Io non sarei una di quelle persone che guarda Sanremo. Eppure, quest’anno, mi è capitato di vederne più di uno spezzone. E, devo ammetterlo, questi spezzoni sanremesi visti un po’ per caso e un po’ – sì, devo ammettere anche questo – per quella strana curiosità che a volte ti prende di fronte a certi eventi, questi spezzoni sanremesi, dicevo, a distanza di più di due settimane dalla conclusione del Festival, sono ancora qui che mi lavorano dentro.
Sia chiaro, però: questo lavorìo non dipende né dalle canzoni né dalla bravura degli artisti in gara. Uno dei motivi per cui non sarei una di quelle persone che di solito non guarda Sanremo, infatti, è che penso che Sanremo, da anni, non rappresenti nulla, tantomeno una fotografia sincera del panorama musicale italiano o di quello che si ascolta davvero in questo Paese. Provo a spiegarmi nella maniera migliore che mi riesce: chi compra gli album di Arisa, di Renga e di Noemi non è – io credo – chi solitamente ascolta altra musica o frequenta concerti (al massimo qualche showcase nei centri commerciali, dove più che vivere l’esperienza del live, l’obiettivo sembra essere quello di farsi una foto con il piccolo vip di turno, da pubblicare qualche minuto dopo sul profilo facebook); è un consumo in modalità da supermercato («Ehi! Lo compro perché è stato a Sanremo!», «Ehi! Lo compro perché lo passano cento volte al giorno in radio!») che, per quanto possa avere una sua verità a livello di vendite, mi pare irrilevante sotto mille altri aspetti. Sarebbe un po’ come dire che gli italiani sono un popolo di lettori visto il successo delle “Cinquanta sfumature”, o di appassionati di cinema valutando gli incassi del cinepanettone dell’anno.
Questo lavorìo non dipende nemmeno da qualche effetto sorpresa, poiché Sanremo non può sorprendere. Gli artisti in gara arrivano addirittura a snaturarsi, pur di suonare sanremesi: e da lì è tutto un tripudio di archi e di melodie orchestrali che dimenticano – andandoci giù teneri – quello che è successo a livello musicale negli ultimi venticinque anni. «Ehi!» dirà qualcuno, «ma quest’anno c’è stata la grande novità del rap!». Ora, amico, se pensi che il rap sia una novità e lo conosci perché l’ha sdoganato televisivamente Maria De Filippi lo scorso anno, il problema è solo tuo. Io non sono certo un esperto o un estimatore del genere in questione (sai com’è: la vecchia storia della musica con le chitarre), ma ti dirò questo: viene quasi voglia di avere una scena gangsta anche qui da noi. Sono abbastanza convinto che, se esistesse, a quest’ora Moreno e Rocco Hunt avrebbero già ricevuto la loro bella razione di piombo.

lungoibordi - tumbleweed - sanremo (foto2)
lungoibordi – Tumbleweed – standing ovation

Ad ogni modo, parliamo di quel lavorìo. Io credo che dipenda dal fatto che ogni volta che mi sono imbattuto in qualche spezzone di Sanremo, ho sempre visto partire una standing ovation. Ora, che la presenza di Fabio Fazio potesse far aumentare i livelli di buonismo in maniera orrenda era una cosa più che prevedibile. Fazio è uno che – non potendo, per qualche ragione, invitare Massimo Gramellini – ha visto bene di inserirlo dentro Luciana Littizzetto, che – dopo le consuete, divertentissime gag da scuola elementare – si è prodotta in un monologo che sarebbe risultato imbarazzante anche scritto sul diario delle medie. Ma, guarda caso, il monologo della Litizzetto ha ricevuto la sua bella standing ovation. Così come l’hanno ricevuta Ligabue, Claudio Baglioni, Franca Valeri, Gino Paoli, Renzo Arbore, Cat Stevens. Non ce l’ha fatta, invece, Riccardo Sinigallia, eliminato perché la canzone in gara era già stata suonata live (oh, c’è una regola sola, a Sanremo: che la canzone sia inedita. Complimenti!), non ce l’ha fatta, ma in un tripudio di buonismo se ne è uscito come una specie di vincitore pure lui, con tanti applausi e complimenti e l’aria di uno che non l’ha fatto apposta. Standing ovation, infine, pure per un morto: Francesco Di Giacomo del banco del Mutuo Soccorso, scomparso in un incidente d’auto mentre il Festival andava in onda. La notizia, data al pubblico da un Fazio accusato di aver già (ri)portato sul palco dell’Ariston un esercito di cariatidi niente male, suonava in qualche modo beffarda già nel momento in cui veniva resa pubblica dal presentatore. Comunque: standing ovation anche per lui. E sarebbe stato curioso avere una carrellata sul pubblico, vedere quanti ce n’erano che si voltavano a chiedere al vicino: «Ma Di Giacomo chi?» o «Che canzone famosa avevano fatto, poi, quelli del Banco?». Ma a quel punto si era ormai tutti già in piedi, a spellarsi le mani.
Ora, parte della definizione di “standing ovation” che si trova su Wikipedia dice quanto segue: “è fatta solitamente a seguito di prestazioni straordinarie o di qualità particolarmente elevata, o per mostrare grande deferenza e apprezzamento verso la persona cui si rivolge l’applauso”.
A questo punto, o tutte le performance in questione sono state eccezionali e io non me ne sono accorto, ed è giusto mostrare la stessa grande deferenza a Cat Stevens e alla vincitrice Arisa, oppure a Sanremo – in un grande calderone che mescola in maniera acritica ogni cosa – una bella standing ovation non si nega a nessuno.
Non ci sarebbe (quasi) niente di male se questa apoteosi da standing ovation restasse confinata a Sanremo. Il problema, io credo, è che questa tendenza all’applauso e alla beatificazione acritica già esiste; questo sentirsi parte di qualcosa facendo quello che fanno tutti già esiste; questo battere le mani basandosi esclusivamente sulla momentanea onda emozionale già esiste, e vive e si alimenta ogni giorno attraverso i mi piace e le condivisioni di facebook, attraverso le catene di petizioni, attraverso lo sdegno e la rabbia pilotate dalla televisione. Le standing ovation sanremesi hanno attinto da qui e amplificato a loro volta tutto questo: alla fine, un eroe lo si trova tutti i giorni, e se non c’è basta crearlo, alzandosi e battendogli le mani.
Dopo l’orrenda abitudine degli applausi ai funerali (con tutte le loro declinazioni: dai motori delle moto spinte al massimo, passando dai cori degli ultrà al saluto romano), mi aspetto quindi che la standing ovation arrivino anche qui (ai funerali di Moreno e Rocco Hunt finiti dalla falange gangsta italiana?), e si diffondano quindi ai teatri di provincia, ai concerti dei gruppi amatoriali, ai reading degli scrittori che si sono autopubblicati, agli incontri con il politico di turno e dovunque sia possibile farne una: perché provare a dare una giusta dimensione e un giusto valore alle cose che ci vengono presentate, quando è più semplice alzarsi in piedi e iniziare a battere le mani?

 

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Francesco Sabaini ne dice: Max fa il giornalista e, forse meglio, lo scrittore. Parallelamente svolge la professione di Grande Censore della Canoscenza sui social netuorcs, specialmente quando si lancia nei suoi strali di una lunghezza cosmica, che ti viene voglia di tagliarti la gola da solo prima della metà. Poi, quando ci bevi le birrette a Veronetta, mescola divinamente la succitata onniscenza con la classica attitudine veronese da bar. E tutto finisce al posto giusto. Uno che adora i Massimo Volume allo stesso modo dei Pantera, per dire. Scrive "Tumbleweed".