Ho sempre avuto strani rapporti con squadre, allenatori, giocatori avversari.
“Strani” perché ondivaghi, altalenanti, caratterizzati talvolta da una antipatia più o meno sana e giustificata, talvolta da sentimenti di comprensione, riconoscimento della superiorità o apprezzamento di doti umane importanti.

Io Alessandro Del Piero lo odiavo. Ma lo odiavo proprio con tutto il cuore.
Innanzitutto, era il simbolo, il campione, il numero 10 della Juventus di Marcello Lippi, la prima vera avversaria nella mia vita da tifoso. Non certo un’avversaria qualunque.
E poi era soprattutto un giocatore divino. Elegante, tecnico, sempre ispirato, ogni qualvolta prendeva possesso del pallone faceva temere il peggio ad un ragazzino che entrava in contatto per le prime volte con le gioie e le delusioni tipiche del tifoso.
E se in quegli anni le gioie erano scarsissime e le delusioni decisamente più frequenti, la colpa era solo ed esclusivamente di Alessandro Del Piero, in arte Pinturicchio.

Quando, all’inizio della stagione 1997/1998 decisi finalmente da che parte stare, e, un po’ per imitazione paterna un po’ per l’arrivo di Ronaldo (quello vero, il Fenomeno), la scelta cadde sull’Inter, ero ben consapevole che la nemica giurata, l’avversaria regina sarebbe stata sempre Lei, la Vecchia Signora. E l’uomo destinato a spezzare tutti i miei sogni sempre Lui, Alessandro Del Piero da San Vendemiano (Padova), il più forte, il più amato, quello presente sulle pareti delle camere di tutti i miei amici.
Già in quel primo anno il duello fu il più classico degli Inter – Juve. E nello scontro decisivo, quell’infuocata sfida del 26 aprile 1998, chi poteva essere a decidere una partita diventata (anche per altri celeberrimi motivi) leggenda, epica e letteratura del calcio italiano? Un gol beffardo, geniale, astuto. Pagliuca, e con lui tutti gli interisti, immobile ad ammirare tanta classe e intelligenza calcistica.

Alex firmò dunque la mia prima delusione da tifoso. E ovviamente sarebbe stato destinato a firmarne tante altre. Anche più cocenti, sicuramente più inattese.
Perché se era quasi naturale aspettarsi lacrime e dolore causati dalle sue giocate con la maglia della Juventus, proprio non mi sarei aspettato un “tradimento” nel momento in cui, finalmente, potevo fare il tifo per lui.
Si perché il rapporto tra Alex e la Nazionale non è mai stato facile. Nel 1998, ai Mondiali di Francia, l’argomento preferito dai 60 milioni di allenatori italiani era la staffetta Baggio-Del Piero. Il C.T. Cesare Maldini sembrava quasi divertirsi ad alternarli: Baggio-Del Piero, Del Piero-Baggio, bei tempi quelli.
Io però vedevo Alex come un usurpatore. Usurpatore di uno spazio che andava lasciato al mio vero idolo, il giocatore più amato da tutti gli italiani, a prescindere da ogni appartenenza. Roberto stava meglio, perché insistere con quel “maledetto juventino”?
L’apice venne raggiunto però due anni più tardi. All’Europeo di Belgio e Olanda, la stella di Alex venne oscurata da quella di un ragazzo romano di due anni più giovane, il suo perfetto alter ego calcistico: Francesco Totti.
Ma la sera del 2 luglio 2000, nello stadio di Rotterdam, per ben due volte Del Piero si trovò sul piede la palla per chiudere la partita, con l’Italia già avanti per 1-0. Due facilissime occasioni. Invece niente, in Nazionale non voleva proprio andare. E allora io dovevo davvero odiarlo, Alessandro Del Piero. Era il mio destino di tifoso.

del piero

Preso da una passione così fanatica e irrazionale, com’è forse giusto che sia negli anni della pre-adolescenza, non ero riuscito a godermi i SUOI gol, i gol “alla Del Piero”, quelle magiche parabole che nascevano dal suo interno destro e si spegnevano dolcemente all’incrocio dei pali opposto, col portiere avversario impotente davanti ad un simile spettacolo. Il primo giocatore italiano con un marchio di fabbrica, il primo a fare di un tiro un brand.

Non ero riuscito a provare compassione quando, in un piovoso pomeriggio di novembre del 1998, a Udine, si fracassò un ginocchio e dovette star fuori 8 mesi. E neanche un po’ di tenerezza quando, al rientro, sembrava la copia sbiadita di se stesso, ormai capace di segnare solo dal dischetto.
Soprattutto, non riuscii ad emozionarmi, come farei oggi, per quello splendido gesto dedicato al padre, morto pochi giorni prima. Quel gol meraviglioso al Bari, e quell’urlo rabbioso e commosso rivolto al cielo. Un gol che significava rinascita, liberazione. L’inizio di una nuova vita, non solo calcistica.

Alessandro Del Piero cancellò tutte le delusioni patite in maglia azzurra nel 2006, in quella splendida cavalcata mondiale in Germania. Soprattutto, mi risarcì di tutti quei “tradimenti” del passato.
In quella Nazionale non era più l’uomo simbolo. Era un comprimario di lusso, aveva una dimensione più umile, più votata al sacrificio, spesso confinato su quella fascia sinistra, a fare su e giù come un terzino qualunque. Non aveva più nemmeno “la numero 10”.
Ma il 4 luglio, in quella serata ormai diventata leggenda, a Dortmund, contro i padroni di casa, imbattuti in quello stadio, Pinturicchio si riprende tutto ciò che aveva lasciato per strada, tutto quello che, da quella maledetta notte di Rotterdam, la sorte gli doveva.
Ed ecco allora che subito dopo esserci ricomposti al termine dell’esultanza per il primo gol, quello di Fabio Grosso, ammiriamo l’invincibile Cannavaro respingere l’ultimo assalto dei tedeschi con una serie di colpi di testa che sembra non finire mai. Totti fa ripartire il contropiede servendo Gilardino. E lì Alex comincia a correre. Potrebbe lasciare solo il Gila, a “tenerla vicino alla bandierina”, come suggerisce il poeta Fabio Caressa in telecronaca. Invece lui decide di correre, di andare a prendersi, finalmente, anche l’azzurro. Di conquistare definitivamente anche i tifosi non juventini.
Come sia finita quell’azione lo sanno tutti. Il destro morbido a superare Lehmann, impensabile per un umano a quel punto di una partita così. E poi la corsa sotto la tribuna, ad urlare a moglie e figli, a tutta Italia, tutta la sua gioia, tutta la sua rabbia. Come in quel freddo pomeriggio di febbraio, al San Nicola di Bari.

Ricordo che raramente esultai così tanto per un gol. Ricordo che forse esultai più per quel gol che per il primo, quello di Grosso, oggettivamente più importante ai fini del risultato. Ma era troppa la gioia. Finalmente anch’io avevo avuto il mio pezzo di Alessandro Del Piero. Finalmente potevo esultare liberamente per un suo gol.

Le parole di Caressa alla telecronaca, ancora oggi, per me, sembrano una poesia:

“C’è ancora spazio per l’ultimo attacco: 10 secondi.
Prova la Germania con la forza della disperazione.
Tutti dentro l’area di rigore i saltatori.
Arriva il pallone, lo mette fuori
Cannavaro!
Poi ancora insiste Podolski,
Cannavaro!
Cannavaro!
Via il contropiede per Totti,
dentro il pallone per Gilardino!
Gilardino la può tenere anche vicino alla bandierina,
cerca l’uno contro uno,
Gilardino,
dentro Del Piero, Del Piero,
Gooooooool!
Alex…Del…Piero, chiudete le valige:
Andiamo a Berlino”.

Gli ultimi anni di carriera mi hanno fatto conoscere un Del Piero diverso, se possibile ancora più bello e completo. In campo e fuori.
La serie B con la Juve, da vero capitano. Il ritorno in A e il titolo di capocannoniere per la prima volta in carriera. La standing ovation del Bernabeu dopo la doppietta al Real. E poi l’addio, circondato dall’amore sconfinato della sua gente e da quello un po’ troppo freddo di una dirigenza ingrata.
Infine la voglia di rimettersi in discussione, di esplorare nuovi mondi e nuovi modi di fare calcio. Mai sazio di avventure e di emozioni. L’Australia e poi l’India. E poi chissà.

L’ho apprezzato ancora di più, Alessandro Del Piero, in questi ultimi scampoli di vita calcistica. Calciatore fenomenale, iconico, unico. Uomo vero, polivalente, aperto, in un ambiente sempre più chiuso in se stesso e refrattario al cambiamento.
Un calciatore e un uomo che non può rientrare nelle logiche del tifo e delle divisioni, ma deve essere patrimonio di tutti gli amanti del gioco più bello del mondo.

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Francesco Bonato ne dice: Giacomo Mozzo ama la precisione. E non parlo di quella consuetudine che prevede che ci si faccia trovar pronti all’ora che si è deciso, nel luogo che si è deciso, perché state sicuri che lui è in ritardo. Parlo di quella ricerca del particolare, dell’ordine, delle cose fatte bene col tempo che ci vuole per farle; attenzione maniacale per l’attuale che ti porta ad essere in ritardo per quello che devi fare dopo. Magro, potremmo dire anche smilzo, con i piedi buoni e il cuore grande, ha passione per lo sport, in particolare il giuoco del calcio. Viene spesso paragonato ad un’enciclopedia, pozzo di sapienza e archivio di statistiche, le quali sapientemente utilizza per condire belle storie. Altro? Ama viaggiare. La sua valigia rimane così perfetta che, a vederla, non capite se deve ancora partire o è appena tornato.