Titolo: “Guerra e Pace
Autore: Lev N. Tolstoj
Edito: Rizzoli
Numero pagine: 1468 (in carattere molto piccolo)

Cari amici studenti,
la vostra prof di lettere è una sadica e per le vacanze estive vi ha dato da leggere “Guerra e Pace”?
Avete visto la mole che vi aspetta e il vostro primo pensiero è stato “cara prof, spero che te vegna el cagotto con le sfranse”? (traduz. “egregia insegnate, le auguro che la sorprenda così, di punto in bianco, una dissenteria simile a quella delle frange che cadevano dalle giacche che si indossavano negli anni 1970”).
Avete paura di farvi aiutare da Wikipedia e compagnia bella perché siete sicuri che la prof in questione, in quanto sadica, vi scopra?

Niente paura ragazzi!
Ci pensa la zia Colli a salvarvi l’estate, per cui prendete in mano i vostri costumi e godetevi il lago, il mare, e la piscina, tirate fuori gli scarponi e andate in montagna, poi quando mancherà un giorno al rientro sui banchi, prendete, e copiate quanto qui sotto.
Mi dovete una birra, però, sappiatelo.

Eccolo qui, parto eh!

Per partire con il piede giusto, e affrontare alla giusta maniera questo romanzo, la prima cosa da fare è dimenticare i nomi di tutti i centomille personaggi che appaiono all’interno della storia, anche se, parlare della “terrible dragon” avrebbe il suo perché.

(ndr: mo’ ragazzi, se partite così secondo me, l’avete già abbastanza messa nell’organo alla prof.)

Non sono i nomi, che dobbiamo ricordare, ricordare i nomi russi è difficile, ma Tolstoj riesce a descrivere i suoi personaggi in maniera indelebile, tanto che, ricordare le loro azioni, diventa più importante che ricordare i loro stessi nomi di battesimo.
L’importante, è tenere ben conto che il romanzo si snoda principalmente in due luoghi: il campo di battaglia, e i salotti bene.

Nei salotti bene, ad esempio, c’è uno, che ad un certo punto della storia, decide di legare un commissario di polizia intorno ad un orso, e delle contesse, che si fanno rosse in viso fin dietro le orecchie e giù per il collo e per le spalle, personaggi che ridanciano, altri che vengono trasferiti altrove per turbolenza, fanciulle molto disgraziate con il padre, imbecilli tranquilli, e imbecilli irrequieti, chi ha la lingua maledica, e c’è anche chi, mangia il gelato di carota.

Interessanti sono anche le espressioni che vengono usate durante il racconto, a me in particolar modo hanno colpito queste:

– “Siete una scialacquona impenitente!”
– “Sei solo una vescica piena di vento!”
– “Che il diavolo ti straporti!”
– “Si fregava col dito la radice del naso”

(ndr: qui ragazzi rincarate la dose per giocarvi il massimo dei voti scrivendo quanto segue:)

però sarei curioso un domani di rileggere il libro per contare quanti “sorrisi beffardi” e “occhi iniettati di sangue” sono presenti nel totale delle pagine della mia edizione.

Non sapevo inoltre, prima di leggere questo romanzo, che esistessero delle scrivanie alte per poter scrivere in piedi, e delle soffiate di naso che sembrano degli spari.

Tornando ai personaggi, sono rimasto particolarmente colpito da quelli che si sposano la cugina carnale, e da quella persona con “una fresca vecchiezza” e le unghie dure, la stessa che impartisce buffetti sulla guancia alla figlia affinché “la stordaggine le salti fuori dal cervello.”

Ad un certo punto del libro, viene abbandonata ogni scena appena descritta e svolta nei salotti bene, e si entra nel campo di battaglia, perché è così che è diviso il romanzo, cara professoressa: il mondo che ruota intorno ai salotti, e il mondo che ruota attorno al campo di battaglia. L’ho già scritto, lo ripeto in modo che lei sappia mi è entrato ben in testa.
È in quest’ultimo, non nella mia testa, nel campo di battaglia, che troviamo soldati che amano “certe donne mangiasalsicce” e soldati che prima di andare a combattere ci tengono a rasarsi la barba, pulirsi i denti, e profumarsi, e soldati che quando pensano la morte sia vicina, vengono travolti d’improvviso dall’amore per il sole e per la vita, tutto insieme, in un unico morboso orgasmo.

A questo punto, se cara professoressa mi è permessa aprire una parentesi e fare una piccola riflessione, direi che non siamo nemmeno a un terzo del libro, e  Tolstoj ci fa capire già tre grandi cose:

1- In guerra c’è talmente tanta confusione da non rendersi conto della presenza dei
vigliacchi.

2- Si crede nella pace pur non credendola possibile, e in egual misura si crede nel combattimento, pur non credendolo possibile.

3- L’unico modo per far cessare le guerre è togliere il sangue dalle vene degli uomini e sostituirlo con dell’acqua.

È in questa mia certezza, cara professoressa, che nuovi personaggi fanno il loro ingresso nel romanzo:
soldati che vengono puniti da altri soldati se sorpresi a rubare qualcosa a un compagno, soldati che bevono il CENTERBE (che cara professoressa, io immagino essere l’antenato del BRAULIO) , rumori di granate e fumo della polvere che non lascia scorgere nulla, nemmeno la falce della luna.
E poi ancora soldati feriti che sembrano più spaventati che sofferenti, e quelli colti dalla pazzia che un attimo prima sono coraggiosi e subito dopo piangono, e un soldato che prima era talmente povero, ma così povero, che la sua mamma ha dovuto fare la carità per comprargli l’uniforme, poi d’improvviso è diventato ricco e tutti hanno cominciato a volergli bene.

“Guerra e Pace”, come ho già detto, è un continuo altalenare di scene tra i campi di battaglia e i salotti bene, ed è in uno di questi salotti, che troviamo un padre, che dice alla propria figlia quanto sia inutile lei si conci da figa che tanto, è brutta lo stesso, è nelle camere di questi salotti, che troviamo materassi che sono tutti bernoccoli e buche, e due donne che si bruciano il braccio in segno d’amicizia; salotti animati da parrucche incipriate, calici che vengono prima tracannati e poi gettati a terra in frantumi, e sarà appena fuori da un salotto, che troveremo un duello indimenticabile imbastito per colpa di una donna, e poi di nuovo dentro a un salotto, che troveremo un magro collo coi tendini nudi e una piccola borsa che pende da sotto il mento, la mazurca venuta appena di moda, e l’orgoglio che viene messo in gioco durante una partita a carte.
E ancora, giovani guastati dalle idee pervertite del loro tempo, il sangue che da tonfi al cuore, il mal d’amore che nessun medico è in grado di curare,  il vino del fascino che da alla testa, le spalle e il collo nudo che sono il massimo della sensualità.
Sempre a ben proposito d’amore grazie a “Guerra e Pace” ho scoperto questo: ai tempi ci si fidanzava per un mese e subito poi ci si sposava, ma a patto che la dote fosse consistente, e ci si mandava delle lettere, in cui ad esempio si prometteva di “stringerti per sempre sul mio petto ardente”, il divorzio ancora non esisteva ma era facile ottenerlo cambiando semplicemente religione.
Poi con l’amore non ci azzecca nulla, ma sempre a proposito di quello che girava intorno ai salotti bene, possiamo elencare la caccia alla lepre, il profumo dentro al samovàr, la gente che parla solo perché ne ha il diritto, le sonaglierie legate alle carrozze con i bubboli otturati da batuffoli di carta per non far chiasso, bambini in stato di capricciosità, e un uomo adulto, che spesso è di cattivo umore prima della minestra.

Torniamo al campo di battaglia:
qui troviamo le truppe alleate che si sparano a vicenda perché ad un certo punto non si capisce più nulla, il cielo alto e bellissimo, e un Dio che incarna il Gran Nulla ma che è comunque di consolazione.
E ancora: militari con le piaghe sul culo chiamate “piaghe da sella”, soldati che patiscono la fame e mangiano radici velenose, cavalli che patiscono la fame e mangiano la paglia dei tetti delle case.
E lei professoressa forse non mi crederà mai, ma si riesce a sentirlo per davvero, il tanfo di carne morta che c’è nell’ospedale militare, e a vederli, i corvi che fiutano l’odore del sangue volando sopra alle tende destinate alla medicazione, e il cielo che decide di piovere sui morti, sui feriti, sugli spaventati, sugli estenuati e sui dubbiosi.

Vorrei aggiungere, cara professoressa, forse è una postilla, ma ci tengo aggiungere, che arrivato a questo punto del romanzo, io la notte ho cominciato ad essere vittima d’incubi, di cui uno, ci terrei metterla a corrente, è capitolato in questa maniera: mia madre è entrata nella mia stanza da letto nel mentre che mi ritrovavo in un bagno di sudore, a ripetere con forza, agitandomi, la parola “armistizio – armistizio- armistizio”, e che questo momento è andato a coincidere con il momento in cui uno dei protagonisti del romanzo, ha incontrato un massone, e ha stretto la fratellanza dei liberi muratori.

Finita questa postilla, di cui mi scuso, ma ci tenevo farle sapere quanto la scelta di questo romanzo abbia influenzato i miei sogni, tornerei a parlare del campo di battaglia, dove è forte l’oltraggio e il tradimento, e la carestia non manca, e dove le palle di cannone scavano la terra come maiali, e la sete è tanta da scavare l’acqua nei pozzi fino alla melma.
Per un momento, ho avuto quasi la sensazione che la polvere dei cannoni uscisse dalle pagine, tanto intonse di quella mi parevano le dita.

Poi, cara professoressa, verso la fine del libro succede una cosa strana, tipo che i salotti e i campi di battaglia si fondono uno nell’altro:
i prezzi dei generi di prima necessità aumentano, tutti scappano dalle proprie case, il sole d’autunno fa tremolare le stelle, prende il via il baratto nelle osterie per avere un bicchiere di vodka, i matti vengono liberati e circolano per Mosca senza che nessuno li tenga a bada, Mosca va a fuoco, il delirio si nasconde con la realtà e viceversa, i bambini fanno domande tipo “cos’è un ussaro?”, ci sono prigionieri di guerra, e si comincia a sentire il tonfo dei cadaveri mentre cadono nella fossa dopo un’esecuzione, non ultimo un raffreddore cambierà il destino di un uomo, nel mentre che altri uomini cercheranno riparo in un bosco.

È un libro, questo, mia cara professoressa, che quando ti accorgi mancano poche pagine dalla fine, ti viene la voglia di sfogliarlo pianissimo, perché se no poi finisce che finisce e sai bene che ti mancherà tantissimo, ma che quando finisci, ti ritrovi a farti mille domande tipo:

– Qual è la forza che muove i popoli?

– Che cos’è il potere (ammesso che esista)?

– Se il potere viene trasferito dalle masse in un singolo individuo, perché di spesso la massa vi si ribella?

– Qual è il concetto per cui i popoli si muovono? Forse la grandezza? La ricchezza? La libertà? Il progresso civile? L’eguaglianza? La cultura?

– Qual è il confine che separa la libertà dalla necessità? E da quale punto di vista bisogna sporgersi per capire dove comincia una e finisce l’altra? E in che modo sono in relazione l’una con l’altra? Ragione e coscienza quanto influiscono sulla libertà e sulla necessità?

– Fino a che punto continueremo a negare a noi stessi che nessun uomo né nasce né muore libero?

Mi scusi signora professoressa se la mia recensione del libro è stata piuttosto lunga, sarò sicuramente più breve se magari l’anno prossimo sceglierà di farci leggere un libro un po’ più piccolo, magari.

PS: ho saltato tutti i dialoghi in francese perché noi a scuola stiamo studiando inglese.

-Fine-

SPOILER: se la vostra prof di lettere è comunque sadica ma anziché proporvi “Guerra e Pace” vi ha consigliato “Moby Dick” niente paura, il mese prossimo la zia Colli arriva anche con quello.

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Max Maestrello ne dice: Silvia ogni tanto scompare. Anche quando ci esci insieme, ogni tanto scompare. Il più delle volte non ci fai caso: un po’ perché lei, Silvia Colli, è piccolina. Un po’ perché quando scompare, la cosa dura giusto qualche secondo. Allora una volta ci sono stato attento. Ho sentito che stava scomparendo quei due o tre secondi, come fa di solito, e ho fatto attenzione. Ho scoperto questo: Silvia Colli, in realtà, non scompare. Si nasconde da qualche parte – la prima cosa che trova lungo la strada: un palo della luce, una siepe, un cassonetto – e si infila un paio di occhiali. Guarda le realtà attraverso le lenti di quegli occhiali per due o tre secondi, poi se li toglie e fa come se niente fosse. Quelle cose lì che vede attraverso quegli occhiali speciali, le scopri solo a distanza, tempo dopo, quando le mette dentro un racconto, o una cosa che ti racconta, o in mezzo alla recensione di un libro. Una sera che mangiavano una piadina, una sera che mi ha detto “Oh, mona, io vado un attimo in bagno” – lo confesso – l’ho fatto: mentre non c’era ho frugato nella sua borsa e ho trovato quegli occhiali speciali. Me li sono infilati un attimo e ho capito perché Silvia Colli, quando le chiedi che lavora fa, dice “Pettino i pollami”. Però, quegli occhiali lì, a me, non stavano su. Mi cadevano da tutte le parti. Stanno giusti solo a certe persone, tipo la Silvia Colli, ho pensato, quegli occhiali lì. E poi, dopotutto, ho pensato anche questo: che mi piace aspettare che me le racconti lei, le cose che vede con quegli occhiali. Che secondo me, poi, mi sa che se li mette su anche per scrivere. Scrive Libri a Catena.