Ripartiamo da dove abbiamo concluso la prima parte: l’idea postmoderna della città-luna park come si declina oggi, nel 2015? Una proposta di questo genere come si evolverà nel futuro? Le variabili e le differenze sono infinite, tuttavia penso che si possano riassumere in due tendenze principali: l’offerta di servizi di alto profilo a basso prezzo a discapito delle necessità primarie, e la progressiva delimitazione degli spazi collettivi. Mi spiego con degli esempi concreti.

Il primo caso è palese e sembra banale. Per spiegarlo vi basta confrontare l’andamento dei prezzi delle bollette dell’acqua potabile con la proliferazione degli hotspot per il wifi gratis in città.
I servizi di questo genere, ovvero tutto ciò che non va a coprire un bisogno essenziale per la vita in una città, attirano ovviamente una cittadinanza con alta capacità di acquisto e un tenore di vita elevato. Fanno girare l’economia insomma, perché mettono potenzialmente in circolo dosi elevate di liquidità (attraverso la vendita di tutto il resto) usando come specchietto l’offerta di servizi a costo pressoché irrisorio per chi li offre, ma considerati essenziali da un pubblico di questo profilo.

Il secondo caso invece è legato allo sviluppo urbano vero e proprio: gli spazi dove è pensata un’interazione fra le persone, sono sempre meno aperti e liberamente accessibili, ma bensì sempre più circoscritti, privatizzati e inseriti in un contesto determinato. Le strade, le piazze e i parchi sono luoghi di transito dove non viene cercata l’interazione con gli altri esseri umani: anche per noi è ormai normale pensare che cominciare a parlare con un esemplare sconosciuto del sesso opposto in un luogo pubblico sia una cosa da maniaci sessuali.

È meglio scegliere un luogo predisposto: un locale, una discoteca, anche una biblioteca volendo.
Non ci pensiamo spesso, ma questi atteggiamenti non hanno nessun fondamento razionale sensato, ma sono frutto di molte motivazioni e input che si sono depositati nella nostra cultura e di cui potremmo parlare per ore.
Queste due tendenze sono invece alla base dello sviluppo attuale delle città: sviluppare un ambiente per cittadini con la maggiore disponibilità economica possibile, attirandoli con il soddisfacimento di bisogni non primari. Mettere ai margini invece le fasce più povere della popolazione, aumentando i costi per i beni primari (casa, acqua, luce). Infine privatizzare e delimitare gli spazi destinati alla collettività rendendoli appetibili, ludici, esteticamente gradevoli. Ma soprattutto economicamente redditizi.

Dobbiamo pensare invece ad un modello diverso di città che non faccia delle nuove tecnologie e della loro applicazione un ennesimo strumento di segmentazione sociale e di atrofizzazione della possibilità di creare relazioni umane. Le quali non sono una cosa da salvaguardare in quanto “importanti” o perché “ci rendono umani” o cose del genere: bensì perché costituiscono la base della società e quindi della nostra possibilità di agire collettivamente sulla nostra vita.

Partendo da questi presupposti, ci sono, secondo me, delle cose molto concrete e spiegabili con semplici esempi riguardo a ciò che di diritto dovrebbe essere la linea guida per la creazione di una città più smart e ciò che invece non porta nessun giovamento.

Innanzitutto bisogna avere come parole d’ordine due concetti che spesso si tendono a dimenticare al giorno d’oggi: inclusione e concretezza. Inclusione significa che tutti, ma proprio tutti, devono poter trarre giovamento dall’uso delle nuove tecnologie per migliorare le città. Questo non per buonismo o assistenzialismo, ma perché è di fatto impossibile credere di creare una città che abbia uno sviluppo sostenibile sotto tutti i livelli finché ci sono disparità sociali e di ricchezza elevatissime.

Alcuni esempi concreti su come attuare ciò? Eccoli:

1 . Evitare che le aziende che forniscono i servizi si adagino col tempo sugli allori e cerchino di avere dei ricavi sempre maggiori dalla pubblicità piuttosto che dal servizio effettivo.

Un’azienda sviluppa una app per smartphone che serve per avere la totale integrazione dei servizi di traposrto pubblico. Quindi dal proprio dispositivo si può pagare il biglietto, ricevere aggiornamenti sulle tratte, sui ritardi, sui mezzi e i percorsi alternativi e via dicendo.

All’inizio il servizio è valido, innovativo e funzionante. Poi, man mano che si ampliano gli utenti e la diffusione diventa sempre più capillare, il servizio rimane più o meno stabile come qualità, ma comincia a essere implementata la pubblicità nell’applicazione, cominciamo a ricevere proposte dalle aziende partner sulla nostra mail, banner per altri prodotti della stessa azienda…tutte cose che capitano spesso anche oggi.

Questo è un trend che dovrebbe essere evitato e ostacolato.

Se viene proposto un servizio, il core business deve essere quel servizio, non i ricavi pubblicitari collaterali. Per far si che questo avvenga, basta cominciare proponendo:

  • Contratti più brevi del solito (non ventennali, ma al massimo quinquennali), in modo che la valutazione sui risultati sia molto più frequente.
  • Feedback costante degli utenti (ovviamente autenticato) con un valore reale sul rinnovo del contratto.
  • Limitazioni massime per l’inclusione di pubblicità nel servizio. Anche se è solo un ringraziamento da parte dell’azienda ogni volta che uso il loro servizio: si chiama fare branding e in questo caso non serve, anzi è solo una rottura enorme e una perdita di tempo. Bisogna far si che tutta l’attenzione sia concentrata sul servizio.

Ovviamente su questo punto bisogna anche impedire che l’utilizzo di un servizio saia pagato dall’utente con la cessione e l’accumulo di dati sulle sue abitudini e i suoi spostamenti per poter poi vendere qualcxosa di personalizzato: insomma quello che attualmente fanno Google e facebook ogni giorno. L’utilizzo dei grandi flussi di dati deve essere anonimo e finalizzato esclusivamente al miglioramento del servizio.

smart cities - lungoibordi

2 . Proporre risultati reali, non vendere solamente idee, statistiche, servizi fumosi.

Generici servizi per “vivere al meglio il tuo tempo libero” oppure per “calcolare il tuo impatto ecologico” o per “trovare le persone che come te fanno questa cosa X” sono semplicemente inutili, anche se sono il cardine di ciò che chiamiamo l’esperienza “social” al giorno d’oggi: servizi per condividere informazioni inutili su noi stessi con persone a cui non interessa nulla. Possono essere divertenti, forse possono creare qualcosa di simile ad una comunità, forse posso creare awareness attorno ad un problema. Ma di fatto non producono niente e spesso creano solo un’immensa perdita di tempo, sono semplicemente utili a fare statistiche e a raccogliere dati personali, ma tradurrle in pratiche utili è difficilissimo. Se una persona vuole usare servizi del genere per migliorare la propria interazione sociale, il proprio impatto ecologico ben venga, è libero di farlo.
Ma finché la prospettiva è questa, non c’è motivo per sprecare le risorse per creare un’interazione fra un utente interessato a questo e i dati e le applicazioni che possono circondarli in una smart city.

Perché di fatto non è smart: lo è invece creare a monte le condizioni per ridurre l’impatto energetico di tutti i cittadini, per creare gli spazi per la socialità, per dare opportunità per il tempo libero. Creare le condizioni, non vendere divertimento.

 

3. Creare dispositivi e servizi che siano utilizzabili da tutti e che risolvano anche problemi di digital divide e rendere tutto accessibile con un unico account.

Sviluppare qualcosa che non sia accessibile a tutti, anche a chi è pressoché a digiuno di tecnologia, non è in nessuna maniera intelligente. La vera innovazione tecnologica è quella che porta miglioramenti restano spesso invisibili e senza che l’utente debba fare alcunché. Qualcuno non possiede uno smartphone? Nessun problema, possiamo creare una card apposita che lo sostituisca per tutte le funzioni base di accesso e possiamo anche creare dei spot pubblici dove consultare i servizi che normalmente arrivano sul device privato. Ora vi pensate se tutto questo dovesse passare attraverso dieci account diversi? Direi che questo punto si spiega da sé.

4. Puntare sull’open source

Per non diventare schiavi di tecnologie costose e sempre più chiuse, ma anche per un motivo di convenienze non solo economica: open source significa prima di tutto modificabile, adattabile. E pensare di prendere delle tecnologie identiche per tutte le realtà e le città del mondo e semplicemente impiantarle nel tessuto urbano è una follia e un’ingenuità: serve semmai la specializzazione e la conformazione della tecnologia sul territorio, sulle esigenze di una determinata realtà e questo potrà essere sviluppato solo in loco e con un rapporto diretto fra fornitori della tecnologia e utilizzatori. Non con un rapporto verticale fra chi vende soluzioni preconfezionate e chi acquista ciecamente.

5. Dal nuovo indotto economico, ricavare dei fondi diretti per eliminare le disparità sociali, il problema abitativo e lo spreco di risorse.

Probabilmente attraverso micro-tassazioni sulle transazioni che avvengono, non con imposte pesantissime su chi investe in questi miglioramenti: prelevare un centesimo su ogni biglietto comprato non influisce sull’economia di chi può permettersi quel biglietto, ma può avere un enorme impatto a livello globale.
Il che comprende anche eliminare il fenomeno della gentrificazione dove è possibile, il che si ottiene non proponendo un’immagine di città smart come un luogo incantevole, rifugio per ”creativi” affamati di wifi e loft da servizio di moda.

 

Servono spazi funzionali, sicuri e pensati per farci vivere le persone, per farle vivere all’aperto e in relazione. Servono anche spazi verdi, pensati per attirare la creatività e le idee, ma non possono essere questi gli obbiettivi principali: queste sono la cima del monte, non la base.

Insomma, se bisogna ripensare la città più come una “macchina per abitare” bisogna far si che sia una macchina ben oliata a a prtire dai meccanismi meccanici più semplici e alla base della vita cittadina stessa: i servizi primari, la viabilità, gli spazi, la qualità della vita e le relazioni sociali. Dopo verranno i meccanismi che fanno i “lavori di fino” e permettono di lavorare anche sugli aspetti ludici e sensazionali, ma prima bisogna ripartire dalle necessità della popolazione vera.

 

È un problema degli urbanisti?

No, o almeno non solo. Chi oggi lavora nel settore del digitale e sta iniziando a farlo sarà protagonista di questo futuro della città con le sue richieste e le sue proposte o con le sue imprese. Chi vive in città dovrà sempre di più adattarsi ai cambiamenti che porteranno le nuove tecnologie. Chi lavora per lo sviluppo culturale dovrà salvaguardare la città come spazio di diffusione del pensiero e della civiltà.

Per questo motivo è un argomento che non può essere delegato agli “specialisti” del settore, perché sarebbe come, con la scusa che solo un architetto può progettare una casa, delegargli anche l’organizzazione di come dovrà svolgersi la vita della famiglia che ci vivrà all’interno, di come dovrà spendere i propri soldi e di quale marca di spazzolini andranno ad acquistare.

Il mio invito è dunque quello di cogliere davvero l’opportunità di rendere la città intelligente, ma non aspettandosi che l’intelligenza sia artificiale, ma applicandoci la nostra intelligenza, quella che in primo luogo ci ha condotti a vivere in relazione con gli altri per soddisfare le nostre normali necessità di esseri umani.

 

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Andrea Nale ne dice: l'uomo dalla troppa curiosità. All’inizio non sembra essere un problema: lo porta a scoprire sempre cose nuove, a iscriversi a filosofia, a provare nuove esperienze. Poi Fabio comincia tragicamente a chiedersi come si fanno certe cose e se saprebbe farle anche lui…e questo è l’inizio della fine. In breve si è ritrovato la casa piena di strumenti musicali, libri, progetti di falegnameria iniziati e mai finiti, disegni, pezzi di pc, vinili, racconti e libri di cucina. Nonostante tutto questo, continua a divertirsi. Si occupa di digitale e cultura perché in questo periodo gli piace così. Scrive Meta Tag.