Titolo: “Fratelli di Sangue”
Autore: Ernest Haffner
Edito: Fazi Editore
Numero pagine: 206

Questo è un libro che ti fa venire fame, freddo, e ti ubriaca; è un libro con dentro un treno che fa rattatà- rattatà colmo di vagabondi per passione che vanno in brodo di giuggiole.

Dentro a questo libro c’è l’ acquavite che scende nella gola per mantenere vivo il sangue e il coraggio, ma ci sono anche campi coltivati a maggese e carrozzoni di zingari.

La fame da lupi, la sete da cani.

Coperte per cavalli che attutiscono il suono di un grammofono. Il tradimento che va punito con il sangue, i messaggi segreti racchiusi in una bustina di zucchero.

Il teatro abbandonato, il riformatorio, il cinematografo, le ragazzine che si prostituiscono nei bagni del Luna Park.

Le teste assonnate a penzoloni che pare si contino i bottoni della giacca.

Potrebbe bastare questo, ma dentro ci troverete ancora di più: una vecchia incartapecorita, cenciaioli che rovistano nell’immondizia, un suonatore di organetto, un addestratore di topi, i colpi di pistola guariti con la grappa.

La Berlino e l’altra Berlino, e la strada che collega le due Berlino attraverso le lenzuola di un albergo a ore, uomini che si sfilano lo smoking assieme alla loro signorilità, puttanelle che si innaffiano il naso di punch e sentimenti.

C’è un edificio storto, e delle scarpe vecchie a cui viene donata una nuova vita, l’amicizia che corre in groppa al portabagagli di una bicicletta, e porca vacca se c’è tantissimo altro di più.

Secondo me ne uscirebbe un film bellissimo, se qualcuno si svegliasse un giorno con l’ardire.


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Max Maestrello ne dice: Silvia ogni tanto scompare. Anche quando ci esci insieme, ogni tanto scompare. Il più delle volte non ci fai caso: un po’ perché lei, Silvia Colli, è piccolina. Un po’ perché quando scompare, la cosa dura giusto qualche secondo. Allora una volta ci sono stato attento. Ho sentito che stava scomparendo quei due o tre secondi, come fa di solito, e ho fatto attenzione. Ho scoperto questo: Silvia Colli, in realtà, non scompare. Si nasconde da qualche parte – la prima cosa che trova lungo la strada: un palo della luce, una siepe, un cassonetto – e si infila un paio di occhiali. Guarda le realtà attraverso le lenti di quegli occhiali per due o tre secondi, poi se li toglie e fa come se niente fosse. Quelle cose lì che vede attraverso quegli occhiali speciali, le scopri solo a distanza, tempo dopo, quando le mette dentro un racconto, o una cosa che ti racconta, o in mezzo alla recensione di un libro. Una sera che mangiavano una piadina, una sera che mi ha detto “Oh, mona, io vado un attimo in bagno” – lo confesso – l’ho fatto: mentre non c’era ho frugato nella sua borsa e ho trovato quegli occhiali speciali. Me li sono infilati un attimo e ho capito perché Silvia Colli, quando le chiedi che lavora fa, dice “Pettino i pollami”. Però, quegli occhiali lì, a me, non stavano su. Mi cadevano da tutte le parti. Stanno giusti solo a certe persone, tipo la Silvia Colli, ho pensato, quegli occhiali lì. E poi, dopotutto, ho pensato anche questo: che mi piace aspettare che me le racconti lei, le cose che vede con quegli occhiali. Che secondo me, poi, mi sa che se li mette su anche per scrivere. Scrive Libri a Catena.