Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga

Albert Camus, 1957

Quando prendo una botta, quando non è cosa, quando il contenitore non è adeguato, vorrò pormi come: o, chi non era ancora adeguato alla sfida, se la sfida mi interessa; o, come chi ha capito che la sfida non è la sua, e come chi chiede scusa per star occupando lo spazio di qualcun altro, se la sfida non mi interessa più. Questo ho sentito ascoltando i discorsi, l’atmosfera e il fluire delle parole e delle persone durante la prima assemblea di Possibile, il movimento politico guidato da Giuseppe Civati che ha preso il volo da Roma.

Ho votato Giuseppe Civati alle ultime primarie del Partito Democratico, lo rifarei: ho deciso lì che io voglio prima capire cosa votare, e poi votare un passo più a sinistra, tante volte mi capitasse di essermi sbagliato su me stesso. Nel dubbio, più a sinistra, insomma. Della piattaforma politica di Civati ho condiviso quasi tutto da subito, tranne una cosa: l’insistenza mostrata riguardo un ritorno anticipato alle urne, e negli ultimi tempi la rivendicata necessità di uscire dal Partito Democratico. La prima delle due argomentazioni è credo più facile da spiegare: non penso che in questo paese si debba votare ogni cinque minuti. Siamo una repubblica parlamentare, e quando si vota si affida al Parlamento il mandato di governare, se la sbroglino loro; se il Parlamento non riesce ad individuare una maggioranza immediatamente, ci sono dei meccanismi di garanzia, c’è il Presidente della Repubblica, e la stabilità è un valore in democrazia. Ecco, insomma, nella nostra forma di governo, non è che se si perdono – o si non-vincono – le elezioni, si torna a votare un minuto dopo. Il Parlamento è il luogo del confronto e dei rapporti di forza, e la politica è una roba complessa: avere come piattaforma il “torniamo a votare”, mi è sempre sembrato abdicare alla sfida della politica.

La seconda l’ho sempre pensata, ma l’ho capita lì, nel modo di relazionarsi e di porsi delle persone. La sinistra, secondo me, lo sto pensando in questi giorni, è dare, non è mai chiedere; è offrire un contributo alla relazione e alla società, è impegnarsi in prima persona, è cambiare sempre radicalmente partendo da sé stessi – ne provavo a scrivere in un’altra occasione. Ogni volta che mi sono posto come a chiedere un passo, invece di pensare a quel che potevo fare, che sono stato fermo pretendendo, e sopratutto pretendendo che gli altri, le persone con cui mi mettevo in relazione, riconoscessero di essere in realtà sbagliate; persino utilizzando parole dal lessico pesante, arrivando a negare e a squalificare l’interlocutore (“Il Pd fa schifo, non esiste, non è di sinistra” – sostituire in libertà con ricordi o altre ipotesi), secondo me sono stato meno di sinistra; e comportarsi così mi è servito, e mi serve moltissimo, solo nella misura in cui mi è stato utile per ammettere che sono andato a sbattere e che quindi evidentemente avevo perso il controllo della dinamica; per cambiare lessico, linguaggio, portare luce in anfratti scuri, rilanciare me stesso, rimettermi in gioco, ricominciando tutto a partire da me, bene dall’inizio.

(Troppo, dite? Secondo me no:”Non chiedete che cosa il vostro paese può fare per voi, ma cosa voi potete fare per il vostro paese”, JFK)

Secondo me per essere sinistra serve un partito, e dunque una dinamica; e un programma, e quindi un progetto, un impegno, qualcosa da dare. Viaggiare senza l’una o l’altra cosa è un modo di fare che lascio volentieri alla destra, che non ha bisogno né di un partito né di un programma. E’ solo individuo e solo conservazione, e tanti saluti.

Insomma, se il contenitore, il vaso, di una dinamica umana, interpersonale o politica, esplode, non è mai perché è troppo grande o troppo distante, o perché non è il momento per riempirlo; è perché è troppo piccolo, e detona: e in questo caso la colpa non è mai del vaso, né del tempo, né del posto: la colpa è del vasaio, di chi ha scelto quel vaso e ha provato a metterci dentro qualcosa che non era adeguato ad esservi contenuto. E beninteso, se la forma che si tentava di dare ad una sostanza collassa, è giusto che sia collassata, di più: è proprio auspicabile, persino: è proprio una felice notizia. Perché a quel punto avrò due opzioni: o ritengo che quel contenuto sia irrinunciabile, qualcosa per cui mi rimetto in gioco e ricomincio tutto e creo un vaso più grande e più bello; oppure ritengo che quel contenuto non valesse la pena, chiedo scusa, raccolgo i cocci e cambio aria.

La prima strada è quella che mi fa star bene. Penso che se mi sono trovato in una sfida, in una dinamica, in una situazione bella di cui ho perso il controllo, rimettere tutto in gioco per esserne all’altezza, oh, prima di tutto mi diverte un sacco. Mi sale quella cosa un po’ impunita che dice: “Che significa che non è cosa? Ma questa è casa mia. Mo’ mi metto lì per bene e cambio tutto e poi ne riparliamo”. Cioè, come gli esami all’Università: ho visto cosa non so, rifiuto il voto, torno e spacco. Ed è impegnativo, ma mai faticoso; esigente e stimolante, in definitiva appassionante. Giuseppe Civati e i suoi hanno sentito più loro la seconda strada, il che è proprio degnissimo: ma a non convincermi è il loro stile.

Fuor di metafora: Giuseppe Civati e la mozione che ho votato hanno perso il congresso. Da quel momento hanno iniziato a dire che il Partito Democratico non era più il vero Partito Democratico, ma un’altra cosa, che era sbagliato, e che loro invece erano i custodi della sinistra, e chi rimaneva nel Pd sbagliava perché nel Pd si perde la sinistra. Facile l’obiezione: il Partito Democratico, la dinamica, la situazione, è di chi ha la forza per governarla, chi la mantiene salda e la dirige; in un partito, chi vince democraticamente il congresso. Arrivati al punto di rottura, io vorrei fare così: valutare che la dinamica sia ancora irrinunciabile, e stare in silenzio, radunare le migliori forze, cambiare bene, capire cosa è che gli altri hanno avuto, fatto, in cosa siano stati più di quel che ero per esser risultati migliori di me, e allora lavorare per essere ancor migliori di chi mi ha superato; oppure strappare, uscire dalla dinamica. Entrambe scelte legittime.

Ma nel secondo caso, ho capito che non è cosa il porsi dicendo: il Partito Democratico è cambiato, è sbagliato, non è più un partito di sinistra – perché Renzi giustamente poi può dire: “Non lascio la parola sinistra solo a chi ha le bandiere rosse”. Preferirei dire: scusateci, qui non possiamo stare, abbiamo sbagliato noi, dovevamo pensarci meglio, leviamo il disturbo. Ed è una differenza comunicativa di importanza notevole, e credo che atteggiarsi così sia giusto: sia, perché è giusto in generale, sia perché paga dal punto di vista politico. Ammettere gli errori, e lavorarci, vorrei sempre che fosse la più enorme delle prove di forza: perde solo chi non sa aspettare.

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".