Titolo: “Moby Dick
Autore: Hermann Melville
Edito: Feltrinelli
Numero pagine:  689
Mese: Settembre

Ciao ragazzi!

Nella precedente puntata, la zia Colli vi prometteva di salvarvi gli stinchi, e di recensire per conto vostro due libri che (quasi sicuramente) la vostra insegnante di lettere vi ha assegnato come lettura per il periodo estivo.
La zia Colli non si è dimenticata di voi, vi ha salvato da “Guerra e Pace” e questa volta, vi salverà da “Moby Dick”, sempre ammesso che qualcuno possa salvarsi, da Moby Dick.

Pronti coi ditini e il copia e incolla?
Eccoci qui:

Trama mista a considerazioni

La storia è quella di un insegnante, che quando si sente i polmoni pieni e comincia a non riuscire più a convivere con la voglia di andare per strada e buttare giù dalla testa i cappelli ai signori, parte per mare, trasformandosi da insegnante, a marinaio.
Questo insegnante si chiama Ismaele, impossibile confondersi perché Melville ce lo dice proprio all’inizio della storia.

Insomma, Ismaele decide in un momento di sclero di partire per mare a bordo di una baleniera, solo che arriva al porto e la nave è già salpata, allora decide di dormire in una locanda, la Locanda dello Sfiato (le locande io se dovevo scegliere al suo posto andavo in crisi perché erano una più bella dell’altra).

Quando sei dentro alla Locanda dello Sfiato, è impossibile non innamorarsi di un determinato quadro, di un bancone installato dentro alla mascella di una balena, dell’oste, dei marinai che tornano da un lungo viaggio, di un ramponiere (scomodo condivisore di letto), del profumo dei trucioli di legno che saltano da una panca, di un venditore ambulante di teste, dei materassi imbottiti di foglie di granturco e cocci di stoviglie, del cartello con su scritto “qui non è consentito il suicidio ed è vietato fumare in sala”, della zuppa di pesce a colazione, a pranzo, a cena e a colazione, del mangiare la zuppa di pesce sempre, fino al dubbio che da un momento all’altro, possano sbucarti le lische fuori dai vestiti.

Anche dei porti di mare è impossibile non innamorarsi, con i loro forestieri, i loro sbarbatelli e sbarbacipolle, i cannibali, i bifolchi, i vari animi selvatici che ti mandano il cuore in visibilio e le donne che sono secche e puritane ma che fioriscono come rose.

È proprio alla locanda della Sfiato, che Ismaele conosce il suo futuro compagno di avventure, Queequeg, a cui signora professoressa io devo ammettere, ho voluto un bene sincero: un valoroso e selvaggio marinaio di gran cuore, che più avanti nella storia cadrà in preda alla febbre e comincerà a deperire talmente tanto da lasciare di lui poco più che ossa e tatuaggi, il cui ultimo desiderio sarà quello di farsi calare su una canoa a uso tomba per lasciarsi portare dalla corrente e raggiungere le isole, ma che poi, con selvaggia stravaganza, deciderà di tornare in vita.

A farla corta e breve, Ismaele lascia la locanda assieme all’amico selvaggio e s’imbarca su di una baleniera, qui sopra alla baleniera conoscerà il capitano Achab, un capitano con una gamba d’avorio e un carattere peggio del mal di denti, che dopo pranzo passeggia di continuo in coperta come i signori di campagna quando fanno un giretto in giardino dopo pranzo, un uomo tormentato come chi si addormenta con il desiderio di vendetta e dorme stringendo i pugni risvegliandosi con le unghie insanguinate nelle palme, che quando si altera se ne esce fuori con esclamazioni tipo “brutti pezzi di spuntone!” oppure “che il vomito nero ti torca!” e che è ridotto a un ceppo che si puntella su un solo piede ma che nell’animo, è un mille piedi che si muove su mille zampe.

A bordo di questa nave, Ismaele, consumerà in silenzio una serie di pasti solenni  assieme ad ufficiali che sembrano temere il rumore delle giunture delle proprie mascelle e ramponieri che masticano il cibo con un gusto tale da sentirne gli scatti, conoscerà un marinaio che si crede l’arcangelo Gabriele, e un altro che sospetta essere il diavolo, un diavolo che di nascosto si rimbocca la coda nei calzoni e non toglie mai gli stivali dove è probabile che nasconda gli zoccoli, vedrà il fuoco che distorce e ghiaccia con la sua luce barbe e denti, sentirà il mare che balza e la barca che geme, l’ululare del vento, il caratteristico ansare dei polmoni che denota l’estrema tensione al massimo delle energie vitali, conoscerà marinai così ordinati che spazzerebbero la coperta di una nave anche mentre sta affondando, e un vecchio fabbro, tutto annerito e pieno di vesciche che martella silenzioso come se la fatica fosse la vita stessa, come se il battito del suo martello fosse il pesante battito del suo cuore; vedrà l’alcol donato ai fegati e lo zenzero donato alle onde, vedrà il mare pieno di quella sostanza gialla di cui si cibano le balene, il mare che diventa così giallo a volte, da sembrare un campo di frumento maturo, conoscerà la potenza dell’oceano che senza padrone invade il globo, sentirà in certe occasioni il midollo delle sue ossa traballare come gelatina, catturerà diverse balene e ne ispezionerà l’anatomia come un medico, ne sentirà l’odore e l’olezzo, trovandosi a volte peggio che nel bel mezzo di una città assira durante la peste, verrà a sapere che la specie di quel cetaceo è immortale in quanto nuotava nei mari prima che i continenti rompessero le acque, scoprirà che l’acqua di colonia nella sua fase rudimentale della fabbricazione è maleodorante, capirà che l’uomo è nato dalle doglie e quindi è destinato a vivere nelle pene e morire negli spasmi, e che bisogna tentarle tutte, arrivando a quanto si può.
Vedrà le navi incrociarsi per mare scambiandosi il Glam (che è un po’ come il saluto che si scambiano i nostri anziani quando s’incontrano lungo i sentieri di montagna), confonderà i versi di cuccioli di foca col canto delle sirene, e conoscerà tanti segnali che indicano l’arrivo della sfiga (una bara usata come boa, un falco che ruba un cappello e lo getta in mare, un cadavere che cadendo battezza la nave.)

Sarà a bordo di questa nave, che Ismaele conoscerà Moby Dick, e per la gran parte del viaggio la conoscerà come una leggenda, una leggenda che vive nell’animo e nel corpo e nel moncherino del folle capitano Achab.
Moby Dick è una balena bianca, dalla fronte rugosa e la mandibola deforme, che sventola la coda in modo curioso, e ha addosso nel corpo tutta una serie di ramponi attorcigliati come un cavatappi, gli intestini gli stanno dentro come dei cavi, e il suo scheletro non fornisce che un pallido indizio delle forme del suo corpo, Moby Dick è furbissima, non si fa mai catturare da nessuno, Moby Dick lascia dietro di sé solo miti e morti, e pezzi di miti che non sono ancora morti, e che è forse certo, moriranno prima di lei.

A bordo di quest’avventura (che per tre anni non toccherà mai terra) succederà un misto di tutto e di niente, ma più si va avanti, più è certo che lo stile e la scrittura si fanno ossessivi, talmente ossessivi da mandare via di testa come Achab anche il lettore.

Le balene diventeranno fantasmi, e l’unica cosa -forse- che il lettore si chiederà, sarà una domanda a cui forse, potrà rispondere solo l’autore, la domanda è:

Caro Hermann,
mi stai semplicemente offrendo col tuo libro tutte le indicazioni per diventare un ottimo mozzo e scendere in mare personalmente con le mie forze per andare  a caccia del bianco leviatano?

Concludo signora professoressa con una citazione dell’autore che mi è piaciuta molto in quanto giustifica la moltitudine di pagine che sono servite a scrivere il romanzo, la citazione è dello stesso autore e dice:

“Mai un gran volume è stato scritto sulle pulci benché in parecchi ci abbiano provato”.

(Ehi, l’illustrazione di Moby Dick è di Lena, che da oggi è parte del team).

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Max Maestrello ne dice: Silvia ogni tanto scompare. Anche quando ci esci insieme, ogni tanto scompare. Il più delle volte non ci fai caso: un po’ perché lei, Silvia Colli, è piccolina. Un po’ perché quando scompare, la cosa dura giusto qualche secondo. Allora una volta ci sono stato attento. Ho sentito che stava scomparendo quei due o tre secondi, come fa di solito, e ho fatto attenzione. Ho scoperto questo: Silvia Colli, in realtà, non scompare. Si nasconde da qualche parte – la prima cosa che trova lungo la strada: un palo della luce, una siepe, un cassonetto – e si infila un paio di occhiali. Guarda le realtà attraverso le lenti di quegli occhiali per due o tre secondi, poi se li toglie e fa come se niente fosse. Quelle cose lì che vede attraverso quegli occhiali speciali, le scopri solo a distanza, tempo dopo, quando le mette dentro un racconto, o una cosa che ti racconta, o in mezzo alla recensione di un libro. Una sera che mangiavano una piadina, una sera che mi ha detto “Oh, mona, io vado un attimo in bagno” – lo confesso – l’ho fatto: mentre non c’era ho frugato nella sua borsa e ho trovato quegli occhiali speciali. Me li sono infilati un attimo e ho capito perché Silvia Colli, quando le chiedi che lavora fa, dice “Pettino i pollami”. Però, quegli occhiali lì, a me, non stavano su. Mi cadevano da tutte le parti. Stanno giusti solo a certe persone, tipo la Silvia Colli, ho pensato, quegli occhiali lì. E poi, dopotutto, ho pensato anche questo: che mi piace aspettare che me le racconti lei, le cose che vede con quegli occhiali. Che secondo me, poi, mi sa che se li mette su anche per scrivere. Scrive Libri a Catena.