Il paesaggio cittadino cambia in continuazione, dicono. La verità è che in Italia, generalmente, le periferie sono soggette a frequenti speculazioni edilizie, mentre i centri storici rimangono ingessati in virtù dei loro pregi artistici. Sorvolo sui centri città per soffermarmi invece sulle periferie.

Amo le periferie, lo ammetto. Cosa volete, ci sono nata, in una zona talmente di confine da essere ad un passo dal cartello stradale con il nome della città barrato. Però dai, sono forti le periferie, tutti quegli edifici ammassati un po’ ai margini, multiformi e completamente eterogenei, dove puoi incontrare i personaggi più disparati e dove i musicisti di città spostano le loro serate per sentirsi un po’ più underground. Con gioia e qualche volta rassegnazione ho continuato a viverci, in quella zona, preoccupazioni annesse. La mia fonte di malessere del periodo, è data stavolta, da ciò che sta sorgendo in maniera sfacciatamente prepotente nel mio quartiere. Centri commerciali, mega store e supermercati sono diventati gli edifici più in voga, generando le più disparate reazioni tra gli abitanti che spaziano dal malumore, alla curiosità, alla rabbia dovuta ai problemi di viabilità.

cattura

Sarà che anche stavolta mi sento fregata, mai che ci mettano un monumento, un nuovo museo o ristrutturino un teatro, anche parrocchiale andrebbe bene. Ma dai, siamo vicini alla zona industriale (per metà abbandonata), vicini all’autostrada, dove vuoi metterli se non qui i nuovi poli commerciali. E ci tengono che si sappia, che in fondo, lo fanno per il nostro bene, per i posti di lavoro, per la praticità. Dalle finestre di casa dei miei genitori prima si vedevano le montagne, tutte le nostre montagne venete, quando c’era particolarmente limpido. Era una bella periferia di campagna tutto sommato. Ora le barriere dell’autostrada e l’insegna di Bricoman capeggiano in bella vista, dandosi arie di modernità e progresso.

brico

Bellissima l’estetica architettonica del progresso, sempre più anonima e spersonalizzata. Edifici dotati di ogni comfort, condensatori di beni e servizi dove convinto di risolvere in fretta i tuoi problemi, ti ritrovi nel caos più totale, immerso nella folla, senza interagire mai veramente con qualcuno. D’altronde i complessi che ospitano questi servizi sono concepiti per un utente generico, spersonalizzato, muto. E così ci ritroviamo a vagare in silenzio in un ambiente neutro, artificiale, totalmente controllato e privo di reali apporti e relazioni dall’esterno e con l’esterno. In un luogo non relazionale non identitario, non storico, dove sono irrimediabilmente perdute le culture tradizionali. Noi, che siamo animali sociali. Sento che mai come adesso le nuove costruzioni sono lontane dall’interesse pubblico ed incidono poco e male sul miglioramento delle condizioni di vita della gente.

Ripenso a quanto ero piccola (tanto, ma non tantissimo tempo fa in realtà), in fondo alla via dove abitavo, c’era una minuscola bottega. Era stipata di cose e lì, muovendoti con attenzione per non far cadere cibo e cianfrusaglie, potevi davvero trovarci di tutto, dal pane fresco alle caramelle, agli utensili per la casa. Ma soprattutto ci trovavi accoglienza, quel tipo di accoglienza di cui non puoi che conservare un ricordo bellissimo. Le botteghe di quartiere, le osterie, le edicole erano luoghi dove di certo il design non la faceva da padrone, ma assolvevano oltre che ad uno scopo pratico anche a quello prettamente umano di ritrovo, dove non si conosceva nessuno ma si finiva per conoscere chiunque. Erano funzionali in tutto e per tutto, si stava al caldo, si comprava ciò di cui si aveva bisogno, si scambiavano parole e si conoscevano persone. Torno al presente, perché non serve a molto crogiolarsi nei ricordi, ma soprattutto perché poco tempo fa, inaspettatamente, ho scoperto che in città hanno aperto un negozietto che vende cibo al grammo, in contenitori riutilizzabili, un vero buco tanto è piccolo, ma che meraviglia entrare e farsi consigliare ogni prodotto dalla coppia di giovani proprietari, assaggiare la frutta secca ed annusare una ad una tutte le spezie.

r

Ed è stata subito Madeleine, insieme ad un: “Uao, qualcuno tenta di tornare in contatto diretto con le persone”, in barba a tutto ciò che è mega e al personale fantasma dei nuovi negozi di Amazon. Ora, intendiamoci, non dico che il passato sia migliore del presente, sia mai, ma mi piacerebbe che nel prossimo futuro anche l’architettura della vendita tornasse ad essere qualcosa di partecipativo, usufruibile e sviluppabile da chiunque, qualcosa che unisca le persone e che permetta di condividere esperienze. Che tornasse anch’essa insomma ad essere spazio dell’uomo.


P.S.: ti piacerebbe avere una corrispondenza con un funambolo? Lungoibordi ti scrive una lettera ogni mese con una selezione di storie, video, siti che avresti sempre voluto vedere. Iscriviti su: http://tinyletter.com/Altribordi

Licenza Creative Commons
lungoibordi.it dilungoibordi.it è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://www.lungoibordi.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso http://www.lungoibordi.it.
CONDIVIDI
Articolo precedenteOroscopo Sportivo
Articolo successivoCittadini delle stelle
Alessia è un’organizzatrice naturale e, con grande soddisfazione (sua), può arrivare ad un livello di precisione da farvi andar fuori di testa. Tentando di incanalare l’amore per l’ordine e l’odio per i colori non abbinati è finita per diventare architetto. L’architettura croce e delizia delle sue giornate, la esalta e l’affligge, ma senza sa di non poter stare, perché l’architettura è un po’ come lei: accoglie, protegge ed intreccia legami.