Guardando i cartelloni, gli striscioni, i post e tutte le forme di vicinanza ai cinquanta morti della Florida, c’è una piccola parte di me che quasi per scherzo risponde: “Avete sbagliato di cinque anni”. Cinque anni fa moriva mio padre, Orlando, un nome famoso e raro allo stesso tempo, che ritrovo solamente in questi giorni in frasi come Pray for Orlando, che nel 2011 mi avevano accompagnato per alcuni mesi.

Ottuso? Egoista? Forse, forse sono tutto questo, o forse è solo un piccolo scherzo delle parole che mi fa associare la mia sofferenza a quella globale. Ma questi scherzi delle parole non passano mai senza lasciare un solco, e questo solco irriga oggi un pensiero legato alle coordinate del soffrire, a quanto quel che è successo dall’altra parte del mondo possa aver a che fare con me, possa scuotermi.

Inevitabilmente alla notizia dei morti di Orlando sono andato normalmente al lavoro, ho mangiato (molto), ho guardato gli Europei come qualsiasi altra giornata; cosa che non avevo fatto alla morte di Orlando, giornata che aveva segnato qualcosa di ben diverso in me. Fin troppo ovvio. Ma nella strage di quella discoteca c’è di più, c’è qualcos’altro rispetto a qualsiasi altra tragica notizia che ci raggiunge quotidianamente.

La strage di Orlando ci riguarda interamente, se non nel patos sincero ed immediato, nell’obbligo a pensare e ripensarci, nel tentativo infinito, inutile e perenne di dare un senso alla morte. Il senso della morte di un caro lo si trova ognuno a modo suo, nondimeno il senso di una morte come quella della discoteca deve farci fare i conti con noi stessi.

Le grandi battaglie ideologiche e sociali, miseramente affrontate nella quotidianità italiana, sono quelle della sicurezza, del confronto con la religione islamica e dei diritti umani e civili. E la domanda che tutti ci siamo posti, in seguito alla morte di cinquanta omosessuali, è: “cosa ha portato a questo?”.

L’Isis? L’omofobia? La facilità d’acquisto di armi in America?

Non ho dato in pasto il senso della morte di mio padre alla religione, e non dobbiamo dare in pasto queste cause e concause alla politica. Abbiamo letto che è colpa dell’Isis, che è colpa degli immigrati, che se i gay di quel locale non si fossero baciati non sarebbero stati uccisi. Ogni fazione politica ha girato a piacere quei tre elementi per arrivare a capire o meglio a convincere o semplicemente per rafforzare la propria campagna elettorale, in buona o in cattiva fede.

La verità, è nell’insieme di tutti questi fattori, bisognerà quindi cercare, tra i tre cosa ci sia di elemento comune, di elemento di fondo.

Si è voluti andare molto cauti cercando di trovare nelle cause principali l’omofobia e la vendita di armi in America, prima iniziare a parlare di Isis (tranne le destre, le destre non sono state caute). Io credo che l’Isis centri, senza prenderci in giro, senza trovare alibi, affidandosi alla propria onestà intellettuale.

È facilissimo in America comprare un AK-47? Vero, ma proprio per questo il jhiadismo ha la capacità di colpire più a fondo e più intensamente che mai. Di radicarsi e dare a giovani squilibrati uno scopo e dei mezzi per raggiungerlo.

È stato solo un crimine omofobico? Lo è stato, ma non per questo l’islam radicale o l’Isis stesso che chiede di giustiziare i sodomiti gettandoli dai tetti ha un ruolo minore nel concorso di idee dell’attentatore.

L’elemento di fondo dei tre fattori è l’odio.

Purtroppo, oggi, l’Isis è un’idea alla quale affidarsi, non un apparato in grado di dare ordini in tutto il mondo; è un cappello ideologico grazie al quale individui in ogni parte del mondo possono dare una risposta diversa alla propria vita. Dobbiamo ricordare che l’Isis non recluta, l’Isis ha mostrato al mondo, alle singole persone, che possono agire, che possono compiere una strage.

L’Isis può far breccia dove vuole, in modo silente e quasi involontario, senza alcun disegno terrorista: solo con la grande idea che l’odio può facilmente giungere il suo grado ultimo d’evoluzione, la morte. Questo è stato ciò che ha portato Mateen ad uccidere.

L’Isis fa breccia nell’odio. Se vogliamo analizzare la strage rispetto alla nostra vita, fare un vero e proprio esame di coscienza, dobbiamo guardare a noi, dobbiamo pensare ai motivi per cui l’odio ha trovato il suo veicolo verso la morte e combattere nella nostra quotidianità contro questo nemico, quest’assenza di senso della morte.

Se vogliamo combattere contro l’Isis dobbiamo capire quali sono i punti per cui siamo diversi dall’Isis, per cui siamo diversi dalla matrice dell’odio.

E in tutta questa storia, è chiaro che il punto di forza dell’Occidente, che fa paura all’Isis, che fa paura all’estremismo, sono i diritti civili partoriti da secoli di rivoluzioni e fatica e ancora oggi in discussione all’interno della nostra stessa civiltà, oscurati da chi vede nell’omofobia un non-problema e nell’avanzata dei diritti un periodo di crisi ideologica dell’Europa.

Possiamo essere qualcosa di radicalmente altro dall’Isis perseguendo la strada dei diritti civili ed umani come mai abbiamo fatto prima, levando all’odio di genere interno all’occidente il terreno su cui prosperare, cercando di limitare il libero commercio di armi distruggendo il mito della sicurezza intesa come sicurezza “militare” su cui la destra italiana ancora sta innalzando battaglie ideologiche.

L’Isis colpisce in occidente quando i valori occidentali sono in crisi, quando trova lo spazio per insinuarsi tra l’odio e la violenza di ognuno di noi, insito radicalmente nella quotidianità politica italiana ed europea. Questi valori, sono ciò per cui ci odia, per cui vuole distruggerci.

Il senso della strage della Florida ha una direzione precisa: ci ricorda che l’Isis si alimenta dell’odio e l’oscurantismo ancora presente nella società occidentale, e che alcuni valori sono talmente giganti, potenti ed essenziali che non possono più essere messi in discussione.

E quando avremo raggiunto tutto questo potremo svegliarci ogni giorno pensando di essere finalmente diventati migliori, pensando che la morte associata al nome Orlando, comunque la si voglia vedere, ha fatto in modo di diventare uomini, cittadini, persone e comunità migliori.

P.S.: ti piacerebbe avere una corrispondenza con un funambolo? Lungoibordi ti scrive una lettera ogni mese con una selezione di storie, video, siti che avresti sempre voluto vedere. Iscriviti su: http://tinyletter.com/Altribordi

Licenza Creative Commons
lungoibordi.it dilungoibordi.it è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://www.lungoibordi.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso http://www.lungoibordi.it.

 

CONDIVIDI
Articolo precedentePiscine
Articolo successivoL’aria di New York
Max Maestrello ne dice: Andrea Nale, ovvero "Lo strano caso del dottor Nale e di Andrea ByMat". In un diario giovanile scrive: "Venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due". E infatti, miscelando varie erbe recuperate nei campi del paese natio, il dottor Nale, di giorno stimato filosofo e comunicatore, di notte si trasforma in Andrea ByMat, musicista dedito alle strofe in rima accompagnate da gesti strani delle mani. Rimane, a tenerlo in bilico tra le due identità, l'ossessione per le parole, siano esse scritte o dette su una base musicale. Prima che una delle due parti prenda il sopravvento / fonda "Lungoibordi", ed è contento. Scrive "Malgradotutto".