Marò, gattini, meme incredibili, la seconda vita di personaggi tv anni ‘80, foto imbarazzanti, commenti memorabili, indignazioni a scadenza ravvicinata e uscite imbarazzanti: ma è davvero tutto questo quello che siamo riusciti a produrre attraverso i social?

Pare impossibile, eppure uno strumento così potente e pervasivo come i network virtuali sembrano aver prodotto solo una serie di sketch geniali o sommovimenti popolari basati sul nulla più totale: ma cos’è questo?
Uno spreco?
Un segno dei tempi?

E contemporaneamente: è possibile difendere davvero i social network, sostenere che abbiano creato qualcosa di positivo sufficiente a non farsi sommergere dalla quantità enorme di contenuti che, quando va bene, non hanno alcuna importanza, quando va male, sembrano un ritorno all’età della pietra?
Eppure credo che, per riuscire a fare un discorso sensato e positivo sull’impatto dei social nella nostra vita, non si possano semplicemente utilizzare i soliti argomenti triti e ritriti (e poco validi a livello argomentativo).

“La tecnologia è solo un mezzo, dipende da come la utilizziamo”

Falso: tutte le tecnologie influenzano i contenuti che vengono creati e trasmessi al suo interno.
Solo su questo ci sarebbe da scrivere… e infatti c’è chi l’ha già fatto, da McLuhan in giù (quindi di certo non lo farò io).

“Ognuno ha la rete di contatti e notizie che si merita”

Purtroppo (ma davvero a cuor pesante lo dico) è falso anche questo.
Primo perché i flussi di notizie non sono “neutri” e completamente in mano dell’utente, bensì regolati da algoritmi tutt’altro che predisposti a farci vedere ciò che è di nostro interesse.

“Sono una realtà fittizia, un surrogato dei rapporti sociali, ma la vita vera è lì fuori”

Invece è inutile negare che ci sono collegamenti che, ad esempio, manteniamo sui social network anche se non vorremmo e che vanno a incidere sui nostri rapporti interpersonali non sviluppati all’interno della rete.
Come sempre ci sono dei risvolti psicologici e sociali nei nostri atteggiamenti e nelle nostre azioni e in breve tempo anche le relazioni virtuali hanno trovato il loro linguaggio e il loro spazio nella creazione di una comunità.
Davvero eliminereste dagli amici la lontana zia che vi portava i regali a Natale quando eravate piccoli, solo perché copia e incolla i messaggi bufala sulla privacy su Facebook?
Davvero siete pronti a sostenere che: “è solo Facebook, non ha importanza”?

vintage-social-networking

Io invece credo che si sia venuto a creare un senso in queste connessioni che va a completare il già complesso sistema dei rapporti interpersonali e che estende la sua sfera di influenza in molti campi.
Basta pensare, ad esempio, quanto sono ormai importanti le identità virtuali per chi cerca lavoro.

Quello che secondo me ci destabilizza e ci crea un senso di fastidio in tutto ciò sono dei pensieri impiantati a fondo nella nostra educazione e che hanno a che fare con il difficilissimo concetto di verità.
Roland Barthes (ne “L’impero dei Segni”), parlando della differenza fra oriente e occidente nelle “buone maniere” sosteneva che noi (occidentali) guardiamo con sospetto l’aderire a queste regole e formalità perché siamo convinti che siano un tradimento alla genuinità della persona.
Meglio dire le cose fuori dei denti, anche in maniera sgarbata, meglio essere autentici.
Autenticità che è sbandierata contro i “buonisti” che cambiano le foto profilo per la tragedia del giorno ad esempio.

Meglio dire le cose come la gente la pensa davvero ma non ha il coraggio di esprimerle per il “politically correct”.

Autenticità che diventa allo stesso tempo un moltiplicatore di peso automatico di qualunque espressione che diventa all’improvviso quello della massa, quello della bocca della verità per le opinioni contrastanti.
“Internet si indigna per…” non è mai una riflessione pesata sui numeri, sull’importanza e sul livello culturale e sociale che si possono ricavare dalle sparate e dalle condivisioni.
Sono la pancia, sono il livello autentico di ciò che pensa la gente: che altro ci sarà mai da chiedersi?

Il problema è che pensiamo ancora che ciò che viene condiviso, retwittato, commentato e fotografato sia veramente un’opinione sensata, un’affermazione forte e da prendere come tale.
Dobbiamo quindi indignarci per questo, contrastare quella bufala, affermare che siamo d’accordo con l’altra cosa e che pensare che altri siano degli idioti.
E il social hanno solo peggiorato questa situazione, amplificando certe visioni e certe identitarismi, vero?
NO.

La notizia shock in arrivo dalla regia è questa: è sempre stato così.
Il livello culturale è sempre basso e lo è stato anche di più.
Gli adolescenti sono dei cazzoni che fanno cose assurde e riprovevoli e sempre si vanteranno pubblicamente di averle fatte.
La gente crede alle superstizioni più assurde da sempre e ci fonda sopra la sua vita, che si chiamino Zeus, Dio o Scie Chimiche o medicina alternativa non cambia nulla.
I media hanno sempre giocato a smuovere i sentimenti di massa in occasione delle tragedie.
Ci sono sempre stati gli xenofobi, i razzisti e gli idioti.

E ci sono sempre state le reazioni, le opinioni contrastanti, i ragionamenti argomentati.
C’è da parecchio un metodo scientifico per analizzare correttamente alcuni fenomeni e dare una risposta sensata.
E il mondo è sempre stato complesso, solo che in questo momento ce ne rendiamo conto un po’ di più perché la mattina non andiamo semplicemente a coltivare le verze dietro casa, ma abbiamo uno sguardo molto più ampio.

Social-Networks-in-Italia

Ciò che secondo me dobbiamo capire e imparare come fatto positivo dai social network è il fatto che, forse per la prima volta, abbiamo una gigantesca sandbox dell’opinione pubblica dove non deve più contare l’autenticità per forza, ma dove possiamo fare un passetto oltre e imparare a valutare le persone non da quello che sono, ma da come si mostrano agli altri.
Tanto abbiamo perso in decenni di esaltazione dell’autenticità: la capacità di analizzare meglio le menzogne, di capire i desideri e le aspirazioni delle persone a partire da ciò che esprimono volontariamente.

Pensateci un attimo: se tutti i nostri comportamenti sono in una certa maniera pesati e simulati per comunicare la nostra identità agli altri, cosa c’è di meglio che poter vedere l’identità che una persona si crea volontariamente, con la massima libertà?
Sui social non può che avvenire questo: ogni link, ogni commento, ogni condivisione va a costruire un’identità precisa che è esattamente lo specchio di quello che quella persona vuol mostrare agli altri, come vuole essere considerata e come vuole apparire davvero, al di là dei condizionamenti necessari nella vita fisica, dove tutti gli atti possono avere conseguenze più importanti.

Ecco, tutto questo è quello che non sappiamo.
Perché ci siamo scordati come si fa a vedere attraverso la simulazione per arrivare al nocciolo e il senso di farlo: se vogliamo rendere utile una rete sociale nel nostro mondo dobbiamo imparare a leggerne i nodi e gli intrecci per capire di cosa ci sta parlando, altrimenti sarà sempre un’accozzaglia di materiale inutile e banale.

E questo è anche il valore aggiunto che ci hanno dato finora i social: mettere in crisi l’immagine che avevamo delle persone, farci scontrare con una negatività non riducibile a chiacchiera disinformata e con la stupidità più assoluta, ma che può infine farci scoprire una cosa che ci sembrava dimenticata da tempo.
Cioè che le persone sono fatte così, sono brutte dentro, sono imperfette e hanno sogni e aspirazioni che non sono alte e meritevoli.
Ma che in fondo sono persone, esattamente con i difetti che tutti condividiamo.
Pensate che non sia un bene?
Benvenuti nella social(ità).

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Andrea Nale ne dice: l'uomo dalla troppa curiosità. All’inizio non sembra essere un problema: lo porta a scoprire sempre cose nuove, a iscriversi a filosofia, a provare nuove esperienze. Poi Fabio comincia tragicamente a chiedersi come si fanno certe cose e se saprebbe farle anche lui…e questo è l’inizio della fine. In breve si è ritrovato la casa piena di strumenti musicali, libri, progetti di falegnameria iniziati e mai finiti, disegni, pezzi di pc, vinili, racconti e libri di cucina. Nonostante tutto questo, continua a divertirsi. Si occupa di digitale e cultura perché in questo periodo gli piace così. Scrive Meta Tag.