L’avvento del mondo digitale ci ha abituato ad aspettarci dei cambiamenti epocali con una frequenza incredibile: le reti sociali, gli smartphone, la rivoluzione nel marketing o nell’editoria… tutto affastellato nell’arco di pochissimi anni. Ormai questo fatto non ci stupisce nemmeno più, a dir la verità: diamo ormai per scontato che ricerca scientifica, applicazione tecnologica e diffusione capillare siano ormai processi quasi sincronici.

Fra le tendenze più interessanti, ce n’è una emersa negli ultimi anni: il mondo digitale, fino a poco tempo fa visto come un luogo immateriale dove avveniva lo scambio di informazioni, ha trovato punti di contatto sempre più diffusi con lo spazio fisico e con la nostra quotidianità. Non sto parlando tanto di conversione di prodotti già esistenti (quale potrebbe essere l’invenzione dell’ebook) o dell’evoluzione di dispositivi già presenti (come gli smartphone), quanto più di tutti quei nuovi processi che sono e saranno resi possibili dalla compenetrazione con la rete, ma che prima non esistevano o che erano talmente poco ottimizzati da essere quasi irriconoscibili.

Un buon esempio potrebbe essere quello dei Makers: passare dalla stampa 2D alla stampa 3D non è una semplice miglioria, è un cambio di paradigma. È possibile ora creare un prototipo, un pezzo di ricambio, un gadget completamente personalizzato a costi irrisori, con precisione industriale, in maniera assolutamente autonoma e con conoscenze specialistiche minime rispetto al passato.

Pensiamo anche alle wearable technologies e all’approccio completamente nuovo che danno all’interazione uomo-macchina: non siamo più noi a dover imparare a usare un device, ma è l’oggetto stesso che viene incontro alla nostra struttura fisica per farci lavorare con lui.

Pensiamo poi a tutto quello che va sotto il nome generico di Internet delle cose: l’integrazione dei sistemi di scambio dei dati e di feedback continuo della rete implementati negli oggetti di uso comune (come nella domotica), nei processi di stoccaggio industriale, nei sistemi di sicurezza, ecc.

Un caso limite di questo nuovo modo di usare la rete e le sue strutture, sia per dimensioni che per la portata del progetto è quello delle cosiddette Smart Cities.

Cosa si intende per Smart City?

Innanzitutto è una bella etichetta che serve ad attirare finanziamenti e creare un’immagine. Bisogna esserne ben consci: quando si propongono strategie innovative di grande portata e varietà, conviene sempre avere un marchio accattivante per far drizzare le orecchie a chi dovrebbe sganciare la grana (e la tecnologia).

Di fatto sono una serie di progetti e strategie atte a implementare le nuove tecnologie digitali (sia a livello di servizi immateriali che di infrastrutture) nel tessuto urbano, per migliorare sia l’interazione dei cittadini sia delle imprese con la città e le sue risorse. Questo passa attraverso un processo circolare di innesto di nuove tecnologie, raccolta dei dati d’uso e di feedback diretti, miglioramento e implementazione di nuovi servizi e così via.

In tutto questo c’è sempre o ci dovrebbe essere un’attenzione particolare all’aspetto green della città, alla sostenibilità e all’inclusione di pratiche e tecnologie atte a migliorare la vita e l’esperienza di tutti i cittadini. E poi, ovviamente, sono indispensabili tutti quegli aspetti molto teorici che riguardano il miglioramento della socialità, l’inclusione, lo sviluppo umano, ecc. ecc.meta tag - smart cities Parte I - 2

Fin qui tutte bellissime proposte e idee, ma nel concreto che si sta facendo?

Si sta ancora progettando: iniziano a esserci le prime applicazioni per la rilevazione del traffico, dei parcheggi, per l’integrazione dei servizi di trasporto pubblico, per il miglioramento della raccolta differenziata e via dicendo.

Ma per fortuna siamo ancora in una fase sperimentale, dove tutto può ancora cambiare e accadere.
Infatti (secondo me) è necessario che, prima di procedere a testa bassa con l’implementazione tecnologica nei nuclei urbani, ci si fermi a riflettere su alcune linee guida per lo sviluppo futuro.

E sarebbe meglio che non fossero semplicemente delle vaghe aspirazioni idealistiche al sapore di slogan (“Oh si! Facciamo tutto più smart, più fico, più connesso!”) ma diventino dei paletti e dei punti concreti su cui lavorare.

Tuttavia, io credo che prima ancora di questo sia necessario riflettere sul modello di città in cui vogliamo vivere.

Nel corso del Novecento, in architettura, sono successe moltissime cose che sarebbero molto molto difficili da riassumere, ma che possono aiutarci ad inquadrare quali siano le tendenze e le idee, ma anche i percorsi svolti e gli errori a cui rimediare.

Il Movimento Moderno e l’idea di purezza.

Semplificando e riassumendo al massimo: ad un certo punto il Movimento Moderno ha cominciato a pensare che fosse ora di staccarsi da abitudini consolidate dalla mentalità borghese dell’Ottocento e bisognasse trovare una maniera diversa per intendere la città, le nostre abitazioni e la dimensione privata.

Era necessario rinnovare, eliminare orpelli polverosi, pulire le forme e creare strutture funzionali. Questo passando anche da una visione diversa degli spazi privati: la casa non più come un nido e uno spazio dove avviene tutto ciò che conta nella vita dell’uomo, ma come “macchina per abitare” (Le Corbusier).
La vita vera non doveva avvenire dentro le quattro mura domestiche, ma all’esterno, nello spazio pubblico.
Anche la città doveva essere una macchina costruita per far vivere bene, per riuscire a completare tutte le attività necessarie ad una persona e per stimolare la sua interazione con gli altri esseri umani.

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Ovviamente c’erano anche i lati negativi: la tensione verso forme pure diventò parossistica e finì per creare spesso edifici asettici e dall’impatto visivo troppo nervoso. C’era sicuramente una certa propensione alla cementificazione esasperata, senza riguardo verso la sostenibilità ambientale.

In tutto questo l’aspetto estetico era considerato come un inutile retaggio del passato, qualcosa del quale l’uomo moderno non si sarebbe dovuto mai più preoccupare, puntando semmai alla funzionalità e alle forme della pulizia e del rigore geometrico.
Ovviamente bisogna inquadrare la proposta del movimento moderno nel suo contesto storico per capirne anche le ingenuità e le prese di posizione.

C’è anche da riconoscere che molte delle proposte erano fortemente legate all’ideologia marxista che vedeva nella dimensione collettiva l’unica forma possibile di vita umana e demonizzava l’aspetto del privato come retaggio della borghesia e dell’antica aristocrazia. I valori della proprietà privata, della famiglia, ma anche della decorazione architettonica e di attenzione al “bello” erano visti come semplici puntelli e giustificazioni del potere oppressore del proletariato.

Il Postmoderno e la città che incanta.

Fra il movimento moderno e il Postmoderno sono avvenute moltissime cose, tuttavia possiamo individuare un modo diverso di vedere la città: per il postmoderno è ora necessario giocare con le forme, citare, riprendere stili e motivi dal passato.

Dalla purezza delle forme alla contaminazione, dalla rivoluzione abitativa alla dimensione estetizzante delle facciate. Ma soprattutto: non più una città che è una macchina per la vita umana, ma che deve di nuovo incantare con forme, colori, luci, divertimenti, attrazioni.

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La città come un gigantesco Luna Park, dove ognuno può realizzarsi come meglio crede, può trovarsi e perdersi mille volte, può esplorare un microcosmo. Il punto massimo di queste idee? Las Vegas.

Certamente ci sono degli aspetti positivi in questo approccio: la contaminazione, la riscoperta di stili dimenticati, lo spazio per il genio architettonico… E di certo c’è una risposta alle forme pure che avevano dominato il movimento moderno e che rischiavano di far diventare le città dei monoliti di acciaio e metallo.

Quelli negativi? In una parola: il kitsch. E poi la cacofonia, la riduzione della dimensione storica alla chiacchera, il qualunquismo architettonico.
Ma anche la massificazione dell’individuo, i divari sociali e l’esclusione delle classi più deboli, lo strapotere economico dell’industria dell’intrattenimento, la dipendenza totale dall’iniziativa privata per lo sviluppo cittadino.

Ora, questo breve excursus cosa c’entra con le Smart Cities?

Semplice: secondo me, se dobbiamo pensare al futuro della città, la scelta sta ancora fra questi due tipi di approccio. Purtroppo avere una città appetibile, scintillante che sia anche ecologica, inclusiva, adatta alla vita dei cittadini, potrebbe non essere possibile man mano che si va avanti.

Potrebbe essere necessario tornare ad una forma più funzionale, a delle idee più concrete e meno cool, se vogliamo che la tecnologia ci sia di aiuto per lo sviluppo urbano e non diventi un peso, un disturbo e un motivo per enfatizzare ancora di più il divario economico fra le varie classi sociali.

Questo vuol dire che dovremmo avere delle costruzioni asettiche, degli spazi verdi confinati e infrastrutture che invadono lo skyline solamente per aumentare la funzionalità?

 Assolutamente no.

Però può voler dire che l’iniziativa privata senza freni, che la non-suddivisione degli spazi abitativi/commerciali/ricreativi e che il metro unico dell’estetica potrebbero non essere più parametri validi per costruire la città del futuro, integrata nella rete e realmente smart.

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Andrea Nale ne dice: l'uomo dalla troppa curiosità. All’inizio non sembra essere un problema: lo porta a scoprire sempre cose nuove, a iscriversi a filosofia, a provare nuove esperienze. Poi Fabio comincia tragicamente a chiedersi come si fanno certe cose e se saprebbe farle anche lui…e questo è l’inizio della fine. In breve si è ritrovato la casa piena di strumenti musicali, libri, progetti di falegnameria iniziati e mai finiti, disegni, pezzi di pc, vinili, racconti e libri di cucina. Nonostante tutto questo, continua a divertirsi. Si occupa di digitale e cultura perché in questo periodo gli piace così. Scrive Meta Tag.