Conosciamo tutti Paolo Nutini e le sue canzoni leggere e fresche da ascoltare in una serata tranquilla o la mattina appena alzati, che passano in continuazione alla radio e che si canticchiano sovrappensiero mentre si sta facendo qualcos’altro. Proprio per questo si rimane sconcertati quando si sente una canzone come “Iron Sky”, tratta dal suo ultimo disco “Caustic Love”. 

Sono passati ormai parecchi anni da quella serata di fine estate quando con gli amici ho passato una serata indimenticabile; abbiamo cantato sotto le stelle e ci siamo stretti per combattere la gelida notte della montagna. Quello era proprio il tempo dove si usava suonare la chitarra e cantare alle feste, con i testi stampati per ricordarsi le parole e con qualche birra in corpo per vincere la timidezza. Si cantava molto e vario, ma una costante era “Candy” di Paolo Nutini, ballad dal sapore romantico; facili gli accordi, facili i sorrisi ammaliati delle ragazze alle quali la si dedicava. Poi vabbè, concludere intonati e a tempo il coro finale era un miraggio, ma a noi andava bene così; puntavamo più allo sfinimento degli ascoltatori che allo spartito. E poi ci si divertiva.

Bene, l’altro giorno ho visto l’utimo video del nostro Paolo e tutto quello che sapevo su di lui è crollato; ora ho solo un cumulo di macerie dalle quali sto ricostruendo la mia opinione sul giovane cantautore italoscozzese (come da commento su Youtube, “the only cool thing about scotland”).

 

Come dopo un terremoto si controlla che le fondamenta siano sane, ho ripercorso quel che sapevo di Nutini e della sua musica. “New Shoes”, “These Streets” sanno di America, di pub inglesi, di ragazze che solcano i freddi sobborghi londinesi vestite come se fossero a Ibiza. Non voglio sminuire, ma abbinavo Paolo a un mondo colorato, a quella leggerezza che si vede sulle facce di una tavolata di studenti erasmus a cena; mi sentivo al sicuro con le sue canzoni (“i’m worried now, but i won’t be worried long” cit.), buone per un aperitivo a bordo vasca. Qui invece si parla di “Iron Sky” e soprattutto si vede nel video un paesaggio completamente diverso, un mondo che spesso rimane confinato alle notizie della sera, che rimane distante, rimane fuori, al di là del muro.

Non ho mai amato le recensioni musicali dove si parla di tutto e del contrario di tutto, non sono qui per questo e non ne ho le capacità. Mi rendo conto però che un ascolto del nuovo album andava fatto per intero, per capire se questa “Iron Sky” era figlia unica oppure aveva fratelli e sorelle con cui condividere questo grande passo avanti, musicale e di spirito. “Caustic Love” merita di certo un ascolto, il timbro di Nutini è unico e spesso colpisce, ma ascoltando le tracce si sentono Ben Harper e forse anche Amy Winehouse più che un suo stile personale. Ma come ho già detto, questo non è il mio campo e poi sono qui per parlarvi di un signor video.

Non ho trovato molto riguardo a come siano andate effettivamente le cose tra Paolo e il regista Daniel Wolfe. Pare che il cantante abbia dato carta bianca: nessuna indicazione esplicita, nessun suggerimento, nessun compitino da svolgere. Parlo di indicazione esplicita perché la canzone ha di per sé molto da cui prendere ispirazione, ma non si può dire che Mr. Wolfe non abbia dovuto metterci del suo. Il videoclip (cortometraggio? visione? chiamatela come volete) è girato in qualche periferia di Kiev, ma poco importa dare un’indicazione geografica precisa. Sicuramente la scelta della capitale ucraina non è banale, palazzoni sovietici e situazione politica controversa la rendono ambiente ideale; la città è più un contorno asettico, una sorta di scenografia statica nella quale gli esseri umani sopravvivono. Sono loro, gli esseri umani, e le loro vite, a fare la storia, a resistere. E se avete resistito fino a questo punto, vuol dire che davvero volete vederlo questo video.

Prendetevi quindi dieci minuti; se non li avete, trovateli; in pausa pranzo, o dopo la pausa pranzo quando siete seduti sul water; spegnete il cellulare, o almeno fate in modo che dei pallini rossi non rovinino questi vostri dieci minuti (che in realtà sono poco meno di nove, che poi è meno dell’1% della vostra giornata); sedetevi comodi e attaccate il vostro computer, o tablet, o alla peggio uno smartphone a un bell’impianto audio oppure a delle cuffie degne di questo nome. Se non le avete compratele, a buon rendere. Immergetevi nella visione di questo mondo; tenete a portata una birra scura, può tornare utile. Lasciate che un 1% cambi il 100%. Per me è stato così.

 

Visto una volta, ho avuto bisogno di rivederlo, quasi d’istinto.

L’incipit, che il regista dice di aver confezionato ad hoc con un vecchio Super8, ricorda un vecchio documentario, che ci porta in un mondo utopico, o meglio, distopico dove le persone soffrono, oppresse da un potere superiore; “they say it’s a power, it’s a thing che detta così a parole in un bar potrebbe sembrare la solita solfa della critica alla società moderna. Ma le immagini sono forti, curate e delicate nella loro brutalità. Wolfe aggiunge anche delle visioni grafiche, che ci portano nelle viscere delle persone, trasmettono dolore e ansia in alcuni momenti, e in altri pace, che questi uomini e donne trovano nella droga, nella danza o immersi in acqua.

Credo che potendo trascorrere un pomeriggio con Daniel Wolfe si scoprirebbero tanti riferimenti e citazioni; io nel mio piccolo, vedendo la scena dei ragazzi nudi in mezzo alla sala circondati da uomini in giacca e cravatta, ci ho visto Pasolini, che chissà se Daniel conosce, e un chiaro riferimento al suo “Salò o le 120 giornate di Sodoma” (se sapete di cosa sto parlando complimenti, io non ci sono arrivato in fondo. Se non lo sapete, e avete un gran fegato, potreste anche provare a guardarlo). Qui come altrove c’è un potere che domina l’uomo e lo sottomette; e la prima strofa è molto pessimista a riguardo: but no one, nobody, can give you the power to rise. Nessuno può darci la forza. E la rappresentazione della sofferenza in questo mondo, che pare essere un vicolo cieco, è a mio avviso l’obiettivo che il regista si era prefissato; la sofferenza di uomini e donne, giovani e vecchi, vite ai margini e confinate in un mondo privo di bellezza; la sofferenza che è viva e vivida in alcune immagini, che rimangono sotto pelle, che rimangono in bocca come il sapore del sangue quando si morde una barra di ferro.

Nove minuti sono lunghi da riempire, eppure le immagini si susseguono sicure, scivolano accompagnate da una sonorità che inspiegabilmente si sposa con i paesaggi e i lineamenti delle persone. E il tempo passa e in cuor nostro sappiamo che una speranza ci sarà data; ne abbiamo bisogno. E a loro modo, gli uomini e le donne una speranza se la fanno, se la creano, che essa sia lasciarsi trasportare dalla musica oppure cacciare pugni in aria. O pregare.

 

La scelta del discorso di Chaplin poi, tratta dal film “The Great Dictator”, dà al brano quella forza in più, quella potenza che indica la via e ci da la chiave di lettura di questo mondo inventato, questa congettura che è però metafora di una realtà, diversa nella copertina, ma più simile di quel che si pensi nel contenuto. Le parole di Chaplin sono semplici e allo stesso tempo imperative, parole che si fanno arma bianca: don’t give yourself to these unnatural men, dittatori, potere in senso più generale, you are men! you the people, have the power to make this life free and beautiful, to make this life a wonderful adventure. E come se non bastasse conclude con un perentorio let us use that power — let us all unite. L’unione fa la forza insomma, che si usa per fare di questo viaggio una vita libera e bella. Per rendere questa vita, una splendida avventura.

“and we’ll rise […]

over fear and into freedom”

Io la mia birra scura l’ho finita, bevuta d’un fiato come per scacciare un incubo; non è la mia preferita ma talvolta la bellezza si compra e si vende, e se funziona diventa una grande pubblicità.

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Cecilia Pigozzi ne dice: Francesco Bonato per finta fa l’ingegnere civile, il dj della musica da situazioni, il baskettaro in serie D, il type designer. Francesco Bonato per davvero fa il videomaker, all’inizio lo faceva per finta anche quello ma poi alla fine è diventato vero. Scrive "Letterbox".