Così Massimo Carminati e Salvatore Buzzi hanno inventato un sistema perfetto, una criminalità esportabile che può funzionare da Palermo a Trento, inquinando le parti più sane del tessuto cittadino.

 

La mafia di Roma è un sistema perfetto che è in grado di funzionare in tutto il paese, da Palermo a Trento, da Bologna a Bari, a Napoli e a Milano. Una mafia nuova, un sistema in franchising, che lucra soldi, relazioni e clientele appoggiandosi sulla parte non solo più buona della società civile – il che, sarebbe anche poco – ma su quella più lodevole, più impegnata, più commovente e in grado di creare un impatto positivo sul mondo circostante.

L’inchiesta “Mondo di Mezzo”, guidata dal procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, ha sganciato un ordigno termonucleare sull’intero tessuto politico della Città Eterna. E se è vero che ad essere rasa al suolo è la destra della città, già ridotta ai minimi termini e in attesa, tutti lo sanno, di ulteriori arresti e di nuovi referenti politici o anelli intermedi coinvolti nell’indagine, la ferita più dolorosa è quella per la sinistra romana: innanzitutto per il coinvolgimento diretto di alcuni suoi esponenti di sicuro peso; ma poi perché l’inchiesta dimostra che ad essere parte integrante ed essenziale del sistema criminale guidato da Massimo Carminati e Salvatore Buzzi era l’universo della cooperazione sociale, del terzo settore, del mondo del volontariato solidale.

La cooperazione sociale è una roba bella. Parliamo di operatori che fanno lavori di altissima utilità, che portano in tasca zero soldi a chi ci smazza sopra, e che nessuno che non abbia a cuore l’altro, il prossimo, l’umano avrebbe voglia di fare: migranti, rom, recupero detenuti, cura del verde pubblico, pulizie negli edifici, trasporto disabili a scuola. Insomma, parliamo di gioielli. Un mondo che fa funzionare e da una mano ai segmenti più deboli della popolazione, sostituendosi allo Stato lì dove la Pubblica Amministrazione non sa o non vuole (più) arrivare, secondo quel principio che si chiama “sussidiarietà” e che in realtà è una roba sostanzialmente di destra – e qualcuno dovrà pur dirlo, perché certe cose le dovrebbe fare lo Stato, punto e basta, invece di appaltarle ai privati che … per carità, degnissimi eh, ma poi succede quello che succede, e tutti a piangere. Ma non partiamo su questa strada, ché ci porta troppo lontano.

La mafia romana di Carminati e Buzzi è una trovata geniale perché va ad inquinare e ad utilizzare all’interno del suo disegno criminale proprio questo mondo, un universo di cui le persone si fidano e che ora, scopriamo, non è impermeabile al malaffare solo grazie ai buoni e meritori fini che persegue. Un bacino che, proprio grazie a questi suoi obiettivi e funzioni sociali, è il riferimento politico e il serbatoio di voti naturali della sinistra: insomma, dai, con chi dovrebbe parlare un candidato del Partito Democratico e di Sinistra, Ecologia e Libertà? Con Casapound? Con i circoli futuristi? Con le associazioni di Tae-Kwon-Do? Con le camere di Commercio? No, parla con le cooperative sociali; prende, chiede e trova voti nelle cooperative sociali, viene eletto e va a rappresentare quegli interessi nelle istituzioni. E, due cose: è una situazione normalissima, persino sana; e succede dovunque nel paese. Di realtà come la 29 giugno, dice chi se ne intende, ce ne sono in tutta Italia.

Mentre scrivo sono in Emilia Romagna, sono venuto a sentire un gruppaccio di zecche folkettare, di quelle con la fisarmonica e la stella rossa; qui, sotto il Po, le cooperative in fondo non contano poi molto sono ovunque, sotto il naso e dietro la sedia, fanno tutto e tutti, tutti, tutti, lavorano nelle cooperative; nelle zone rosse dell’Italia, tutto è cooperazione sociale. Non solo: è anche un fiore all’occhiello, il frutto migliore della sinistra e del Pci in Emilia, Toscana, Umbria. Se ci fosse un Massimo Carminati in grado di allearsi e fare sistema (criminale) con il Salvatore Buzzi di Bologna, di Parma, di Perugia o di Pistoia (nomi a caso, non conosco le realtà), non avrebbe semplicemente il potere di pilotare l’elezione dei politici in consiglio Comunale, di vincere appalti, di influenzare bandi e nomine: avrebbe in mano la città, la società, il lavoro delle persone.

Una mafia in franchising, dicevamo, in grado di essere esportata in tutta Italia e con ingredienti tutto sommato molto semplici: nessun cedimento alla violenza armata, perché del controllo del territorio palmo a palmo, del pizzo ai negozianti, del sangue per le strade, nessuno ha bisogno; business is business as usual, solo affari. E, in nome degli affari, si crei un’alleanza bipartisan fra sinistra della cooperazione sociale e destra eversiva, fra chi per prendersi cura del male degli ultimi inevitabilmente crea disagio e pressione sociale sulle comunità e chi questo disagio è in grado di trasformare in consenso, odio, xenofobia e razzismo. Gioco, partita, incontro.

La storia della mafia romana ci dice questo: occhio tutti e guardia alta, perché c’è chi sta iniziando a capire che i servizi alla persona sono un affare d’oro . Perché per i cinque-sei euro all’ora che Buzzi pagava agli operatori delle sue cooperative c’erano tanti, tanti altri soldi – dei contribuenti – finiti chissà dove: parliamo di 34 milioni di euro di soldi del Campidoglio corrispondenti a oltre 174 appalti. Buzzi era uomo di fiducia: c’era un lavoro urgente da fare nelle metropolitane? Si chiamava la 29 Giugno. C’erano i maiali fra la spazzatura? Pronto, Salvato’. Sempre a disposizione, anche se il prezzo era alto.

E il male originario di questo intreccio, l’elemento che fa fare il salto di qualità, che crea la domanda a cui Mafia Capitale ha saputo rispondere con la sua offerta, sono, purtroppo, sì, le preferenze. Perché il voto, nei comuni, è militarizzato: chi guida le campagne elettorali lo dice ai giovani candidati, le cooperative sociali sono prese. Quella esprime quel candidato, quell’altra vota per quell’altro, e così via; perché le preferenze consistono nel fatto che qualcuno si deve alzare dalla sedia, andare a votare, mettere una croce (e già fino qui è fatica) e ricordarsi come cavolo è che si chiama quello che devo votare. E così, che deve fare il candidato che vuole solo farsi eleggere da qualche parte? Soprattutto se di sinistra?

Chiaro, parla con le cooperative. Si fa votare dalle cooperative. Un giorno arriva il capo delle cooperative e dice ai dipendenti: noi, qui, si vota questo, ricordatevi il nome; e bam! Voti, voti, voti. Ed è peraltro un meccanismo abbastanza normale. La grossa marginalità, la torta ricca, la grande occasione d’affare, arriva  quando si capisce che questo circuito può diventare un sistema per big big money, che aumentare artificialmente il numero dei migranti che una città può ospitare condrrà a maggiori introiti, creerà tensioni sociali che andranno poi governate, richiederà più operatori per le cooperative che diventeranno voti per chi vorrà chiederli, in un circolo vizioso e continuo che, alla fine, farà comodo a tutti. A chi fa politica, a chi incassa i soldi pubblici per gestire le emergenze, a chi se li intasca pagando i lavoratori poco più che miseria per occuparsi di persone che, in linea di massima, in Italia nemmeno vorrebbero stare.

E’ plausibile che gli inquisiti di sinistra di questa maxi inchiesta sapessero di essere al servizio di un sistema criminale? Di certo c’è che il riferimento politico della sinistra nelle regioni, nei comuni e nelle città è il mondo della cooperazione: se i candidati sapessero che questo mondo era stato asservito ad un sistema politico e criminale, sinceramente per me è troppo da pensare. Ma è anche vero che prima di pensar male, per carattere, io ci metto sempre troppo.

Mi permetto però di ripetere l’aspetto che, della vicenda, mi sembra il più importante: Mafia Capitale è una formula in franchising. Esportabile. Replicabile. In tutte le città. Forse, è arrivato il momento di farsi delle domande.

Copertina: Bruno/Mamma Roma/Flickr

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".