Titolo: “Il Giro del Miele”
Autore: Sandro Campani
Edito: Einaudi
Numero pagine: 242
Tra le cose più belle che possono capitarti, a gusto mio, c’è questa: leggere un libro, innamorarti perdutamente di ogni singola parola stampata su ogni singola pagina, e poi, avere la fortuna di assistere di persona alla presentazione del libro stesso, conoscere l’autore, sentirlo parlare.
E’ in quel momento -per quanto già l’avessero prima- che i libri prendono ancora più identità, più corpo, spessore, un volto, un carattere, una forma.

Temo sempre, questo momento; può succedere, mi è già successo, d’innamorarmi di un libro e poi conoscere l’autore, trovarlo antipatico, sconveniente, freddo, un po’ troppo sopra le righe, e in quel momento, nel momento in cui l’autore si dimostra diverso dal suo libro, il libro stesso si smitizza, il mio amore finisce, sento un piccolo “chack” in qualche vena dalle parti del cuore e arrivederci, il libro per quel che mi riguarda finisce al mercatino del libro usato.

Tra le cose più belle che possono capitarti, a gusto mio, c’è questa: leggere un libro, innamorarti perdutamente di ogni singola parola stampata su ogni singola pagina, avere la fortuna di assistere di persona alla presentazione del libro stesso, e finita la presentazione, andare con l’autore a mangiare una pizza, bere “un po” di birra, e lasciare che il luppolo faccia uscire e amalgamare tutto; con cognizione di causa posso dirlo: “Il Giro del Miele” è esattamente come Sandro: ha una base di timidezza e buona educazione, per nulla scontato, si lascia ascoltare ma sa benissimo quando prestare l’orecchio e rimanere in silenzio, è brillante, sagace, ironico e attento, sensibile, tal volta forse crudo e diretto ma senza mai sfiorare l’indifferenza o la freddezza.

Sandro di persona fa anche delle imitazioni da far lagrimare gli occhi dal ridere, ma questo è un ricordo che voglio tenere per me senza raccontarvi troppo.
Lo metto là, tra il quadernino con la copertina di erba finta che gli ho regalato a fine serata, i libri post datati, la musica per i ciclisti, il quinto Beatles, e l’album bianco che se lo ascolti al contrario puoi sentire la voce della vecchia che ti consiglia i meglio ristoranti dove cenare a Verona.


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Max Maestrello ne dice: Silvia ogni tanto scompare. Anche quando ci esci insieme, ogni tanto scompare. Il più delle volte non ci fai caso: un po’ perché lei, Silvia Colli, è piccolina. Un po’ perché quando scompare, la cosa dura giusto qualche secondo. Allora una volta ci sono stato attento. Ho sentito che stava scomparendo quei due o tre secondi, come fa di solito, e ho fatto attenzione. Ho scoperto questo: Silvia Colli, in realtà, non scompare. Si nasconde da qualche parte – la prima cosa che trova lungo la strada: un palo della luce, una siepe, un cassonetto – e si infila un paio di occhiali. Guarda le realtà attraverso le lenti di quegli occhiali per due o tre secondi, poi se li toglie e fa come se niente fosse. Quelle cose lì che vede attraverso quegli occhiali speciali, le scopri solo a distanza, tempo dopo, quando le mette dentro un racconto, o una cosa che ti racconta, o in mezzo alla recensione di un libro. Una sera che mangiavano una piadina, una sera che mi ha detto “Oh, mona, io vado un attimo in bagno” – lo confesso – l’ho fatto: mentre non c’era ho frugato nella sua borsa e ho trovato quegli occhiali speciali. Me li sono infilati un attimo e ho capito perché Silvia Colli, quando le chiedi che lavora fa, dice “Pettino i pollami”. Però, quegli occhiali lì, a me, non stavano su. Mi cadevano da tutte le parti. Stanno giusti solo a certe persone, tipo la Silvia Colli, ho pensato, quegli occhiali lì. E poi, dopotutto, ho pensato anche questo: che mi piace aspettare che me le racconti lei, le cose che vede con quegli occhiali. Che secondo me, poi, mi sa che se li mette su anche per scrivere. Scrive Libri a Catena.