Questa non è un epoca di cambiamenti.
Questo è un cambiamento d’epoca”.
Jorge Mario Card. Bergoglio,
Papa Francesco I

Estate. Roma deserta. Periferia. “Sai perché voto Alessandro di Battista?” mi ha detto un elettore del Movimento Cinque Stelle: “Perché mi fa tenerezza. Mi piace, mi emoziona”. Gli chiedevo quanto tempo sarebbe stato disposto a dare alla giunta di Virginia Raggi prima che fossimo autorizzati a chiedere risultati: “Cinque anni, gli do cinque anni. Poi vedo: se mi sono piaciuti li mando al nazionale, altrimenti li mando a fanculo”. Aggiungeva: “Oh, io di politica non capisco niente”.
Cambio scenario: Esquilino, stanza fredda, inverno soleggiato. Al muro una bandiera del Partito Comunista. Il secondo ragazzo dell’iniziativa che sto moderando prova a parlare, ma dal fondo della sala un omone lo interrompe urlando: “Ve lo spiego io cosa cazzo sta succedendo, volete saperlo? Non avete capito niente, state ancora qui a parlare e se qualcuno, una persona normale, entrasse qui se ne andrebbe di corsa. E’ successo che noi cinquantenni… noi siamo quelli a cui i vostri nonni hanno detto: studiate, che così ce la farete. E noi abbiamo studiato, e ce l’abbiamo fatta; e ora sappiamo parlare, sappiamo capire. Abbiamo le parole. E con le parole possiamo spiegare le cose: un tempo chi non aveva le parole si affidava a chi le aveva. Chi aveva più parole era affidabile: oggi, chi ha più parole è quello che è in grado di usarle per fregare gli altri. I lavoratori di oggi si sentono minacciati da chi ha le parole, e ne hanno paura. Voi dovete dimenticarvi quel che vi è stato insegnato. Tutto. E ricominciare da capo”.

L’iniziativa poi è proseguita; ma a tutti era chiaro come potesse finir lì. “Illuminante”, ha commentato il giorno dopo un giovane dirigente politico. Già: e c’è qualcosa in ogni movimento che facciamo, in ogni passo che vedo tracciare intorno a me che mi sembra annunciare un bisogno di pensieri, idee e pratiche più radicali; una presa d’atto che di qui in poi si percorreranno i nostri sentieri in maniera molto più impegnativa e, per questo, anche più bella. Per quel che mi riguarda, cinque cose vorrei fare nell’anno nuovo: convinto che di lì possa passare un po’ del futuro che cerco di costruire.

1) Fare amicizia

Sono contento di aver modo di dire una cosa: ma davvero pensate che concetti come empatia, comportamento, correttezza, onestà, cortesia, trasparenza; questa continua attenzione a come porsi, questa ossessiva prevalenza della forma sulla sostanza, mi risulti faticosa perché ho dei limiti? E’ certamente così, ma il punto è un altro: è che non sono d’accordo, è che penso sia sbagliato, è che credo che il mondo vada cambiato, e rivendico la prevalenza dei contenuti sulle forme, della teoria-e-prassi sulle prassi senza alcuna teoria; delle relazioni basate sui progetti rispetto ai muretti dalle mille risate e nessuna direzione. Mi piace decidere dove andare prima di partire, e non sono disposto a correre senza testa; difendo concetti antichi, risulto pesante, difficile, persino maleducato ma tranquilli tutti: ho perso.

E quando si perde credo ci sia da capire quale è il problema, correggersi e ripartire. A mio modo di vedere c’è un equilibrio totalmente sballato nell’epoca  che viviamo: per poter incidere nella vita degli altri, per poter essere credibili, è richiesto un livello di attenzione ai comportamenti che trovo discutibile.

L’epoca mi sembra chiedere la misericordia molto prima dei concetti: bisogna essere vicini, se possibile leggeri, se possibile è necessario sembrare senza avere nulla da dire, sembrare persone che sanno ridere e scherzare, o avere una bella storia da raccontare, e scavarsi così la strada nel cuore delle persone per dire al massimo una, due parole, sperando che possano avere un senso per l’altro non in virtù della loro ragionevolezza, ma grazie alla relazione che si è instaurata. Bisogna, insomma, prima di tutto chiamare l’altro per nome, risuonare, compatire.

Mi sembra dunque un’epoca in cui le persone hanno bisogno di piccoli leader, in cui vedo la paura di prendere decisioni ragionate sulla propria esistenza e impellente l’urgenza di una delega esistenziale: “Fai in modo che mi possa fidare di te”, ci dice l’epoca, “perché voglio che tu decida per me”. Il che è per me un fallimento doloroso, che mi ferisce davvero.

Ma se le cose stanno così da qui si riparte, dallo stato reale e non dal mondo come vorrei che fosse; e sono intenzionato ad accettare la sfida: sarò al livello che è richiesto, non importa quanto ritenga che sia minore dell’ottimale; mi impratichirò di concetti come gentilezza, correttezza, comportamento, posizione, credibilità. Eviterò di chiedere legittimazione a partire dai miei contenuti, accetterò che essa mi arrivi dalle mie posizioni; quando non riesco ad essere tenero, sarò, almeno, chiaro.

E quando si sarà ritenuto che io sia persona meritevole di entusiasmo e fiducia, quando mi sarò posto nella maniera corretta nei riguardi del mondo, quando farò tenerezza anche io – se nient’altro importa – spero che, a quel punto, si potrà parlare di contenuti. Della povertà. Di gente che muore di fame e di quelli che muoiono in mare. Insomma, ancora di politica.

E la prossima volta che avrò meritato fiducia; la prossima volta insomma che avrò fatto innamorare – se, davvero, nient’altro importa – non si pensi neanche per un secondo che io abbia cambiato qualcuna delle mie idee: sono ancora quelle, le trovo se possibile ancora più giuste di prima. Io sono ancora di coccio, di teak persino.

Vorrei iniziare subito, allora: se siete arrivati fino a qui a leggere, avviso che oltre questa linea si va belli lunghi, e vi chiedo in regalo un po’ del vostro tempo per stare insieme fra le parole e le idee che vorrei provare ad offrirvi. Altrimenti, semplicemente buon anno, in piena amicizia.

2) Tornare per strada

Per chi è rimasto, siccome ho paura di abusare del vostro tempo, vorrei proclamare l’Apocalisse dalla mia poltrona.

Alla mia generazione fatta di precari sfruttati coi voucher, quelli che il ministro del Lavoro ha detto che se vanno fuori dall’Italia magari fanno anche bene, volevo dire una cosa che credo semplice e che credo tutti sappiamo: io penso che non troverò il lavoro che cerco. Dovrò crearmelo, in qualche modo dal sapore inedito e dall’avventura inaspettata; non solo: se io, o qualcuno della mia generazione, troveremo “un lavoro salariato” di qualche genere sarà a spese di qualcun altro di noi. E potremo trovarlo solo al soldo di una classe dirigente senza più nulla da dire, in evidente declino e a cui le condizioni economiche globali hanno consegnato la possibilità di sfruttarci fino all’osso, potendo dire in totale buonafede “che non c’è alternativa”.

E così ogni miglioramento delle condizioni di vita della mia generazione, ogni lavoro trovato da uno di noi, ogni diritto difeso ho paura che possano essere qualcosa per cui i nostri figli ci malediranno, perché toglierà risorse e possibilità alla loro generazione; e se non saranno i nostri figli a maledirci, saranno i nostri nipoti; se non loro, i loro figli. I miei calcoli istintivi danno al nostro stile di vita quattro generazioni di ossigeno, e credo di essere generoso.

Tutto ciò credo dipenda dal motivo per cui questo scritto è leggibile: Internet ha globalizzato il Capitale, trasferendolo altrove, in paesi lontani; lì si è per ora è fermato e sta costruendo destini e futuro, abbandonando qui da noi i diritti per i più deboli, i meccanismi per finanziarli, e le tutele per garantirli. Questo è uno dei due argomenti (l’altro è Gesù Cristo) di cui ritengo sia opportuno parlare d’ora in poi, ovunque: nei bar, dal tabaccaio, in metropolitana, a tavola a cena, nelle riunioni di partito, sugli spalti delle partite di calcio; è l’argomento solito, in fondo, sempre quello: il capitale e il lavoro.

Non mi sembra esistere luogo dove nascondersi, né corda per risalire; non vedo teatro dove far finta di essere negli anni ‘50, non conosco salvezza dalla forza più temibile della storia: il capitale; la borghesia, dicevano quelli, è sempre sommamente rivoluzionaria. “Il capitale non ha più alcuna convenienza nell’aiutarci”, concordavamo con un attivista della sinistra anticapitalista in una delle tante conversazioni: “I cinesi convengono molto di più”. Questo, esattamente questo, credo sia il problema che abbiamo ogni volta che ci alziamo dal letto: chi ha i soldi per aprire fabbriche, per pagare insegnanti, ospedali, servizi sociali non ha più alcuna convenienza a spenderli in Italia, creando quel circuito di welfare che ha permesso, talvolta, la redistribuzione del reddito, o semplicemente di far lavorare qualche medico gentile.

Il capitale può alzarsi la mattina nella sua villa sul lago di Como e controllare, grazie alla tecnologia, come vanno le sue produzioni in luoghi dove i nostri diritti sono sconosciuti e dove, in un diverso contesto culturale – il discorso sarebbe lungo – potrebbero non arrivare che fra molto, moltissimo tempo; e incassare così intanto i guadagni senza esser mai andato a conoscere i suoi dipendenti. Nel frattempo tutti noi, i nostri bei diritti scritti sulla carta e quel problema di voler mangiare qualcosa la sera possiamo anche andare al diavolo, come ci sono andati i lavoratori di Almaviva che oggi chiedono cosa daranno da mangiare ai propri figli: questa non mi sembra un’opinione, ma un dato di realtà.

Qualsiasi strategia di medio termine mi sembra illusoria. Il protezionismo fiscale, parlare di stili di vita più sani, la costruzione di nuove formazioni politiche: nulla mi sembra essere in grado di negare l’età che ci aspetta qui in Occidente e specialmente in Italia, che dell’Occidente mi sembra essere il centro anziani; vedo arrivare un’era che vorrei chiamare neofeudale, dove le persone mangeranno grazie al principato (politico, ecclesiastico, economico, burocratico, statale) a cui sono riuscite ad affiliarsi. Alla forma di stato dell’eguaglianza dei cittadini si sta sostituendo, nella realtà, un “incastellamento” intorno a forzieri ben chiusi, più o meno accessibili, più o meno consapevoli: e tutto dipenderà, così, dalla benevolenza del padrone. Se ci girerà bene ci legheremo a qualche mecenate disposto ad elargire grazia e a tenere in piedi qualche opera pia; se ci girerà male: è il capitale, bambocci.

Quel che mi sembra possibile fare, allora, per accettare la sfida dell’epoca dei piccoli leader, è costruire “l’alternativa feudale”: sacche sociali di resistenza basate sulla nostra pratica democratica, situazioni di mutualismo di base, possibilità di dare qualche possibilità attraverso l’organizzazione delle forze, ognuno andando oltre le proprie specifiche competenze e tenendo ben chiare le implicazioni politiche dell’epoca e del nostro agire. Lo dice Bernie Sanders dal suo comodo seggio di Senatore, io lo farò: uscire con entrambi i piedi dall’establishment è l’unica strada per chi ha a cuore eguaglianza e democrazia. Questo per me significa ripartire da zero e tornare per strada: e credo che negli angoli dei marciapiedi sarà sensato parlare con molta semplicità di come poter fare in modo che le persone mangino due volte al giorno. Non c’è molto altro, in effetti, che m’importi.

3) Mangiare la carne

Io ho molti amici vegetariani e alcuni di essi sanno anche dove abito, quindi dovrò muovermi con cautela; con il direttore concordavamo che ci fossero dei discorsi che vale più la pena di fare rispetto ad altri: l’alimentazione è fra questi o, come ha detto un assaggiatore di formaggi – giuro, esistono – ad una cena sociale: “Guarda che il problema è semplice: tu hai un numero x di persone da sfamare con un numero y di risorse”; in effetti, credo sia così.

Vorrei mettere in chiaro la base del mio pensiero, e vorrei procedere in maniera molto tranciante e semplicistica, quindi se qualcuno ha correzioni si senta libero; detto questo, io credo che il capitalismo non sia buono d’animo, ma che faccia solo ciò che gli è conveniente. Le persone al mondo sono tante e molti guadagnano pochi soldi, per cui chiedono un accesso al cibo a basso costo, per cui bisogna aumentare la produzione; per cui, noi infiliamo dei maiali dentro un casermone, li pompiamo di endorfine, poi li ammazziamo e li diamo da mangiare alla gente a prezzi accessibili. Questa è la realtà, ovvero il concreto assetto dei rapporti di produzione e di scambio; e dipende da dati reali, non dal complotto dei pizzicaroli o dalla diseducazione del consumatore pecorone.

Sì, c’era un tempo in cui avevamo un maiale per tre famiglie, lo si ammazzava ogni tanto e le salsicce erano molto più buone; si mangiavano cose molto più sane e gli stili di vita erano molto più quieti e gentili: a parte che c’erano le guerre, la servitù della gleba e la peste, ma sopratutto eravamo molti di meno, c’erano continenti che nemmeno sapevamo esistessero e poi è successa la rivoluzione industriale, c’è stata la tecnologia ed è iniziato il Modo di Produzione Capitalistico che ha creato la società in cui tutti siamo nati. Questo ha fatto impennare la popolazione occidentale, il che ha reso necessario l’aumento della produzione, oltre a portarci benessere materiale, ospedali pubblici e democrazia. Lo dicono i dati, mica io.

Come sono cambiate le condizioni di vita negli ultimi due secoli?

A questo punto, sempre a spanne, a me gli esiti sembrano due: o riteniamo che questo numero di persone nel mondo sia accettabile, e allora da qualche parte c’è un prato che deve diventare un campo coltivato, un allevamento, una fabbrica che deve produrre e dare risorse alle persone per comprarsi da mangiare; oppure, se decidiamo che questo sistema produttivo è inumano, crudele e violento credo che abbiamo due scelte: o produciamo molta più verdura, e allora dobbiamo deforestare l’Amazzonia o coltivare alghe o promuovere la ricerca sui prodotti alimentari di sintesi; oppure, dobbiamo sostenere che siamo in troppi e mettere in conto la riduzione della popolazione mondiale. Mi è sfuggita qualche possibilità alternativa?

Ho fatto un discorso di questo tipo con un’amica che ha scelto la via della verdura, la quale mi ha detto: guarda Tommaso, sei fuori strada. Non si tratta di cambiare il sistema, ma di rifiutarlo: si tratta di porre un problema, si tratta di dare una testimonianza diversa; si tratta di rigettare la crudeltà nelle relazioni umane, perché se mangi carne di un essere vivente ammazzato che persona sei? Questo dà la misura del tuo vivere con gli altri; il punto, insomma, non sono le mucche: il punto è la gentilezza.

Avrei molta voglia di parlare di quanto ciò mi sembri una – anche lodevole – prova di moderno monachesimo (non ascetismo, monachesimo: è diverso), e di quanto invece il problema per me continui ad essere come cambiare il sistema in cui viviamo: per questo, il punto principale mi sembra ancora che possiamo parlare di gentilezza, di umanità e migliori comportamenti con chi ha già da mangiare, è relativamente sereno nelle sue giornate e può farsi carico di un mondo diverso cambiando le proprie pratiche.

Invece nel nostro paese c’è una bambina ad Udine che è svenuta a scuola perché non mangiava da due giorni, una fra 4,5 milioni di persone sotto il livello di povertà assoluta di cui la stragrande maggioranza non ha nemmeno 40 anni e vive sotto gli Appennini; nel nostro continente, mi ha raccontato un’amica, lavorano banco a banco italiani che sono cresciuti con l’idea di avere diritti e stipendio, e ingegneri indiani, bravi uguali se non più abili di quelli nostrani, che sono disposti a lavorare nel weekend senza stipendio e senza straordinario, e a dormire nelle stanzone con i materassi infeltriti da 15 euro a notte. La lotta di classe esiste, insomma: e per fortuna di tutti saremo noi a perderla, visto che siamo i più ricchi.

In questo senso, c’è di più: le persone a cui potremmo insegnare a non mangiare carne, perché c’è bisogno di gentilezza nel mondo, sono sempre di meno; se è il nostro benessere il problema, perché quieti nei nostri giacigli trattiamo male le persone, siamo a posto: il nostro benessere lo stiamo perdendo, e lo perderemo. Gli appartenenti alle classi medie impaurite lo hanno ben chiaro, e infatti votano chi gli promette che tutto andrà bene: Donald Trump gli dice bugie, ma è il proprio benessere ciò che quelle persone vogliono tutelare.

Il benessere delle economie avanzate regge sullo sfruttamento della forza-lavoro mondiale. L’attuale crisi sorge insomma dall’incapacità di spremere ulteriormente un plusvalore che si assottiglia al ritmo delle contrazioni del capitalismo, dell’evoluzione tecnologica e della concorrenza internazionale. In questo senso l’Occidente non ha vissuto sopra le proprie possibilità; semmai sopra quelle degli altri.

Per cui, io ringrazio senza retorica i sacerdoti della gentilezza perché ci insegnano che nella dinamica sociale dobbiamo essere in grado di rimanere umani e gentili, empatici, di stare accanto alle persone; come ho detto poco più su, io sarei anche contrario – Marx scriveva in proposito: “Scusate, avete mica idea di come sia fatta una rivoluzione?” – ma va bene, prendo tutto e imparo tutto. Con questa promessa, se posso permettermi: verreste mica a dare una mano qui nella realtà?

Perché credo che ci sia di mezzo il futuro dei nostri figli, e che non sia più scontato, come mi ha detto una persona in completa buonafede, “che se sei povero qui è perché te la cerchi”. I dati mostrano una realtà diversa, per cui vorrei ribadire che credo esista una differenza fondamentale: fra una scelta preferenziale verso le persone, e una scelta preferenziale verso i poveri. Credo siano due scelte alternative, in massima parte incompatibili fra di loro, che nel mondo di domani saranno sempre più alternative e incompatibili. Siccome provo a rimanere di sinistra, fra le due, prendo la seconda e lascio la prima. Nettamente.

4) Guardare a destra e a sinistra prima di attraversare la strada

“E va bene, sì, il discorso che mi fai mi fila”, mi ha detto una persona con cui discutevo di questi temi: “Cosa ti posso dire? Io alle regole di questo sistema non riesco più a giocare; sì, forse la popolazione mondiale si ridurrà gradualmente, sì, forse saremo di meno, e forse avverrà come dici. Se questo è il prezzo, che devo dirti, probabilmente sono disposto a pagarlo”. Sono stato contento dell’onestà intellettuale, e sono andato via convinto che rimanga intatto un problema: è che tutto si tiene.

L’ossessiva insistenza sulla forma, sulle emozioni e sulla gentilezza; il quadro economico mondiale e il rifugio in una dimensione intimistica e, forse, un po’ coccolosa in cui cerchiamo di essere almeno al sicuro di poter vivere ragionevolmente al sicuro: non mi torna, scusate, non va. Temo che ci sia da essere pessimisti: stare al sicuro è un lusso che non ci sarà più concesso. Credo che i diseredati del mondo stiano bussando alla nostra porta, per fortuna, a riprendersi quanto gli abbiamo sottratto: “Io credo che banalmente negli ultimi due secoli noi abbiamo mangiato e bevuto rubando alla mensa dei poveri”, mi ha detto un militante di partito, che è poi quel che dicevamo poco sopra; e mi ha colpito, più che per il concetto, per la parola. Poveri.

“Abbiamo bisogno di un nuovo linguaggio”, concordavamo con una amministratrice di sinistra: e allora nell’anno nuovo vorrei portarmi parole più semplici e che abbiano a che fare con persone reali. E non mi sembra passato un giorno da quando su queste pagine provai a definire una delle parole che mi sono più care, quando parlai di antifascismo sperando che tutti ne facessimo un’avventura prima di tutto interiore; sento di aver viaggiato molto dentro me, che quel periodo sia fin troppo durato, e che abbia portato frutti buoni. Ora mi sembra esserci bisogno di altro.

Ho recentemente scritto un articolo sul Movimento Cinque Stelle che governa Roma: ho provato a spiegare perché a mio modo di vedere abbiamo a che fare con un movimento di destra, e come gli elettori del partito di Beppe Grillo siano la manifestazione più autentica e contemporanea di una categoria storica, quella del sottoproletariato urbano, intellettuale e politico, che vediamo esprimersi e votare insieme alla classe media furba e ladra, che attacca i governanti mentre rimedia sottobanco le risorse di cui ha bisogno per vivere; è stato un articolo che ha avuto un certo successo e che mi sembra essere stato, mi fa piacere poterlo dire, un autentico fallimento.

Credo di aver finito per rullare la grancassa e fomentare solo chi già sapeva di cosa stessi parlando: come la scuola italiana nelle parole di Don Lorenzo Milani, mi sembra di finir spesso per essere utile a chi non ne ha bisogno. Non credo di essere riuscito a convincere nessuno oltre la cortina di quella che gli scienziati sociali chiamano la “filter bubble” dei social network, il meccanismo per cui, immersi nei nostri amichetti virtuali, ci cibiamo di una percezione distorta della realtà; come mi è stato fatto notare, avrei fatto meglio a non scavalcare un passaggio fondamentale: quello di definire cosa siano per me la destra e la sinistra. Giusto, provvedo subito.

Prendiamo un caso del tutto ipotetico: prendiamo un ragazzo disabile, con un ritardo mentale, che viva in una delle nostre megalopoli tristi. Supponiamo che abbia la possibilità di avere un tirocinio lavorativo ad esempio in un supermercato, o in un fast food; o che debba più semplicemente andare a fare terapia in una di quelle trincee di resistenza sociale, pagate con quegli arnesi violenti che sono le tasse, in cui a chi non potrà mai realizzare i suoi progetti di vita viene almeno data la dignità della propria esistenza. Supponiamo che per qualche motivo, che potremmo comodamente definire “scelte politiche”, non passi l’autobus per portarlo dove ha voglia di andare.

Mi porterò nel 2017 una distinzione molto chiara, netta, e tranciante, che mi fa stare bene: definirò di destra chiunque sostenga che questo ragazzo abbia bisogno di un passaggio; definirò di sinistra, per contro, chiunque dichiari che questo ragazzo abbia diritto ad un autobus.

Perché nel primo caso mi sarà spiegato che questo ragazzo è una persona come tutti gli altri, e che in un mondo con più cura e più tenerezza tutti dovremmo essere mossi a compassione, e darci una mano spontaneamente, in base ai bisogni, per tornare a casa più fieri e più felici, perché c’è davvero bisogno di relazioni e rapporti più gentili, e saranno questi che faranno la differenza nel lungo periodo; nel secondo caso, dopo aver fornito al ragazzo, se utile, il passaggio di cui necessità, mi si spiegherà che questo ragazzo è povero, come poveri altri lo sono (migranti transitanti in fuga da guerre e indigenze, pendolari del trasporto pubblico, studenti fuorisede, donne di servizio che attaccano alle cinque del mattino), e che ai poveri non vanno dati passaggi, ma diritti.

E i diritti vanno conquistati, poi vanno mantenuti, e poi vanno finanziati: servono quindi soldi, che prenderemo con le tasse, che sono un meccanismo violento, una scelta politica di direzione del conflitto sociale, in cui a chi ha di più è fatto obbligo – legale, e se necessario coattivo – di contribuire di più.

Perché credo che il mondo della gentilezza, dei rapporti, della cortesia, della tenerezza; il mondo dei circoli di amici e delle risate al pub, dei gruppi chiusi e blindati in una dinamica comportamentale nota solo a chi già gli appartiene, in cui chi è dentro è felice, e chi è fuori è al freddo, per me non è nulla di nuovo; mi sembra semplicemente il mondo dell’arbitrio e della tribù, espressione nel piccolo del gigantesco bisogno di cui in molti mi sembrano afflitti: quello di sentirsi al sicuro. Ma, io credo, non saranno barriere sentimentali e affetti sinceri a tenerci al sicuro: non più, almeno; credo saranno azioni migliori, e cambiamenti possibili.

5) Fare le cose bene

Fra questi ultimi, potrebbe non esserci l’autobus che il ragazzo disabile aspetta da ore alla fermata. “Io ho bisogno di una sinistra che faccia la sinistra”, mi ha detto un’altra elettrice del Movimento Cinque Stelle a Roma, “non di una sinistra che cancella i diritti dei lavoratori: sì, anche e sopratutto se non riesce a garantirli”: una sinistra onesta insomma; anche nell’ammettere di non poter più fare alcune cose, e di aver bisogno di farne delle altre. Perché se è vero che il capitale si sta occupando di creare sviluppo lontano da noi, dove è molto più conveniente farlo; e se è vero che tutto ciò che ci rimane sono forzieri da trovare e a cui legarsi per sopravvivere, mi sembra nelle cose che staremo tutti peggio; che il mondo dell’arbitrio gentile è il futuro prossimo che ci aspetta, e che bisognerà interpretarlo con saggezza: vedo mancare, come scrive il sempre acuto Militant, “la narrazione di un mondo che sia alternativo al capitalismo”; la vedo mancare qui e ben presente altrove, perché chi perderà nella competizione globale saremo noi, quelli che la storia ha reso più ricchi.

La sinistra ha bisogno di soldi per finanziare i diritti di cittadinanza per i poveri; questi soldi, dal momento che il capitale può scavalcare scioperi, organizzazioni di massa dei lavoratori e rivendicazioni di partito, mi sembra che non siano più ottenibili ad un costo ragionevole per la collettività occidentale. Quanto ci aspetta mi sembra misero e duro, e sarà ruggente passarci attraverso: mentre aspettiamo che siano le condizioni globali a cambiare, indipendentemente dalle nostre azioni (il che ci paralizza, e ci allontana da quel che vogliamo), sarà bello tenere solidi alcuni schemi ideali.

Per me sarà sinistra chi dirà che ai bisogni delle persone si risponde con i diritti e non con i comportamenti; per me sarà sinistra chi dirà che i primi bisogni ad essere soddisfatti dovranno essere quelli dei poveri; per me sarà sinistra chi sarà costretto ad ammettere, contemporaneamente, che questi diritti potrebbero non essere finanziabili, e che non lo saranno per un bel po’; per me sarà sinistra chi davanti a questo assetto non cambierà, comunque, idea, anche al prezzo di perdere consensi, possibilità, elezioni. Questo per me significherà essere veri; o, che è parola che preferisco molto di più, significherà rimanere nella realtà.

Un’altra parola che lascerò nel 2016 è, infatti, verità: come è noto, il dizionario Oxford ha ritenuto che l’anno appena finito sia stato il primo dell’era della “post-verità”. Il termine l’ha inventato nel 1992 il drammaturgo Steve Tesich: dopo gli scandali della guerra del Golfo aveva scritto che “noi, come persone libere, abbiamo liberamente deciso che vogliamo vivere in un mondo di post-verità”. Io non vorrei sembrare inutilmente olistico (ovvero, con un pensiero totalizzante che suona più che altro come una forzatura), ma credo davvero che tutto si tenga: ad essersi esaurito mi sembra essere il lungo ciclo economico che ha preso la rincorsa con la Riforma protestante, che ha creato rivoluzioni, ha scoperto continenti, ha fatto cascare teste coronate segate dalle ghigliottine, ha inventato la plastica, il socialismo e la democrazia; e, a un certo punto, ha portato il cittadino medio occidentale ad un tale livello di benessere da permettergli anche di avere tempo e lusso di informarsi.

Io sono un giornalista: alla produzione mondiale sono utile come uno sciopero globale, e anzi, sono un problema. La mia professione è sostenibile solo in un contesto di benessere diffuso in cui ci si può permettere di pagare (e neanche poco) qualcuno che passi il suo tempo a girare per la città mentre gli altri producono, godendosi “il lavoro” più bello del mondo che è quello di cementare la democrazia e sperimentare ogni giorno cosa voglia dire limitare il potere di chi governa; perché tutto questo regga deve esistere chi produce da mangiare, le persone devono avere risorse sufficienti per comprarsi da mangiare e poi tempo in avanzo per informarsi. Altrimenti – cosa che sta avvenendo – è l’informazione la prima a collassare: perché è inutile ai fini produttivi, perché non ha del tutto torto chi dice che siamo dei venditori di fumo, e perché chi ha paura non vuole essere informato, ma rassicurato.

E così tutto diventa naturalmente comunicazione molto più che informazione, tutto diventa fisiologicamente propaganda in una nuova era di baruffe fra intellettuali della peracotta, e ci consente di svelare finalmente un segreto farlocco: ogni volta che abbiamo detto che i giornalisti raccontano la verità, abbiamo mentito. Perché la verità, per chi ci crede, non è di questo mondo; e davanti ai nostri occhi c’è solo la realtà: un giornalista può limitarsi a presentarla, a raccontare i fatti che ha visto dal suo osservatorio, limitato dai suoi valori, dalle sue scelte politiche, dalla sua cultura. Mi spiace mettermi in polemica con Oxford così, su due piedi, e non ho nemmeno lo smoking: ma non credo che sia arrivata la post-verità; credo piuttosto che abbiamo sbagliato a dire in giro che noi, della verità, sapessimo qualcosa.

Chi ha pagato finora i nostri stipendi sono degli editori, che bene che vada ripianano le perdite di un giornale vendendo qualcos’altro, e male che vada vendono qualcos’altro attraverso le perdite di un giornale: e se oggi va molto la paura, vorrà dire che venderemo paura. E’ il capitale, bambocci: i modelli alternativi per far stare in piedi chi fa informazione sono materiale da dottorato di ricerca universitario, gli studi ci sono già tutti, tutti li studieremo e poi li applicheremo; per il momento mi contento di abbandonare qualunque pretesa di raccontare cose vere: sarò solo soddisfatto di raccontare al meglio delle mie possibilità la realtà per come la vedo, confessando costantemente i parametri del mio osservare in totale trasparenza, e sperando di fare così quella tenerezza che ho capito essere ormai l’unico metro del vivere sociale; per la Verità credo mi rivolgerò alle sue sedi proprie, che siano conversazioni nei tabaccai con scout timorosi, camminate in montagna con i soliti zaini, canti liturgici suonati male con chitarre frustate.

Ci vediamo dunque così nel 2017, se vi va: a fare amicizia tornati per strada, sperando di avere la pancia piena e di ricordarci di guardare a destra e a sinistra prima di attraversare la strada, mentre proviamo a fare le cose bene.

Buon anno.

Copertina: Nadine / Flickr


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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".