Guardate questa foto. Oltrepassate l’attimo immobile colto dall’occhio del fotografo e planate sugli uliveti dietro al soggetto in primo piano. Ora fermatevi lì e pensate ai frutti di quella terra: le olive e l’olio che già bastano a immaginare tutto quello che di più buono possiamo appoggiare sulla nostra tavola. E poi i datteri giganti, le mandorle, le albicocche, i pompelmi. Ora tornate in primo piano e entrate nella sofferenza di questa stessa terra, dilaniata da un conflitto che si prolunga da settant’anni. Dalla catastrofe, Nakba.

Senza nessuna foto, pensate al disastro ambientale di questo tragico novembre 2015 in Brasile, dove due dighe hanno ceduto riversando tonnellate di rifiuti tossici in un fiume enorme che in quanto fiume, in modi diversi, arriverà ovunque, perchè l’acqua è vita inarrestabile.

Voi forse non sapete quanto fertile e viva sia la terra brasiliana: la guava e la jabuticaba, frutti dolcissimi e profumatissimi. Il mango e l’avocado, la papaia e l’açai.

E poi c’è la terra dei fuochi del nostro bel paese dove l’uomo ha deciso di seminare veleno invece di grano, violette, salici. E sono sbocciati cancri.

E poi, e poi, e poi.

Gastronomicamente parlando, viviamo negli anni dei fiori edibili, delle rose di mela, della frutta intagliata e dei cereali antichi. Sono gli anni della bellezza. La bellezza non intesa come l’impiattamento perfetto, quello fatto con le pinzette per togliersi le sopracciglia, coi fili d’erba gatta adagiati sulle piramidi di croccante di mia nonna su specchio di coulis di fragoline di bosco e cardamomo e quenelle di fagioli dall’occhio. No. Quello lo lasciamo a Carlo Cracco.

La bellezza è sempre interiore, sempre. E la bellezza, per me, nel cibo, sta nella consapevolezza che questa terra è una fonte inesauribile di fiori e frutti, che sono cereali, tuberi, legumi, alghe, ortaggi, funghi, bacche e semi, dalle geometrie accattivanti e dai sapori sorprendenti. E quanti ne può produrre. E quanti non ne conosciamo nemmeno.

E allora che cosa ne stiamo facendo di questa terra che ci dà fiori e frutti?

fiori e frutti

E non parlo delle sedici cose che troviamo al supermercato. Parlo del tarassaco, le viole, il rabarbaro, il bergamotto.

A volte mi vedo seduta sullo scalino della porta di ingresso, con il mento appoggiato sul palmo della mano, attonita, pensierosa e preoccupata. Che cosa ne sarà di questa terra che ci dà fiori e frutti? Tornando dalla spesa, sul tavolo della cucina compongo con frutta e verdura un disegno armonico. E mi fermo a guardarlo. E lo trovo bellissimo. E penso che noi siamo come loro, frutti di questa terra. E come possiamo respingere la bellezza che ci appartiene e rifiutarla per scegliere l’orrore?

Che cosa daremo da mangiare ai nostri figli il giorno di Natale? Racconteremo loro degli aerei che diserbano indistintamente piante e lavoratori? Dei bambini sfruttati nelle piantagioni di cacao? Delle iniezioni di ormoni nei manzi, nei maiali, nei polli? Dei bacini d’acqua inquinati dove allevano il pangasio. Che cosa sceglieremo per far crescere i nostri germogli del futuro? E come glielo spiegheremo quello che hanno nel piatto? Quanto oseremo? Chissà se i nostri figli avranno proprio quelle sedici cose di cui parlavo poche righe sopra: pomodori dall’olanda tutto l’anno, pollo aia, surimi di granchio, banane dall’ecuador, pane trattato con l’alcol, glucosio, saccarosio, aspartame, aromi.

Li nutriremo forse con guerra, inquinamento e disperazione?

Mai una minestra di cereali e legumi, mai una spadellata di radicchi di campo, cicorie, coste, erbette. Mai un polletto ruspante. Mai un piatto, o anche solo una cucchiaiata di indignazione per quello che stiamo facendo a questa terra che ci dà fiori e frutti.

Che cosa ne stiamo facendo?

Buon natale.

La foto la devo a Mattia, il mio personale miracolo, che ultimamente incontro solo a tavole imbandite. Grazie a Dio.

 

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Giacomo Mozzo ne dice: Caterina è sempre in grado di sorprenderti. Talvolta si annuncia per una birretta serale, ma non la vedi proprio arrivare. Altre volte promette una cena nella sua splendida casa, ma sul più bello salta tutto. Sarà che lavora troppo, sarà che è sempre in giro. Sarà che ha semplicemente troppi interessi da seguire, troppe amicizie internazionali da assecondare...Quando però avete la fortuna di passare del tempo con lei, rimarrete sorpresi pure dalla sua straordinaria carica di entusiasmo ed affetto, nonché estasiati da tutto ciò che, con amore e dedizione, è in grado di cucinare. Vi invito caldamente a seguirne i consigli culinari. Non ve ne pentirete. Mi ha insegnato che in cucina si può girare il mondo e navigare l'animo umano. Scrive It's a piece of cake.