplicemente che la gente sta povera e che bisogna creare occasioni di lavoro e ascensori sociali. Si. È vero. E non c’è tempo.

“Sto iniziando a pensare che si debba cambiare tutto”, discutevamo con una persona che, dice, dalle organizzazioni di politica strutturata, sedicenti sindacali, per il momento si è un po’ distanziata. Ed è vero, ho pensato, e abbiamo detto: serve giocare. Serve aumentare la bellezza domani, perché il bello chiama il bello: la bellezza non salverà nessuno se non la salveremo prima noi: lo ha scritto Zagrebelsky, lo ha citato Settis, entrambi parlavano dell’Isis che abbatteva le rovine di Palmyra.

E allora serve la rivoluzione delle piccole cose, perché la gente sta male dietro casa nostra.

E serve che quella ragazza prenda e parta e vada e farsi il viaggio che vuole pure da sola, se non trova nessuno che la accompagni, e impari a farsi nuovi amici dove serve. E serve ritornare in quell’associazione pure se non siamo d’accordo, perché starci è meglio che non starci. E serve fare quel corso di piano che ti sei sempre negata perché qualcuno ti possa sentir suonare da sotto la finestra, fra la strada e il parco, e pensare che il mondo non è poi così brutto.

E servono più gruppi scout e più Akela che fanno il giro delle case all’inizio dell’anno per accogliere i cuccioli, e più persone a cui spiegare quanto siano belli; e più sedi di partiti e più associazioni e più mostre di fotografia nei pub. E più laureati in lettere, più psicologi che battano i quartieri, e più coraggio e più letture, e più biblioteche e più centri sociali e più film gratis di seconda visione proiettati sui muri, e più pneumatici dipinti con dentro i fiori appoggiati sui piloni dell’undicesimo arrondissement ferito. E più educatori e più tornei di tresette, più corsi popolari di pittura ad olio, più gente che molla il lavoro in ufficio e va a fare l’insegnante di inglese, e più zecchette nelle scuole e più corsi pulciosi e disinformati che qualcosa comunque porteranno.

E servono più viole per le strade e più organetti nelle piazze, e più canzoni di notte e più urli di rondò in catena quando cala la sera, e più bicchieri di latta con i moschettoni alla cintura, e più cose e tenere tutto insieme, e non lasciare nulla che valga la pena di essere conservato e mollare subito, subito, tutto il resto. E più forza e più cura per distinguere cosa va lontano e cosa ci accompagna solo per un tratto, e la capacità di dare valore a questo e a quello.

“Indietro? Nemmeno per prendere la rincorsa”, diceva un rivoluzionario vero. E allora fermi, al massimo, ad addobbare un mondo in festa, perché quando arriverà chi è rimasto un po’ indietro possa valutare che non valga la pena di buttare il mondo all’aria, perché il mondo è ancora capace di stupirci, perché quel ragazzo ha dipinto un quadro e l’ha appeso nell’androne del palazzo, e perché quella ragazza si è iscritta ad un partito senza che gliel’avessero detto i genitori.

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".