Titolo: “Le Cose che Restano
Autore: Jenny Offill
Edito: NNE
Numero pagine:  235
Mese: Novembre

Ho messo un fiore dai petali fragili tra le pagine di questo libro, se apro il libro e guardo il fiore, mi ricordo per quale motivo i pipistrelli non volano di notte, mi torna in mente l’uomo con la barba coperta di api, la muffa fosforescente, e i compagni di scuola numerati.

Guardo il fiore e mi torna in mente il blu: il blu della Terra, il blu del sangue che solo a contatto con l’aria diventa rosso.

Guardo il fiore e penso alla terra: agli uccelli di varie razze, penso al Big Bang e lo chiudo in una stanza tra le pareti di un calendario cosmico, sento il suono della lingua Annic, vedo un nonno che sa parlare in dodici lingue e dire parolacce in molte di più, vedo una bambina cieca che cammina di traverso come un granchio, e un’altra bimba, che risparmia sul pranzo per comprarsi un cavallo.

Guardo il fiore e mi ricordo di quella tribù africana, dove le donne sposano le pietre invece degli uomini, guardo il fiore e penso a quella malattia che colpisce la testa facendola diventare un’altalena.

Poi prendo il fiore, lo tolgo dal libro, lo faccio volare dalla finestra, per capriccio.
Il fiore danza leggero, i petali si staccano dall’ovario, a terra si posa immobile lo stelo.

Apro di nuovo il libro, lo apro a distanza di tempo, tra le pagine, tra le cose che restano,
il profumo.

 

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Max Maestrello ne dice: Silvia ogni tanto scompare. Anche quando ci esci insieme, ogni tanto scompare. Il più delle volte non ci fai caso: un po’ perché lei, Silvia Colli, è piccolina. Un po’ perché quando scompare, la cosa dura giusto qualche secondo. Allora una volta ci sono stato attento. Ho sentito che stava scomparendo quei due o tre secondi, come fa di solito, e ho fatto attenzione. Ho scoperto questo: Silvia Colli, in realtà, non scompare. Si nasconde da qualche parte – la prima cosa che trova lungo la strada: un palo della luce, una siepe, un cassonetto – e si infila un paio di occhiali. Guarda le realtà attraverso le lenti di quegli occhiali per due o tre secondi, poi se li toglie e fa come se niente fosse. Quelle cose lì che vede attraverso quegli occhiali speciali, le scopri solo a distanza, tempo dopo, quando le mette dentro un racconto, o una cosa che ti racconta, o in mezzo alla recensione di un libro. Una sera che mangiavano una piadina, una sera che mi ha detto “Oh, mona, io vado un attimo in bagno” – lo confesso – l’ho fatto: mentre non c’era ho frugato nella sua borsa e ho trovato quegli occhiali speciali. Me li sono infilati un attimo e ho capito perché Silvia Colli, quando le chiedi che lavora fa, dice “Pettino i pollami”. Però, quegli occhiali lì, a me, non stavano su. Mi cadevano da tutte le parti. Stanno giusti solo a certe persone, tipo la Silvia Colli, ho pensato, quegli occhiali lì. E poi, dopotutto, ho pensato anche questo: che mi piace aspettare che me le racconti lei, le cose che vede con quegli occhiali. Che secondo me, poi, mi sa che se li mette su anche per scrivere. Scrive Libri a Catena.