Ops ragazzi, ho fatto tardi. Quel che volevo dire l’ha già scritto Michele Serra lo scorso weekend – e ci ha messo meno spazio di quello che avrei usato io per i miei sbrodolii lessicali.

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Già. “E’ tutto…stanco”, mi ha detto una ragazza, una militante dei comitati del No che ho incontrato alla semi-deserta “Festa della Costituzione” romana: cinque stand di partiti e sindacati sedicenti di sinistra con seduti quattro vecchietti, una sala gremita di cinquanta persone a sentire un dibattito in cui si disquisiva di quanto il posizionamento di punti e virgole potesse influire sulla risultanza della nuova Carta Costituzionale: so che giuridicamente quella sui segni di interpunzione è una discussione importante, ma politicamente – davvero – mi rifiuto di appassionarmi.

Come faccio fatica a reputare credibili gli applaudenti spettatori alle iniziative del No che mormorano “iiih”, “uuuh”, “vergogna” quando scovano l’ennesimo assalto alla democrazia della riforma turborenziana, o gli allarmi del Family Day che dice che il sì al referendum certificherà lo sbarco dell’omofobia, dell’eutanasia “anche infantile” e dell’omotransfobia nell’Italia del Sì, o i tour teatrali a sostegno del No; come trovo altrettanto svilenti le slides del comitato del Sì, che ha ormai deciso che vale tutto: martellarci per due mesi su quanto sia bello avere meno rappresentanti eletti dal popolo (con il primo effetto di certificare quanto la linea dell’anti-casta sia diventata ormai la grande epopea dei nostri tempi: vada come vada, il Movimento Cinque Stelle ormai è una forza egemone); o spiegarci quanto sia congruente il progetto di Costituzione del referendum con il programma elettorale del Popolo della Libertà, o ancora quanto sia necessario sostenere il Sì perché sarebbe l’unico modo per riformare il paese, “ora o mai più”, “o così o non ci saranno riforme per i prossimi vent’anni”, e se vince il Sì avremo la Salerno Reggio Calabria, se vince il No caleranno gli alieni; trovo poi noiose le discussioni di costituzionalisti schierati più o meno in cerca di visibilità, le iniziative con professoroni e venti vecchiette cotonate nei sotterranei delle associazioni culturali della Roma bene, la mobilitazione posticcia dei professionisti del girotondo, le partigianerie improvvisate fra Brunetta e d’Alema come quelle fra Renzi e Casini. Chiedo scusa se uso un tono da gentlemen inglese che commercia in broccati, ma non ho manco iniziato a leggere la riforma e già sono stanco (e comunque, non bevo cognac).

Questo non è un referendum Costituzionale. Non lo è più, se mai lo è stato. Non è il risultato di un percorso di condivisione dei saperi, di coinvolgimento degli strati più larghi della popolazione in una discussione vera sul diritto e sulla politica, non deriva da un’investimento sulla cultura a lungo termine e a giovamento della società larga. Lo trovo più che altro un circo surrealista in cui mi sembra andare in scena il fondamentale equivoco della democrazia contemporanea: l’aver esteso il diritto di voto e l’accesso alla conoscenza, aver potenziato le occasioni per essere più uguali, più informati, più consapevoli non ha ancora, di per sé, creato una popolazione più consapevole, più informata, più uguale.

E così viene chiesto a chi ogni giorno lavora nove ore per tenere in piedi un sistema impazzito, opprimente e ingiusto di giudicare una riforma tecnica e complessa di cui nessuno sa realmente nulla, visto che tutte le voci in campo si sgolano per spiegarci ciò in cui credono senza che nessuno di loro riesca ad ottenere, in cambio, alcuna credibilità. C’è un motivo per cui a scrivere la Costituzione abbiamo mandato le migliori teste e le migliori braccia della Resistenza a sgobbare chiusi in una stanza per due anni, c’è un motivo per cui si sono auto-prorogati il periodo di lavoro per due volte: è che serve tempo, cultura, condivisione, sudore, politica. E serve la fiducia delle persone a monte, non a valle, per lavorare in serenità; e così forse varrebbe la pena anche di chiedersi se il meccanismo dell’articolo 138 – quello sulla revisione costituzionale – alla prova della pratica non sia da ritenersi inopportuno: riflessioni che sui libri dei giuristi oggi seduti nei comitati del Sì e del No ci sono da molti anni, e che guarda caso oggi vengono soffocate fra gli urli dell’attivismo politico-costituzionale, che poteva sembrare anche una bella cosa in teoria: in pratica, sembra aver smesso di aiutarci.

Non sarà un Referendum Costituzionale, sarà invece un voto politico, perché chi voterà per dare un giudizio sul governo Renzi esprimerà un voto politico, e chi voterà sul merito della riforma costituzionale esprimerà un voto ancora più politico, perché la Costituzione è un atto politico, sempre, qualunque cosa ci sia scritto: le regole del gioco non sono mai neutrali. Ed è per questo che per giudicare una Costituzione credo servirebbe una cittadinanza abituata a maneggiare le categorie del diritto e della politica: ma gli studenti del Liceo hanno passato gli ultimi cinquant’anni a sudare per tradurre dal Latino (è che imparano il metodo di studio, capite voi) e l’Educazione Civica è nelle mani dei professori di Storia che ne parlano venti minuti alla fine della quinta lezione su Feuerbach, mentre il diritto l’abbiamo lasciato ai ragionieri – che quindi sono oggi l’unica fascia sociale educata dall’adolescenza al puzzolente mondo reale fatto di conflitti ed equilibri, più che di astrazioni e certezze da volantino di Comitato referendario. Viva i ragionieri.

Oppure, servirebbe una cittadinanza che si sia sentita coinvolta in un percorso di condivisione, che si sia sentita ascoltata, sarebbe stato bello discutere della Costituzione nei teatri di periferia e nei palazzetti dello sport, in iniziative capillari e costanti; per fare questo, però, serviva una forza di mobilitazione che avesse mantenuto una qualche credibilità – tipo un partito politico, ma l’unico rimasto in una pur precaria vita ha due organizzazioni giovanili parallele che litigano per chi ha più citazioni sui comunicati stampa; il dibattito pubblico sul referendum è diventato costituzionalismo da bar o tifoseria da stadio, e i talk show in tv diventano inascoltabili dopo il quinto minuto visto che c’è un motivo se per capire il diritto Costituzionale ci sono almeno due esami all’università. E comunque seguire i confronti in Tv con le bandierine dei tifosi della politica rende semi-impossibile apprezzare il merito: ho visto il dibattito fra Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky il giorno dopo la messa in onda e dopo aver letto le centinaia di commenti su Facebook (“l’ha steso! Che comunicatore! Renzi pupazzo! Zagrebelsky che signore”), e mi sono sorpreso dell’ovvio, ovvero di quanto per seguire nel merito discussioni di merito servano carta, penna e un’ora di tempo libera in una casa silenziosa.

Comunque, andremo a votare.

Sono cresciuto nelle piazze che chiedevano alla sinistra in Parlamento di fare una cosa semplice nel più breve tempo possibile: liberarsi di Silvio Berlusconi ripristinando la legalità delle istituzioni con una legge sul conflitto di interessi; ma la sinistra in Parlamento ha raccontato al paese che il nemico politico andava battuto nelle urne, e che bisognava votare, votare, votare ogni cinque minuti, che il voto equivaleva a sovranità popolare; così, alla fine di quell’era un barzellettiere genovese si è inventato una forza politica con un programma riassumibile in “la sinistra non ha fatto il conflitto di interessi, vaffanculo!” e la sinistra è andata al voto pensando di batterlo senza fare la campagna elettorale: è andata come è andata. Poi ci siamo affidati ai tecnocrati sostenuti da chi oggi tifa per il No, poi è arrivato Matteo Renzi che, con i voti di un congresso di Partito e di Elezioni europee vinte in luna di miele, ha deciso che era #oraomaipiù per cambiare la Costituzione: e la sinistra in Parlamento che aveva insegnato al Paese il gioco del “vota il nemico fuori dal Parlamento” oggi si trova davanti il paese che in trent’anni di pigrizia politica ed elogio della complicatezza ha contribuito a plasmare. Auguri.

Oh, non mi sottraggo. Leggeremo la riforma e andremo nel dettaglio, spiegheremo pesi e contrappesi, capiremo come sarà la Costituzione del futuro ripassando cosa era quella del passato. Faremo tutto, giuro, faremo tutti i compiti e alla fine dirò cosa voto io, ammesso che interessi a qualcuno; ma a bocce ferme mi permetto: quel che vedo intorno mi rende triste.

Detto questo, avanti tutta.

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".